Guggenheim, New York, ph. Francesca Magnani
Continua il nostro giro a New York e, stavolta, a ridosso dell’Epifania, ci inoltriamo a nord di Manhattan. Che cosa succede tra la 129ma e l’89ma in questi giorni di festa? Abbiamo visitato due architetture memorabili – una celebre e una nuovissima – e un piccolo museo dedicato al jazz. In tutti i casi, il focus è su artisti Black.
Con Rashid Johnson: A Poem for Deep Thinkers, il Guggenheim di New York trasforma la celebre rampa in una sorta di paesaggio psichico stratificato, dove tre decenni di ricerca visiva vengono messi alla prova dall’architettura iconica di Frank Lloyd Wright. La mostra, aperta dal 18 aprile 2025 al 18 gennaio 2026, è la prima grande personale dell’artista nel museo e la più ampia ricognizione istituzionale del suo lavoro da oltre dieci anni.
La retrospettiva insiste sulla figura di Johnson come artista profondamente «Transizionale»: tra linguaggi, media e registri emotivi ma anche tra storia dell’arte, cultura visiva Black e mercato globale. Fotografia, video, installazioni, pittura e scultura non sono compartimenti stagni ma strumenti intercambiabili per affrontare temi come razza, mascolinità, cura di sé. L’artista rivendica esplicitamente una fluidità di medium: non interessa la purezza disciplinare, bensì la capacità di un progetto di migrare da una forma all’altra, estendendo il raggio del discorso oltre le costrizioni di un singolo linguaggio. In questo senso, la mostra funziona come un atlante della grammatica visiva.
Il percorso, costruito su una cronologia volutamente allentata, attraversa le serie chiave della carriera di Johnson: The New Negro Escapist Social and Athletic Club, le Cosmic Slops in shea butter (lo stesso burro giallo venduto poco più a nord, nelle bancarelle sulla strada di Harlem), le pitture a scaffali di black soap, fino agli Anxious Men e Broken Men e alle sculture di grande formato. Nei ritratti il volto diventa una maschera instabile, un segnale di tensione emotiva più che un’identità stabile. Nelle superfici nere e viscose, il materiale stesso è portatore di memoria culturale, consumo e cura.
Opere come Self-Portrait Laying on Jack Johnson’s Grave (2006) esplicitano il legame con una genealogia nera che è allo stesso tempo storica e personale: la tomba del pugile Jack Johnson, primo campione mondiale dei pesi massimi afroamericano, diventa punto di contatto tra un nome proprio e un’icona collettiva. All’esterno, Black Steel in the Hour of Chaos (2008) richiama Public Enemy e Jasper Johns, mettendo in cortocircuito la grafica del bersaglio, l’immaginario hip-hop e la questione di chi detenga il controllo dello sguardo e del racconto.
La struttura spiraliforme del Guggenheim non viene semplicemente “riempita” ma trattata come un dispositivo narrativo e psicologico. Salendo lungo le rampe, lo spettatore attraversa un crescendo di media: dalle fotografie degli esordi, che valsero a Johnson un ruolo centrale nella mostra Freestyle al Studio Museum in Harlem nel 2001, fino ai video Black Yoga (2010) e The New Black Yoga (2011), che ibridano ritualità, sport e meditazione.
Ai piani più alti, l’installazione Sanguine – una struttura di acciaio ricolma di piante, libri, oggetti culturali e un pianoforte – occupa la zona sotto l’oculus come una mente in perenne sovraccarico, tra archivio, giardino pensile e studio musicale. L’attivazione performativa del pianoforte, ogni venerdì e domenica, accentua la dimensione temporale e relazionale della mostra, trasformando l’installazione in palco e, insieme, in spazio di ascolto.
Il titolo della mostra, A Poem for Deep Thinkers, espone il rischio di una certa aspirazione programmatica: promette profondità, introspezione, densità simbolica. Alcune opere vi rispondono con una stratificazione reale di citazioni e materiali – dai libri teorici alle piante, dal black soap alle piastrelle – mentre altre sfiorano la formula visiva già riconoscibile, perfettamente decodificabile dal sistema dell’arte contemporanea. Proprio in questa oscillazione tra sincerità emotiva e consapevolezza del proprio ruolo nel mercato globale sta forse la tensione più interessante del progetto.
La tela finale, un dipinto inedito del 2025 collocato in uno spazio contemplativo, sembra chiedere allo spettatore non tanto di “capire” Johnson, quanto di misurare il proprio grado di vulnerabilità di fronte a un linguaggio visivo che vuole essere insieme politico, poetico e profondamente, inevitabilmente, istituzionale.
Lo Studio Museum di Harlem, storico punto di riferimento per l’arte di artiste e artisti di origine africana negli Stati Uniti e a livello internazionale, ha aperto la nuova sede al pubblico il 15 novembre con una giornata inaugurale dedicata alla comunità. Il nuovo edificio, di sette piani e circa 7.600 metri quadrati, è stato progettato dallo studio Adjaye Associates con Cooper Robertson come executive architect ed è il primo spazio, nei 57 anni di storia del museo, concepito espressamente per la sua missione e il suo programma.
Reso possibile da una campagna complessiva che ha raccolto oltre 300 milioni di dollari, il nuovo edificio permette allo Studio Museum di ampliare il servizio a un pubblico sempre più ampio e diversificato, potenziare le opportunità educative per tutte le età, espandere il programma di mostre di livello internazionale e consolidare il suo pionieristico programma di residenza per artisti.
Il museo riafferma il proprio ruolo non solo come istituzione espositiva ma come infrastruttura culturale e sociale radicata nel tessuto di Harlem, capace di mettere in relazione il quartiere con le geografie globali dell’arte nera contemporanea. La nuova sede diventa così una piattaforma ampliata per la sperimentazione curatoriale, la produzione di pensiero critico e la costruzione di comunità.
Thelma Golden, direttrice e principale curatrice dello Studio Museum di Harlem, sottolinea come questo momento sia il risultato di una lunga storia di visione e militanza culturale. Esprimendo una profonda gratitudine verso le fondatrici e i fondatori che nel 1968 ebbero il coraggio di immaginare il museo nel contesto tumultuoso di quegli anni, Golden riconosce il ruolo determinante di consigli di amministrazione, staff, sostenitori, artiste e artisti, curatrici e curatori, educatrici ed educatori, architetti, comunità e partner istituzionali della città di New York.
Nelle sue parole, la nuova sede rappresenta la casa a lungo sognata per una missione che oggi è più urgente che mai: sostenere e promuovere le pratiche degli artisti di discendenza africana, dando loro lo spazio fisico e simbolico necessario per incidere sul presente. Il nuovo edificio non è solo un contenitore, ma uno strumento che rende questa missione più incisiva, articolata e visibile.
Raymond J. McGuire, presidente del Consiglio di Amministrazione dello Studio Museum in Harlem, descrive il nuovo edificio come un’affermazione inequivocabile: Harlem conta, l’arte nera conta, le istituzioni nere contano. La nuova fase del museo non viene presentata come un esito scontato ma come il frutto di decenni di visione, responsabilità e fiducia. McGuire sottolinea che questo traguardo è stato possibile grazie alla generosità di una vasta comunità di donatori pubblici e privati, tra cui il board del museo che ha guidato la campagna, gli uffici del sindaco, il Department of Cultural Affairs, il New York City Council, l’ufficio della Manhattan Borough President, e numerose artiste, artisti, individui, aziende e fondazioni.
Il nuovo edificio diventa così anche un monumento alla solidarietà culturale e alla costruzione di istituzioni durature. Per Laurie Cumbo, Commissioner del New York City Department of Cultural Affairs, lo Studio Museum in Harlem è un vero e proprio landmark: un centro nevralgico non solo per il panorama culturale newyorkese, ma per l’arte e gli artisti neri nel mondo. Con l’apertura della nuova sede su 125th Street, la città guadagna un nuovo punto di riferimento per l’arte, la conversazione e la vita comunitaria.
La nuova sede dello Studio Museum in Harlem si configura dunque come un dispositivo culturale e politico al tempo stesso: un edificio che è dichiarazione di principio, infrastruttura per l’educazione e la ricerca, e luogo di ritrovo per una comunità che continua a ridefinire cosa significhi parlare di arte nera nel XXI secolo.
Il Jazz Museum di Harlem è un’organizzazione artistica senza scopo di lucro la cui missione è preservare, studiare e far vivere il jazz come patrimonio culturale fondamentale, rendendolo accessibile alle comunità locali e a visitatori da tutto il mondo.
Fuori dalla sua città d’origine, New Orleans, nessun luogo ha nutrito il jazz quanto Harlem. In questo quartiere hanno vissuto, composto e suonato figure leggendarie come Duke Ellington, Benny Carter, Thelonious Monk, Charlie Parker, Charles Mingus, Count Basie, John Coltrane e Billie Holiday, i cui suoni inconfondibili hanno risuonato per decenni lungo le strade, i club e le sale da ballo del quartiere. Il museo nasce proprio da questa storia, con l’obiettivo di trasformare Harlem in un punto di riferimento museale internazionale dedicato al jazz.
Oggi la tradizione continua: le nuove generazioni di musicisti jazz trovano ancora ad Harlem una casa per ricerche sonore contemporanee, in dialogo costante con la memoria di chi li ha preceduti. Il Jazz Museum in Harlem si propone di custodire e alimentare questo dialogo, sostenendo il jazz come linguaggio vivo, in continua trasformazione, capace di guardare tanto al futuro quanto al passato. Da qui l’importanza data alle molte residenze d’artista.
Alla guida del Jazz Museum in Harlem ci sono due figure di primo piano della scena jazz internazionale: il direttore d’orchestra, sassofonista e studioso Loren Schoenberg e il contrabbassista Christian McBride. La loro presenza unisce pratica musicale, ricerca storica e competenza curatoriale, garantendo al museo una programmazione che integri concerti, archivi, educazione e critica musicale.
Sotto la loro direzione, il museo si configura non solo come spazio espositivo, ma come laboratorio culturale: un luogo in cui si studiano le radici del jazz, si valorizzano le voci del presente e si immaginano i possibili futuri di questa musica, nel segno di una forte attenzione alle comunità afroamericane e alle loro storie. In questa visione, il museo non è soltanto un contenitore di memorie, ma un luogo dove il passato viene costantemente riletto attraverso performance, incontri, proiezioni e attività educative. Il jazz è presentato come una pratica culturale che continua a evolversi, capace di dialogare con altri linguaggi musicali, con le culture urbane contemporanee e con le trasformazioni sociali in atto.
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