1. Basel Abbas and Ruanne Abou-Rahme, Noor Abed, Noor Abuarafeh, Razan AlSalah, Basma al Sharif, Marwa Arsanios, Taysir Batniji, Ali Cherri, Shadi Habib Allah, Inas Halabi, Emily Jacir, Mazen Kerbaj, Francisca Khamis Giacoman, Jumana Manna, Dina Mimi, Walid Raad, Jayce Salloum, Huda Takriti, Oraib Toukan, Akram Zaatari, “00970”, Installation view, Ordet, Milano, 2025, Courtesy the artists and Ordet, Ph. credits Nicola Gnesi.
Qual è la prima cosa che viene in mente quando pensiamo ai prefissi telefonici? Un prefisso telefonico è una sequenza di numeri pensata per indirizzare la chiamata alla località desiderata, permettendo la connessione tra vari paesi, le relazioni umane e la trasmissione di informazioni. Sembra una cosa banale, ma una linea attiva di comunicazione indica il riconoscimento globale nei confronti di una determinata nazione.
Il prefisso internazionale della Palestina è composto da cinque cifre. Questo codice 00970 è una linea di accesso, una stringa di numeri che ufficializza la sua presenza. La sequenza racchiude tutto il passato e il presente: voci, immagini, vite, lotte. Questa è la premessa della mostra collettiva in corso da Ordet che apre una riflessione corale stratificata sulla perdita e sulla memoria ma soprattutto sulla colpa, attraverso le immagini in movimento di ventuno artiste e artisti della diaspora palestinese. 00970, a cura di Edoardo Bonaspetti, diventa uno spazio legittimo per una contro-narrazione, o meglio per una narrazione interrotta, frammentata e spesso ignorata. All’interno di quell’ex garage prende luogo un devastante silenzio sintomo dell’incomunicabilità e dell’indifferenza tra la nostra esistenza e questa soglia.
Non si tratta di una mostra “sulla” Palestina, ma “dalla” Palestina e più nello specifico attraverso la diaspora e la resilienza. Mediante le opere – video, film, materiale audio-visivo – sono evocati i fantasmi e le rovine di un territorio. Le immagini in movimento si rincorrono e la sensazione è quella di una realtà che chiede di essere vista, di un’eco che chiede di essere ascoltato.
Gaza sta bruciando così come i suoi abitanti, ma qual è il rapporto dell’occidente con le immagini che quotidianamente vengono diffuse sui network e sui social? L’artista Ali Cherri (Beirut, 1976) pone come quesito centrale, in My Pain is Real (2010), il nostro rapporto con la sofferenza altrui e le atrocità – soprattutto se percepite come distanti in un mondo sovrastimolato. L’opera sviluppa una ricerca sul divario tra empatia individuale e apatia collettiva con lucido senso critico. Con la stessa metodologia, le opere di Inas Halabi (Gerusalemme, 1988), Jumana Manna (Princeton, NJ, 1987) e Noor Abuarafeh (Gerusalemme, 1986) approfondiscono una critica-autoriale nel rivolgere domande all’osservatore previste di risposte sottintese, le quali insinuano così spiragli nella narrazione dominante.
In aggiunta, alcuni artisti amalgamano l’intimo e il pubblico, immaginazione e documentazione come: Basel Abbas & Ruanne Abou-Rahme (Nicosia, 1983 & Boston, 1983), Oraib Toukan (Boston, 1977), Mazen Kerbaj (Beirut, 1975) e Emily Jacir (Betlemme, 1970). L’archivio personale del singolo diventa politico; elementi privati e sbiaditi del passato si trasformano in allegorie del tempo stesso e della comunità a cui sono legate. Invece, da altri autori quali Basma al-Sharif (Kuwait City, 1983), Francisca Khamis Giacoman (Cile, 1988) e Razan AlSalah (Beirut, 1987) viene intrapresa una ricerca a partire da un presupposto spazio geografico; la distanza è metafora sia della memoria sia della violenza subita. Pur avendo un luogo specifico e delle coordinate a cui attenersi, il distacco è irriducibile e spietato, al punto che le immagini stesse non uniscono ma separano e cancellano. Ancora, Marwa Arsanios (Washington, DC, 1978), Huda Takriti (Damasco, 1990) e Akram Zaatari (Saida, Libano, 1966) restituiscono fatti e episodi di alcune icone della lotta operando una riscrittura della visibilità , che racchiude un potenziale rottura del sistema informativo dominante.
La scelta di privilegiare opere audio-visive non è banale, all’opposto questo medium permette di articolare narrazioni e temporalità complesse – sovrapponendo presente e passato, sogno e realtà – rendendo giustizia alle ricerche, alle vicende, alle voci e ai propositi intrapresi. Molti dei lavori in mostra adottano una struttura frammentata e sospesa, aspetto che rispecchia la verità della diaspora e dell’esilio forzato. Inoltre, l’allestimento amplifica l’impatto delle opere stesse reclamando attenzione, tempo e sospensione. Il montaggio non è solo cinematografico ma curatoriale: si entra e ci si perde da un display all’altro, le immagini e le opere si susseguono. I blocchi di cemento creano delle “isole dell’esilio”, dove si approda per ascoltare ogni voce, ogni video, ogni frammento dei racconti riuniti.
In 00970 non c’è vittimismo o nostalgia, ma una moltitudine di tentativi di comprendere cosa resta e conservare esistenze ad oggi continuamente negate, distrutte e annientate. Rifiuta la spettacolarizzazione del dolore, si tratta invece di una dura prova della nostra indifferenza e delle sue conseguenze. La Palestina emerge nei frammenti quasi come un concetto totale e pervasivo, al pari di uno spettro resistente o di un’idea simbolica che raduna corpi, voci, vite. L’esposizione assembla un attuale lessico dell’invisibilizzazione e invita a condividere un percorso estetico-artistico di attenzione e di cura.
Ha ragione chi scrive che dovremmo ringraziare Ordet – oltre che per questa mostra – per gli anni di tenace lavoro e costante ricerca che hanno costruito lo spazio atipico, emancipato e resiliente che vediamo oggi. Non solo uno spazio espositivo, ma un luogo di pensiero plurale. La mostra 00970 segna un punto di notevole valore nella programmazione, dimostrando come sia possibile e necessario congiungere: disciplina curatoriale, attenzione politica e critica, qualità artistica.
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