PENCK, The battlefield (Il campo di battaglia), 1989, 2021 Pro Litteris Zurich
Il Museo di Mendrisio presenta una grande retrospettiva delle opere di A.R. Penck (1939-2017), a cura di Simone Soldini, Ulf Jensen e Barbara Paltenghi Malacrida, dal 24 ottobre al 13 febbraio 2022: 40 dipinti, 20 sculture, e piĂš di settanta opere su carta e libri dâartista.
E facile fraintendere lâopera di A.R. Penck. I suoi simboli, i geroglifici, le figurette di uomini stilizzati, testa e sesso in evidenza, fanno pensare a unâarte primitivista, infantile. Ma non è cosĂŹ. Almeno non era questa la sua intenzione. Il suo lavoro ha unâorigine tuttâaltro che spontaneista. Ă frutto di una riflessione filosofica, scientifica, politica se vogliamo, cominciata fin dal momento in cui cambia il nome (in realtĂ si chiama Ralf Winkler) e assume lo pseudonimo di A.R. Penck, preso in prestito da uno scienziato, biologo, a cui seguiranno altri pseudonimi, nomi e sigle varie. Anche per sfuggire al controllo dei servizi segreti sovietici.
Lâartista, fondamentalmente autodidatta, si propone qualcosa di ben piĂš complesso: inventare attraverso la pittura un elaborato sistema di comunicazione che sia in grado ÂŤdi rendere visibile la logica delle interazioni umaneÂť, un linguaggio concettuale, comprensibile a tutti, che riproduca il dialogo. Il suo interesse per la cibernetica, anticamera dellâIntelligenza Artificiale, è piuttosto sintomatico. Questo armamentario pseudo-filosofico lo battezza ÂŤStandartÂť, arte come presa di posizione (Stand) oppure stendardo, vessillo. La sua idea di partenza, abbastanza condivisibile, è che ognuno di noi pensa per immagini prima che per parole e prima ancora per ÂŤmoti astrattiÂť.
Penck nasce a Dresda, nella Germania Est, lui si definisce comunista, seppure in continua polemica col regime. Se il socialismo aspira a unâarte vicina al popolo, Penck, almeno allâinizio, condivide il principio, ma lo attua con uno stile, come abbiamo visto, schematico e originale, ispirato persino agli scarabocchi sui muri delle latrine. PiĂš popolare di cosÏ⌠Ma che la critica conservatrice della DDR non poteva apprezzare, legata comâera a una certa idealizzazione retorica del realismo socialista. Ovvio che non venga apprezzato in patria mentre in Occidente trova immediatamente molti estimatori.
Certamente Penck, che si può definire neo-espressionista alla stregua di Baselitz e Immendorff, è debitore dellâavanguardia storica (Malevich, Kandinsky, Picasso, DalĂŹ, Picabia, Duchamp) ma la reinterpreta come frutto di unâazione collettiva, mentre si tratta di esperienze individuali e ormai concluse. Le sue weltbildt (immagini universali) con i suoi omini stilizzati, bidimensionali, anonimi, con le mani alzate verso il cielo (per aspirare allâalto o per arrendersi?) spesso sono viste come sintesi stilistiche e non come ricerca di un nuovo sintetico mezzo di comunicazione come avrebbe voluto. La sua influenza su unâartista come Keith Haring è evidente.
E quando nel 1980 lascerĂ la DDR, la sua arte quasi per reazione diventerĂ monumentale. Il suo linguaggio formale scarno, fatto di ripetuti segni e figure simboliche e totemiche, si libererĂ in lavori di grande formato, come nellâincredibile The bettlefield, un acrilico su tela (quasi 35 metri quadrati) esposto nelle sale del Museo. Ma anche la scultura, che allâinizio partiva dallâutilizzo di materiali di uso quotidiano come scatole di cartone, bottiglie usate, carta stagnola, legno, si concretizza in un lavoro monumentale come il bronzo intitolato Ich Selbstbewusstsein (Io Autocoscienza), esposta nel chiostro.
Chi è allora questo artista, appassionato jazzista, molto interessato al ritmo, come dice lui stesso? Un mix di cose diverse. Ă dominato dallâastrattismo dei simboli, dal gusto per la caricatura, soggiogato da uno stile automatico, illusionista, ma anche portato allâoccultamento, alla destrutturazione, come se certi suoi tratti neri celassero informazioni essenziali, sgradite al regime. Penck, però, sembra obiettivo nel suo giudizio. Negli ultimi anni, definirĂ lâOriente un deserto e lâOccidente una giungla. La sua opera è forse lĂŹ a dimostrare il conflitto fra questi due mondi.
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