Per Alessandro Giannì, la pittura accade quando l’immagine incontra lo sguardo

di - 17 Febbraio 2026

Una mostra personale non è mai soltanto una sequenza di opere: è un momento di esposizione e, insieme, di ascolto. È il tentativo di rendere leggibile – senza semplificarlo – un processo che continua a muoversi, a trasformarsi, a interrogare il proprio tempo. La prima personale di Alessandro Giannì alla Galleria Mazzoli di Modena si è collocata esattamente in questa prospettiva, non come punto di arrivo ma come stato attuale di una ricerca. Le opere esposte hanno condensato un lavoro che attraversa immagini generate digitalmente, archivi visivi, sistemi tecnologici, per approdare infine alla pittura come luogo di rallentamento e di verifica. La tela non è qui una soluzione ma una soglia: uno spazio in cui l’immagine contemporanea viene trattenuta, resa opaca, restituita a un tempo più lungo, capace di accogliere la trasformazione.

Abbiamo incontrato il curatore Lorenzo Madaro e l’artista Alessandro Giannì per riflettere insieme su questa personale, intesa come momento di sintesi provvisoria, come luogo di passaggio in cui il lavoro dell’artista e lo sguardo curatoriale si incontrano in una conversazione aperta.

Alessandro Giannì nel suo studio, Photocredit Alessandro Giannì

Una mostra personale è spesso un momento di esposizione, ma anche di ascolto. Nel costruire questa mostra di Alessandro Giannì, quale pensiero sul suo lavoro ha sentito affiorare con maggiore insistenza?

Lorenzo Madaro «Ho conosciuto il lavoro di Alessandro Giannì alcuni anni fa tramite Emilio e Francesco Mazzoli, che l’hanno scoperto quando lui, giovanissimo, si affacciava sulla scena romana con un approccio insieme autonomo, quindi originale, ma anche molto rigoroso nel suo orientamento verso la pittura.

La mostra, che è affiancata da un mio saggio e da un dialogo tra l’artista e Giuliana Benassi, curatrice romana che stimo particolarmente per la sua militanza, è stata costruita dall’artista nel suo studio di Roma come sviluppo ulteriore di una pratica di riflessione dentro la radice stessa delle immagini provenienti dalla storia dell’arte, ma con delle complessità anche processuali oggi molto rare nella pittura italiana. Il mio pensiero, nei suoi confronti, è di attenzione, anche perché considero Alessandro uno dei più bravi artisti italiani della sua generazione, per la sua capacità generativa di nuove immagini e per tutti i presupposti che sono alla base della loro stessa creazione.

In un momento come questo in cui procreiamo tutti costantemente immagini, anche davanti alle opere d’arte nei musei, Alessandro Giannì ci fa comprendere quanto il tempo del pensiero e del fare siano un fattore primario per riflettere sull’arte e la vita».

Alessandro Giannì, veduta della mostra, Galleria Mazzoli, Modena, 2026, ph. Rolando Paolo Guerzoni

Gli spazi della Galleria Mazzoli portano con sé una memoria lunga, fatta di stratificazioni e di presenze. In che modo questa memoria ha dialogato con una pittura che nasce nel tempo instabile dell’immagine contemporanea?

LM «La Galleria Mazzoli è il tempio della pittura italiana e internazionale nel nostro Paese e non solo. Le mostre di Basquiat, Schifano, Paladino, Chia, Cucchi, Katz, Halley e molti altri giganti – De Dominicis, Salvo, soltanto per citarne altri due fondamentali – sono delle memorie con cui bisogna fare i conti ogni volta che si varca la soglia della galleria fondata negli anni Settanta dal grande Emilio.

Perciò immagino che anche per Alessandro Giannì varcare quella soglia abbia significato provare una certa emozione, ma anche un’ampia dose di responsabilità verso questa straordinaria storia della pittura che spesso Emilio ha intercettato con lucida lungimiranza in anni lontani e che oggi con i suoi figli continua a sostenere».

Il percorso espositivo sembra evitare ogni forma di dichiarazione perentoria, lasciando che le opere respirino. Quanto è importante, per lei, che una mostra sappia trattenere, più che spiegare?

LM «Le spiegazioni sono fatte per la scuola, per i manuali, per i turisti. Una mostra deve porre invece delle domande e sono convinto che osservando attentamente la personale di Alessandro in corso in Galleria Mazzoli si vada via con molti quesiti nella testa. Alessandro sta dando un contributo importante alla pittura italiana del nostro tempo e presto se ne accorgeranno in tanti».

Alessandro Giannì, veduta della mostra, Galleria Mazzoli, Modena, 2026, ph. Rolando Paolo Guerzoni

Nel lavorare a questa personale, c’è stato un momento in cui ha avuto la sensazione che il lavoro di Giannì le chiedesse non di essere interpretato, ma semplicemente accompagnato?

LM «Quando Francesco e Emilio Mazzoli mi hanno coinvolto, ho accettato immediatamente di scrivere un saggio per il catalogo edito dalla galleria, ma ho cercato altresì di dialogare costantemente con Alessandro, anche se in realtà il nostro dialogo a distanza va avanti già da qualche tempo. Ma la mostra è stata l’occasione per riprenderlo, per approfondirlo, per ripensarlo. Alessandro ha una personalità molto riservata ma anche molto meditativa.

Ci siamo ritrovati a ragionare assieme di pittura, amiamo una certa storia dell’arte, e una certa postura della pittura italiana degli anni Ottanta che oggi andrebbe nuovamente riletta e riportata nel contesto internazionale. Amiamo Schifano, amiamo alcuni artisti che hanno lavorato intensamente negli anni Ottanta, penso a Mimmo Paladino, di cui sto preparando una mostra a Palazzo Citterio a Milano che sarà inaugurata nel maggio prossimo su iniziativa della Pinacoteca di Brera.

Alessandro ha la testa nella pittura, io da parte mia posso soltanto ascoltarlo e compiere una parte del suo viaggio accanto a lui, senza pretendere di interpretarlo, ma stabilendo un dialogo serrato, che è quello che mi interessa di più nell’arte quando lavoro con gli artisti a stretto contatto».

Alessandro Giannì, veduta della mostra, Galleria Mazzoli, Modena, 2026, ph. Rolando Paolo Guerzoni

Guardando al panorama più ampio della pittura contemporanea, questa personale le sembra aprire una possibilità di continuità o di trasformazione nel modo in cui oggi pensiamo l’immagine dipinta?

LM «Il lavoro che da alcuni anni in solitaria porta avanti Alessandro Giannì è sorprendente anche per ciò che viene prima dell’esecuzione stessa dell’opera: le composizioni che disegna e poi dipinge sulle superfici delle sue opere sono generate virtualmente grazie a un software personalizzato che rielabora dati attraverso l’intelligenza artificiale.

Emerge così una mappatura intenzionalmente asistematica, sregolata, straordinaria e soprattutto inaspettata di tante possibili storie dell’arte. Il plurale è d’obbligo riflettendo sulla ricerca di Alessandro Giannì, perché l’artista nel suo lavoro non avanza mai un percorso nostalgico di revival: nel suo caso non sussistono rigurgiti di pittura colta, citazionismi vari o riproposizioni fini a sé stesse della grande storia dell’arte che appare e scompare sui manuali e che lui ben conosce perché è anzitutto un osservatore impaziente e incontenibile.

Giannì, distanziandosi da queste storie e da questi approcci e comprende, da uomo contemporaneo qual è, i confini e gli spazi d’azione dell’arte in questo nostro tempo, individuando nell’intelligenza artificiale parte di un dibattito persistente attorno ai suoi utilizzi e alle sue prospettive nei diversi campi della vita e del sapere».

Alessandro Giannì, veduta della mostra, Galleria Mazzoli, Modena, 2026, ph. Rolando Paolo Guerzoni

Guardando riunite queste opere, ha avuto la sensazione di rivedere il suo lavoro dall’interno o, al contrario, di scoprirlo da una distanza nuova?

Alessandro Giannì «Cerco sempre di osservare il mio lavoro a distanza, soprattutto dopo che il lavoro è uscito dallo studio. Vedere le opere allestite con il giusto ritmo, fuori dal caos, è il miglior modo per farlo: non pensi più alle modifiche che potresti o dovresti fare, ma ti soffermi ad osservare l’insieme di quello che hai partorito, e questo diventa nutrimento per i prossimi lavori. È come se il lavoro iniziasse a camminare e ad avere una sua autonomia. Questo sguardo a distanza diventa una spinta, un’apertura verso ciò che verrà dopo».

Il suo processo attraversa immagini che nascono rapide e si consumano in fretta, ma trova nella pittura un tempo diverso. Cosa accade, per lei, quando l’immagine si ferma e diventa materia?

AG «Smette di essere solo un’apparizione e comincia a vivere nella nostra realtà, che percepiamo solo in minima parte. La pittura costringe l’immagine a restare, a prendere peso, a convivere con il tempo: è un po’ come il corpo per la coscienza. Per me è un’opportunità, perché l’immagine non può più sparire subito e io sono obbligato ad attraversarla, a sostarci dentro, e gli altri hanno la possibilità di interagisci. La pittura, in questo senso, è un luogo di mutazione e di verifica continua, non di conferma».

Alessandro Giannì, Il vuoto divora il tempo (Disvelamento), 100x300cm, 2025, ph. Rolando Paolo Guerzoni

Nelle sue opere si percepisce una tensione continua tra apparizione e dissoluzione. È in questo spazio instabile che riconosce il luogo più autentico del suo lavoro?

AG «Mi interessa lavorare proprio lì. C’è un momento in cui l’immagine incontra lo sguardo, come un’apparizione, e un altro in cui continua a lavorare dentro chi la osserva, anche quando non è più davanti agli occhi, trasformandosi.
Quello che mi affascina è questo secondo tempo, quello meno visibile, in cui l’immagine si trasforma, cambia forma e significato, si deposita nella memoria. È in questo passaggio, tra presenza e permanenza, che sento il lavoro continuare a esistere».

Nel suo lavoro sembra esserci una fiducia profonda nel fatto che l’immagine possa ancora trasformare chi la guarda, non per persuasione ma per risonanza. Pensa che l’arte oggi abbia ancora il compito – silenzioso ma necessario – di accompagnare una trasformazione dello sguardo, prima ancora che del pensiero?

AG «Sì, credo che l’arte possa ancora fare questo, perché non chiede adesione né spiegazione. L’immagine non convince, non argomenta: entra in risonanza. E quella risonanza, se avviene, cambia lo sguardo e, di conseguenza, il pensiero. In un tempo così rumoroso, forse il compito dell’arte è proprio quello di lavorare in silenzio, agendo in profondità».

Alessandro Giannì, Lo sguardo che crea, 130x300cm, 2025, ph. Rolando Paolo Guerzoni

Dopo aver attraversato questa personale, sente che qualcosa nel suo modo di pensare la pittura – o il tempo che la abita – si sia leggermente spostato, anche solo impercettibilmente?

AG «Questo spostamento di cui parli è un’evoluzione che avviene dopo ogni istante della vita quotidiana e non ha necessariamente a che fare con una mostra. Di certo, però, la mostra dà modo di riflettere e osservare con una certa distanza il proprio lavoro, anche valutando la percezione del pubblico, che è uno sguardo ulteriore e molto sfaccettato, che diventa parte del processo e contribuisce a spostare, anche solo impercettibilmente, il modo in cui continui a pensare il tuo lavoro».

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