A Verona l’esperienza totale di Un bacio senza tempo

di - 22 Giugno 2025

Nel cuore di Verona, Un bacio senza tempo – la nuova opera immersiva firmata da Massimiliano Siccardi e Luca Longobardi, presenta al pubblico uno spazio di riflessione sensoriale e poetica sull’amore eterno, inteso come energia viva e necessaria. In scena dal 7 giugno al 21 settembre, Un bacio senza tempo non è soltanto un progetto artistico, ma un’opera totale in cui danza, musica, architettura, tecnologia e visual art concorrono all’unisono per proiettare lo spettatore in un’esperienza immersiva personale ma anche potenzialmente collettiva.

Voluta da Filippo Manfredi, direttore del Teatro Ristori, e prodotta da CREA Impresa Sociale, società strumentale di Fondazione Cariverona, l’opera segna una trasformazione strutturale e coraggiosa dell’identità teatrale, ridefinendo lo spazio scenico come luogo di sperimentazione multidisciplinare.

Chi conosce il lavoro di Siccardi e Longobardi – i due pionieri dell’arte immersiva che con Immersive Van Gogh hanno conquistato milioni di spettatori nel mondo – sa che i loro progetti non si accontentano di stupire. Non è mai un esercizio di stile o una prova tecnica: ogni opera nasce come un racconto che voglia parlare del nostro tempo. E per questo racconto Verona non è solo cornice ma parte del racconto. Evocata con l’uso di intelligenza artificiale a partire da immagini storiche e visioni pittoriche, la città diventa paesaggio mentale e sensoriale: una Verona “immaginaria”, stratificata, profondamente emotiva.

Visione dell’opera Un bacio senza tempo, Teatro Ristori, Verona. Courtesy Teatro Ristori

In questo scenario, Il bacio di Gustav Klimt si fonde con il mito shakespeariano di Romeo e Giulietta, in un dialogo di immagini e archetipi che attraversa secoli e stili. I due amanti — che si sfiorano, si cercano, ma non si baciano mai — incarnano un amore senza tempo «un’energia – come afferma Siccardi – che non ha forma ma solo vibrazione». Non a caso, l’opera si chiude su L’albero della vita, inno simbolico a un’armonia che trascende la morte e rigenera la speranza.

È qui che Un bacio senza tempo trova una delle sue espressioni più alte: nel compimento contemporaneo di un ideale wagneriano (e seccessionista), quello della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale. Non una giustapposizione di linguaggi, ma la loro integrazione in una visione organica. Immagini, suoni, danza, architettura scenica e narrazione si intrecciano come in un grande spartito polisensoriale. Il risultato non è solo l’immersione del pubblico in uno spazio digitale, ma la sua proiezione in un’esperienza emotiva che gli appartiene intimamente. Ogni spettatore, immerso nel flusso visivo e sonoro, è chiamato a costruire la propria idea di amore, a riflettere su cosa significhi, oggi, amare in modo puro e profondo.

L’opera si trasforma così in un gioco a tratti ipnotico, spesso rilassante, che annulla progressivamente i riferimenti con l’esterno per proiettare lo spettatore in una realtà “altra”, quasi onirica. Si entra nel teatro e si esce da un sogno: uno spazio sospeso dove tutto è simultaneamente presente e assente, dove le emozioni sono amplificate e il tempo sembra rallentare fino a scomparire. È un viaggio interiore che ognuno compie a modo proprio, spinto dalla sinestesia delle arti e dalla rarefazione del reale.

Visione dell’opera Un bacio senza tempo, Teatro Ristori, Verona. Courtesy Teatro Ristori

La musica è l’architettura invisibile su cui si regge l’intera opera. Luca Longobardi, compositore di formazione classica (allievo di Roberto De Simone), costruisce un paesaggio sonoro che attraversa secoli e linguaggi: da Verklärte Nacht di Schönberg, colonna vertebrale della Secessione Viennese, alla rilettura della Settima Sinfonia di Beethoven, passando per Brian Eno, Bowie (in versione tedesca con Heroes) e brani originali, come l’intensa Ariane, con il risultato di una partitura che guida l’emozione.

È nel momento più delicato e potente dell’opera che la visione del bacio si fa carne. Il passo a due tra Carola Puddu (presenza costante) e uno tra Alessandro Macario e Matteo Zorzoli si presenta come una sequenza sospesa, emotivamente trattenuta, come una tensione che non si scioglie: «Il bacio non arriva mai – spiega Siccardi – e proprio per questo resta eterno». La direzione coreografica firmata da Alessandra Celentano, in una rielaborazione dolente e poetica de Il cielo in una stanza di Gino Paoli, costruisce i movimenti come estensione fisica dell’atto narrativo, in cui il corpo si fa linguaggio.

Anche il teatro stesso cambia identità, e il confine tra spettatore e scena si dissolve progressivamente. Il Ristori non si limita a ospitare l’opera: la incarna, la attraversa, ne viene trasformato. La scena invade platea e galleria, il pubblico può salire sul palco, attraversare gli ambienti, immergersi fisicamente nello spazio narrativo. È un gesto di rottura: non più teatro come luogo della rappresentazione, ma come spazio della presenza. «Un teatro che respira con lo spettatore – sintetizza il direttore Filippo Manfredi – e si lascia trasformare». Una scelta che, per Manfredi, ha anche una portata pionieristica: «Nessun teatro nazionale ha mai ospitato un’installazione immersiva con questa intensità e durata. Un bacio senza tempo non è un evento, è un gesto culturale strutturale. Una trasformazione dell’identità teatrale, che apre alla contaminazione tra linguaggi e alla sperimentazione vera».

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