Hypnos di Pier Paolo Calzolari, installation view. Credits Sebastiano Pellion di Persano
Fino al prossimo 20 settembre la Galleria Franco Noero di Torino presenta la mostra Hypnos di Pier Paolo Calzolari. È in un certo modo un evento, perché si tratta della prima mostra di Calzolari con la Galleria Franco Noero. L’esposizione si concentra soprattutto, ma non solo, su una serie di opere pittoriche di grandi dimensioni, quasi tutte appartenenti all’ultima o recente produzione del Maestro.
Nato a Bologna nel 1943, ma cresciuto a Venezia, Pier Paolo Calzolari fu vicino al movimento dell’arte povera per un largo tratto della propria ricerca artistica, per poi parzialmente prenderne le distanze e approcciarsi all’arte da un punto di vista, in un certo senso, più trasversale per ricorso a materiali e linguaggi.
Le opere in mostra alla Galleria Noero hanno una evidente e forte qualità estetica, dove la parola “estetica” va però presa nel suo senso etimologico più profondo, che ha a che fare con l’aisthésis, l’immediatezza e concretezza della percezione e il conseguente rimando, però, a una dimensione concettuale complessa e spirituale. Il modo di usare il colore, ovvero la materia pittorica, proprio di Calzolari fa sì che ne venga esaltata e messa in luce la dimensione non solo cromatica, ma anche tattile, sensoriale e dinamica, perché capace di passare da uno stato ad un altro (per esempio con l’uso del ghiaccio colto nell’atto del suo farsi). E tuttavia l’aspetto spirituale è dominante, quasi che nel dialogo con la materia l’artista si faccia alchimista e sciamano insieme, alludendo a un mondo altro, che è tuttavia molto presente e vivo attraverso le opere.
Lungo il percorso espositivo veniamo in contatto con una trasversalità di linguaggi, materiali e cromatismi. Tutto però va letto secondo un comune vocabolario, perché è come se la ricerca dell’artista andasse a scegliere di volta in volta il materiale più adatto a rendere conto del procedimento a cui l’opera tende, o meglio è, sia esso colore, ghiaccio o sale. La pittura diventa allora una pratica potenzialmente molto estesa, una sorta di danza per gli occhi e per l’anima, in cui colori, forme e materiali anche tra loro molto diversi, incorrono in un processo di trasformazione, quasi tendessero ad una sorta di metaforico “oro alchemico” che in effetti avviene all’interno dello spazio mentale e spirituale aperto dall’operare artistico. E il riferimento all’alchimia non è peregrino, ma molto presente anche nella scelta degli elementi e delle forme a cui Calzolari ricorre.
La pittura, il quadro, qui è sempre non solo il risultato di un processo, ma è essa stessa un processo in atto, un procedimento che cogliamo nel suo eterno farsi e disfarsi, così come si fa e disfa la materia, come il ghiaccio si solidifica e si scioglie, in un’infinita danza, o canto, eterno ritorno o alternanza di solve et coagula.
In questo senso Pier Paolo Calzolari si pone insieme dentro e fuori quello che fu il movimento dell’arte povera. Dentro perché storicamente prende le mosse da lì e vi appartiene, e fuori perché se ne distanzia, approdando a materiali e scelte compositive personalissime e non riconducibili ad alcuna sintassi prestabilita da terzi (e, naturalmente, va detto che questo vale per molti dei cosiddetti poveristi, ciascuno a suo modo e secondo la propria personalissima ricerca).
Di fronte a ciascuna opera di Pier Paolo Calzolari è bene, così, tenere metaforicamente aperti tutti e due gli occhi. Se da un lato siamo conquistate e conquistati dall’armonia e dall’equilibrio delle forme e dei materiali, dall’altro è bene non fermarsi qui. Ciò che è più importante accade, infatti, a un occhio più attento. L’opera si pone, allora, davanti a noi come qualcosa di vivo, colto nell’atto del suo compiersi. Ogni opera è opera in senso letterale, allora, intendendo il termine come sostantivo (magari con la “O” maiuscola), ma anche come verbo. È un’opera che è danza e voce, stimolo sensoriale a tutto tondo, con una qualità al contempo attiva e passiva, perché capace di pathos.
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