Lee Ufan, Relatum (formerly Iron Field ), 1969/2019. Installation photo, Dia Beacon, New York. © Lee Ufan/Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Photo: Bill Jacobson Studio, New York
A maggio, Venezia diventa punto centrale del sistema dell’arte contemporanea mondiale: tra le grandi mostre che accompagneranno l’apertura della 61ma Biennale d’Arte e che si dipaneranno in tutta la città per l’occasione, ci sarà anche una grande mostra dedicata interamente a Lee Ufan, uno degli artisti asiatici del secondo Novecento più riconosciuti a livello internazionale.
L’esposizione, evento collaterale ufficiale della Biennale, aprirà le sue porte il 9 maggio e rimarrà visitabile fino al 22 novembre 2026. La personale si svilupperà negli spazi, recentemente restaurati da David Chipperfield, del San Marco Art Center – SMAC, un’infilata di otto sale situate negli edifici delle Procuratie.
Il progetto espositivo è promosso dalla Dia Art Foundation e curato da Jessica Morgan, direttrice dell’istituzione newyorkese. Sviluppata in stretta collaborazione con l’artista sudcoreano, la mostra ripercorrerà oltre 60 anni della sua ricerca, attraverso un’attenta selezione di dipinti storici e recenti, sculture, installazioni di grande scala e una nuova commissione sitespecific concepita per gli spazi veneziani.
«L’impatto e l’importanza del lavoro di Lee sono incalcolabili», ha dichiarato la curatrice Jessica Morgan. «Le opere presentate metteranno in luce i principi che attraversano tutta la sua pratica – il gesto, l’intervallo, l’equilibrio e la tensione spaziale – che continuano a definire la sua ricerca».
In parallelo, la Dia Art Foundation presenterà anche un secondo progetto alla Dia Beacon, nello Stato di New York: i due appuntamenti sono pensati come un doppio omaggio alla carriera dell’artista che, proprio nel 2026, festeggerà i suoi 90 anni, e mirano a metterne in evidenza la rilevanza internazionale attraverso contesti espositivi differenti ma idealmente connessi.
Nato nel 1936 a Gyeongsangnam-do, in Corea del Sud, Lee Ufan si trasferì ancora giovane in Giappone, dove studiò filosofia alla Nihon University di Tokyo: una formazione teorica che segnerà profondamente la sua produzione artistica e la sua attività critica.
Alla fine degli anni Sessanta emerse come una delle figure centrali del movimento giapponese Mono-ha, letteralmente “Scuola delle cose”. Proprio negli stessi anni in cui in Italia si sviluppa l’Arte Povera, gli artisti associati a Mono-ha lavorano con materiali elementari come pietra, acciaio, vetro o terra, spesso presentati in combinazioni essenziali che mettono in evidenza le relazioni tra gli elementi e la loro trasformazione.
Al tempo stesso, Lee Ufan è considerato una figura chiave della Dansaekhwa, la pittura monocroma coreana sviluppatasi negli anni Settanta e caratterizzata da gesti ripetitivi, superfici essenziali e da un’attenzione quasi meditativa al processo pittorico.
La sua pratica, che comprende pittura, scultura, installazione e scrittura teorica, si fonda sempre e comunque su una concezione relazionale dell’opera d’arte, intesa come campo di tensioni tra materiali, struttura, spazio e spettatore. Le sue sculture combinano spesso pietre naturali e lastre d’acciaio, mentre nei dipinti delle serie From Line e From Point il gesto pittorico si riduce a segni minimi che scandiscono il tempo della visione.
Negli ultimi decenni il suo lavoro è stato oggetto di importanti retrospettive internazionali e, nel 2010, è stato ufficialmente inaugurato il Lee Ufan Museum di Naoshima, progettato dall’architetto Tadao Ando.
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