Ad Albissola la casa-utopia di Asger Jorn ospita i fossili in ceramica di Luca Trevisani

di - 2 Giugno 2026

C’è un luogo, sulle alture della Riviera Ligure di Ponente, dove la materia ha smesso di obbedire alle rigide leggi della geometria funzionale per farsi puro slancio vitale. Quella che oggi chiamiamo Casa Museo Jorn, incastonata tra i terrazzamenti di Albissola Marina, non è semplicemente un’architettura protetta o un contenitore prezioso di memorie d’avanguardia: è una travolgente, anarchica e visionaria opera d’arte totale, capace di incantare rigenerando a ritmo continuo e sempre diverso i linguaggi del contemporaneo.

Fuggendo le logiche iper-razionaliste del modernismo ortodosso, l’artista e teorico danese Asger Jorn — mente critica e co-fondatore del movimento CoBrA oltre che dell’Internazionale Situazionista — concepì la propria dimora ligure come l’esatto opposto di una machine à habiter. Per Jorn, la casa doveva essere una “macchina per esprimersi”, un presidio di spontaneità creativa eretto contro il grigiore dell’alienazione quotidiana.

Casa Jorn: poetica del frammento e rinascita delle “Murazze”

Giunto ad Albissola nel 1954, attratto dalla secolare tradizione figulina e da un milieu culturale che in quegli anni ospitava figure del calibro di Lucio Fontana, Enrico Baj e Piero Manzoni, Jorn acquistò tre anni più tardi due vecchi rustici semidiroccati nella località collinare dei Bruciati. Con l’aiuto fondamentale dell’amico e assistente locale Umberto Gambetta (“Berto”), l’artista iniziò un monumentale lavoro di riscrittura spaziale senza alcun disegno architettonico preventivo.

Nelle mani di Jorn, l’atto del restauro si è trasformato in un innesto continuo di pittura, scultura e assemblaggio. I muretti a secco tipici del paesaggio ligure hanno accolto frammenti di ceramiche policrome, scarti di fornace, tessere vitree e ciottoli marini, mutandosi in mosaici selvaggi. All’interno, lo spazio si fa labirintico tra pavimenti e pareti che ospitano colate di colore inframezzate a piastrelle dipinte; murales e graffiti che dialogano con la luce naturale delle finestre e il giardino mediterraneo circostante che accoglie sculture biomorfe nate dal marmo e dalla pietra.

Ogni angolo di questa proprietà esprime la filosofia del “vandalismo comparato” cara all’artista: un recupero istintivo e colto del mito popolare, in cui il folklore nordico incontra la luce accecante e la plasticità del Mediterraneo.

Il contemporaneo che pulsa: la sintassi porosa di Luca Trevisani a Casa Jorn

Lontana dall’essere un mausoleo nostalgico, la struttura — oggi parte integrante del MuDA (Museo Diffuso Albisola) e gestita scientificamente dalla Fondazione Museo della Ceramica di Savona — si conferma un polo culturale straordinariamente reattivo. A dimostrarlo è l’apertura della mostra personale di Luca Trevisani (Verona, 1979), intitolata Kotykeye. Curata dal collettivo genovese BLU – Breeding and Learning Unit e vincitrice del prestigioso Italian Council (XIII edizione), l’esposizione scardina la concezione statica del medium plastico trasformando il manufatto in una soglia porosa e reattiva, tesa tra indagine speleologica, archeologia antropologica e attivazione relazionale.

Trevisani ha lavorato direttamente sulle tracce e sulle impronte fossili dei passi di una famiglia preistorica conservate all’interno delle Grotte di Toirano. Questo processo di traduzione visiva e materica si è strutturato attraverso passaggi tecnici ben definiti partendo da calchi e materia. Non a caso le forme rupestri, originariamente impresse nell’argilla e nella roccia millenaria, sono state tradotte da Trevisani in sculture in ceramica ad alta porosità, permettendo così alla materia di assorbire, trasudare e interagire biologicamente con gli agenti esterni.

Da questo processo sono nate opere che custodiscono manifattura e sapere locale grazie alla produzione dei singoli pezzi avvenuta direttamente ad Albissola Marina all’interno del rinomato laboratorio La Casa dell’Arte, in un fitto corpo a corpo tecnico con il maestro ceramista Danilo Trogu. Questa collaborazione ha permesso di innestare la ricerca concettuale contemporanea sulle antiche metodologie delle manifatture albisolesi, modificando le costanti di cottura e di impasto.

Kotykeye, del resto, è una parola concettuale ed evocativa che simboleggia il punto di contatto, la frizione e la metamorfosi tra l’essere umano e la natura selvaggia. Non a caso il termine unisce idealmente la dimensione animale e la dimensione ancestrale attraverso quella che per Luca Trevisani rappresenta una “soglia di contatto”, una sorta di linea invisibile in cui la storia dell’uomo e quella della Terra si fondono e si trasformano a vicenda.

L’attivazione rituale: il banchetto performativo di Luca Trevisani

L’aspetto più dirompente della mostra risiede nella modalità con cui le sculture mettono in discussione lo statuto oggettuale dell’arte contemporanea. Le ceramiche non sono concepite per una contemplazione passiva, anzi. Sono state pensate come dispositivi d’uso.

Le opere vengono infatti “attivate” attraverso banchetti performativi e rituali di convivialità. Nel corso di queste azioni, il cibo si modella e si fonde con le cavità e le superfici ruvide delle ceramiche. Il gesto del consumo e l’interazione con sostanze organiche deperibili (liquidi, grassi, pigmenti alimentari) modificano la superficie stessa delle sculture, lasciando impronte temporanee su calchi di impronte permanenti. È un cortocircuito semantico che trasforma i residui in elementi scultorei, ricollegandosi alla storica fascinazione di Trevisani per le “nature morte in forma” e gli equilibri instabili della materia.

Una sponda internazionale che si conclude al Museo Madre

Mentre il display ligure attiva questo dialogo viscerale tra la pietra di Jorn e l’argilla fossile di Trevisani, il progetto (ospitato a Casa Jorn fino al 25 agosto 2026) si prepara ad entrare in modalità definitiva in seno alla collezione permanente del Museo Madre di Napoli.

Il tutto dopo aver varcato i confini nazionali. Forte di una solida rete istituzionale che unisce la Liguria alla Danimarca (grazie alle sinergie costanti con il Museum Jorn di Silkeborg), la ricerca di Kotykeye è stata oggetto di presentazioni performatiche internazionali in collaborazione con partner europei, tra cui il FRAC Corsica e il Nacionalni muzej moderne umjetnosti di Zagabria.

Visitare oggi la Casa Museo Jorn significa immergersi in una dimensione in cui l’arte non si limita a decorare la vita, ma coincide interamente con essa. Un monito cromatico e plastico che, a distanza di decenni, ci ricorda la necessità antropologica della meraviglia e dell’indisciplina creativa.

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