Ahmet Güneştekin, l’assenza come memoria: note a margine di un catalogo

di - 27 Settembre 2025

Chi prende in mano il catalogo di YOKTUNUZ non trova un semplice repertorio di immagini. Trova un organismo vivo, che pulsa della stessa energia che ha animato le sale della Gnamc – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma durante l’omonima mostra di Ahmet Güneştekin. Un volume che non si limita a registrare ciò che è stato ma che si fa esso stesso esperienza. È raro, nel panorama editoriale legato all’arte contemporanea, imbattersi in un catalogo che non abbia la funzione di accessorio ma di prolungamento reale, capace di custodire la memoria senza imbalsamarla.

Le pagine scorrono come superfici incise. Le fotografie non illustrano, vibrano. Raccolgono il nero scavato fino a liberare il colore, i soli a più occhi che osservano lo spettatore, i sarcofagi solcati da alfabeti spezzati. Non si ha la sensazione di guardare delle riproduzioni, ma di riattraversare un’esperienza. Perché la fedeltà non è solo ottica: è emotiva, è sensoriale.

È significativo che all’interno del catalogo sia presente la vicenda di Picco di Memoria. Scarpe recuperate da scenari di rovina, collocate nella Sala di Marte, scarpe che portavano con sé non solo l’impatto visivo ma anche un odore. Per alcuni un disturbo, per altri la chiave più autentica dell’opera. La rimozione non ha cancellato nulla: ha generato una trasformazione, con le scarpe raccolte in sacchi e disposte in cerchio. Nel volume questo passaggio è documentato non come nota marginale, ma come parte integrante del percorso. È qui che il catalogo rivela la sua natura più alta: non l’album di ciò che si è perso, ma la testimonianza di ciò che è mutato, di ciò che continua a interrogare.

Ahmet Güneştekin, Never There & Sarcophaguses of Alphabet. Installation view at GNAMC, Roma, 2025

A questo punto, le parole di Yaşar Kemal risuonano come un contrappunto necessario: «La memoria non è mai muta. Se la seppellisci, griderà dal sottosuolo. Se la dimentichi, ti cercherà nei sogni. E se la cancelli, tornerà come vento a scuotere le tue case». Il catalogo dimostra che la memoria non può essere sterilizzata. Anche quando le opere si trasformano, anche quando la materia viene spostata, ciò che conta resta, e torna a parlare.

I testi che accompagnano le immagini confermano questa vocazione. Sergio Risaliti, Paola Marino, Renata Cristina Mazzantini e Santa Nastro evitano tanto l’accademismo quanto la retorica: restituiscono la densità di un’esperienza vissuta. Non spiegano, testimoniano. Non semplificano ma accompagnano. In questo equilibrio si riconosce la qualità più alta di un catalogo: diventare a sua volta interpretazione, riflessione, spazio critico.

Ahmet Güneştekin, L’Umano, 2025, installazione, cm 160 x 700 x 160. Installation view

La scelta di collocare le opere di Güneştekin accanto a Canova, Balla, Martini non si perde nel volume: al contrario, diventa ancora più evidente. La fotografia dell’urto, del contrasto tra marmo levigato e materia ferita, tra eternità proclamata e frammento quotidiano, acquista forza sulla pagina. Non si tratta di conciliazione, ma di conflitto. E dal conflitto nasce la verità: che la bellezza autentica porta sempre con sé una cicatrice.

Il catalogo non dimentica di registrare anche la portata storica di questo percorso: l’ingresso di opere come The Seven-Eyed Sun 2G e Sarcophagi of the Alphabet nella collezione permanente della Galleria. Una scelta che non è mero dato curatoriale ma gesto simbolico, che il volume sottolinea con chiarezza: portare la memoria degli esclusi dentro il cuore del patrimonio comune.

Non va trascurato il fatto che Güneştekin, fin da giovane, abbia appreso dai dengbêj, narratori popolari curdi. È da quella radice che proviene la sua capacità di parlare ai sensi prima che alla mente. E il catalogo rispecchia questo principio: prima emoziona, poi spinge a riflettere. Non c’è ordine logico che preceda l’urto sensoriale, non c’è pagina che non richiami la concretezza dei corpi, degli odori, dei colori.

“Picco di Memoria”, la nuova installazione di Ahmet Güneştekin per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

In questo senso, il catalogo diventa esso stesso opera: non archivio ma viaggio, non appendice ma spazio in cui la mostra continua a vivere. Sfogliarlo significa attraversare ancora una volta l’assenza e scoprire che l’assenza non è mai vuoto, ma energia che insiste.

YOKTUNUZ vive nel suo catalogo con la stessa forza con cui ha abitato le sale del museo. Non consola, non addolcisce: interroga, graffia, restituisce. Ci ricorda che non c’è dolore senza odore, non c’è memoria senza corpo. E che ogni tentativo di censurare i sensi equivale a mutilare la verità.

Per questo, più che un volume editoriale, il catalogo di YOKTUNUZ è un atto di responsabilità. È la dimostrazione che l’arte, quando è sincera, non si lascia confinare nello spazio della mostra, ma continua a vivere, a trasformarsi, a interpellare. Un libro che non chiude, ma apre. Che non congela, ma rinnova. Che ci obbliga a riconoscere, anche tra le pagine, che l’assenza è sempre memoria, e che la memoria è sempre un dovere.

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