Alla Biennale di Lione 2026 si riscoprirà l’economia poetica di Robert Filliou

di - 11 Febbraio 2026

Il modo in cui pensiamo, organizziamo e rappresentiamo le economie: la prossima Biennale d’arte contemporanea di Lione prenderà forma attorno a un nodo tanto strutturale quanto urgente, teso tra economia reale e immaginazione poetica. Dopo l’annuncio, lo scorso anno, della nomina di Catherine Nichols alla curatela, sono ora stati diffusi i dettagli del progetto che animerà la 18ma edizione, dal 19 settembre al 13 dicembre 2026.

Fondata nel 1991, la Biennale di Lione è tra i più rilevanti appuntamenti internazionali dedicati all’arte contemporanea in Europa. Alterna la Biennale d’arte contemporanea – sotto la direzione artistica di Isabelle Bertolotti – alla Biennale della danza, guidata da Tiago Guedes. Nel corso degli anni ha ospitato curatori come Hans Ulrich Obrist e Hou Hanru (2007), Gunnar B. Kvaran (2013), Ralph Rugoff (2015), Emma Lavigne (2017), Jean de Loisy (2019) e Till Fellrath e Sam Bardaouil (2022), con l’ultima edizione curata da Alexia Fabre che ha registrato una media di 285mila visitatori nelle sedi espositive e circa 2,7 milioni di persone raggiunte dalle installazioni nello spazio pubblico, confermandosi come laboratorio di modelli espositivi e riflessioni critiche.

Nathan Coley, There will be no miracles Here, 2006. Installation view. Courtesy the artist, The Page Gallery Seoul. Photo: Margherita Caselli

Curatrice e scrittrice di origine australiana, con base a Berlino, Catherine Nichols ha costruito una pratica che intreccia arte contemporanea, storia culturale e ricerca interdisciplinare. È stata curatrice di Manifesta 14 Prishtina nel 2022 e attualmente è curator presso Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart. La sua pratica si distingue per un’attenzione rigorosa al contesto, alla costruzione narrativa e alle relazioni tra opere, luoghi e pubblici.

Il suo progetto curatoriale per la Biennale di Lione 2026 assume come punto di riferimento i Principes d’économie poétique (1976) di Robert Filliou (1926 – 1987), autore francese spesso associato al Fluxus e che si presentava come un facilitatore di pensiero, piuttosto che come artista. Membro del Partito Comunista Francese e inviato delle Nazioni Unite in Corea, Filliou ebbe diversi contatti anche con Jannis Kounellis e Mario Merz e nella sua ricerca univa linguistica, economia ed ecologia, intrecciando pratica creativa e riflessioni sui sistemi di produzione.

Robert Filliou, EINS. UN. ONE…, 1984, Coll. MAMCO

L’intera opera di Robert Filliou è guidata da una reinterpretazione dei Principi di economia politica di John Stuart Mill, economista e pensatore liberale britannico del XIX secolo, come Principi di economia poetica. Questi principi non si basano su criteri capitalistici ma su una teoria del valore che mira a creare una nuova «Arte di vivere». Ispirandosi agli scritti di Charles Fourier, pensatore progressista del XIX secolo fortemente critico verso i fallimenti e le ingiustizie del libero mercato, Filliou cercava di introdurre le categorie di vitalità, desiderio e gioia nelle equazioni economiche dei sistemi produttivi, al fine di riconnettere l’umanità con i processi dell’armonia universale.

Robert Filliou, 1926-1987 (FR) The Frozen Exhibition (Hat Object), 1972

«La creazione permanente della libertà permanente», come la definisce Filliou, tende verso finalità e strumenti che si avvicinano al «Segreto dell’armonia» teorizzato da Fourier, alla pedagogia sperimentale avviata da Célestin Freinet nei primi anni Trenta del Novecento e alle proposte artistiche e politiche di Joseph Beuys, per il quale «Il vero capitale è la mente»: creatività e spiritualità diventano così veicoli di una possibile «terapia per l’organismo sociale», di una rinnovata «Plasticità sociale».

Per Filliou, allora, «La creazione permanente è un’opera collettiva. Non può essere perfetta a livello dei suoi componenti», precisava, «Ma solo nel suo insieme, non appena un numero crescente di persone la mette in pratica». I diversi Centri di Creazione Permanente – come La Cédille qui Sourit e il Poïpoïdrome – hanno dato forma concreta a questa intenzione, attivando spazi di comunicazione e condivisione capaci di rendere operativa una dinamica realmente collettiva.

A partire da questa matrice teorica, dunque, la Biennale di Lione 2026 esplorerà come le pratiche artistiche si confrontino con la vita economica attraverso lavoro, scambio e cura ma anche attraverso le modalità attraverso cui cui il valore viene prodotto, distribuito e compreso. «È impossibile ignorarlo: riflettere sul cambiamento sociale e politico difficilmente procede senza prestare attenzione alle relazioni economiche», racconta Nichols. «Ispirata alle riflessioni dell’artista-economista Robert Filliou su come le economie vengono immaginate e organizzate, questa edizione della biennale indaga pratiche che esaminano le forme consolidate di scambio e cooperazione e considerano come potrebbero essere altrimenti. In una città rinomata per la sua influenza commerciale e industriale, si interroga su come l’arte possa rendere visibili i presupposti che stanno alla base della vita economica e aprirli alla negoziazione».

Bastien David, Sensitive, 2024. Installation view Les Grandes Locos. Courtesy the artist. Photo: Jair Lanes

Come anche per le altre edizioni, la Biennale di Lione 2026 si svilupperà in diversi siti emblematici della città. Opere contemporanee dialogheranno con lavori storici, materiali d’archivio e oggetti, costruendo un sistema di rimandi che colloca la pratica artistica nell’ambito di condizioni politiche, sociali e materiali più ampie.

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