MUVEC - Casa delle contemporaneità, Mestre, foto Nico Covre
Si tratta del primo museo di arte contemporanea in terraferma. Sì, perché al di là del ponte che porta a Venezia e alla storica istituzione de La Biennale, c’è un tessuto sociale in rapida evoluzione che negli ultimi anni ha sviluppato con forza sempre maggiore la propria identità culturale. Aprire un nuovo polo della contemporaneità a Mestre rappresenta una sfida da numerosi punti di vista, che il MUVEC – Casa delle Contemporaneità ha voluto abbracciare con una proposta chiara e obiettivi di carattere non solo artistico, ma anche sociale e civico. Arrivando nel piazzale Candiani, un nuovo ingresso e una passerella sopraelevata conducono verso una nuova area di accoglienza situata al secondo piano. Qui parte il percorso della collezione permanente, che rilegge il periodo dal Dopoguerra a oggi attraverso tre sezioni, Ricostruzione, Costruzione e Decostruzione, nella volontà di sondare attraverso l’arte gli interrogativi più profondi del Secolo Breve. In mostra, opere di grandi maestri, da Emilio Vedova a Joseph Kosuth, passando per Gastone Novelli, Arman, Renato Birolli, Armando Pomodoro, Claudio Parmiggiani, Michelangelo Pistoletto, Tony Cragg e Bill Viola, mentre il terzo piano ospita le esposizioni temporanee. Un avamposto che si lega a un’ampia rete culturale che comprende l’Emeroteca dell’Arte, la Casermetta 9 di Forte Marghera e la futura factory del Palaplip, contribuendo alla formazione di un distretto della produzione artistica. Ne abbiamo parlato con Elisabetta Barisoni, Dirigente Area Musei e MUVE a Mestre, alla guida di tutta l’operazione.
MUVEC – Casa delle Contemporaneità: perché già dal titolo la parola “contemporaneità” è declinata al plurale?
«Non esiste una sola versione della contemporaneità. E non necessariamente dovevamo avere la parola “arte”, dal momento che “le contemporaneità” sono già delle visioni sul mondo. Per me era importante aprirci a diversi di storie e audience. L’arte contemporanea non è immediata per il grande pubblico. A Venezia ci sono perlopiù turisti, mentre qui abbiamo i residenti e i mestrini. È un territorio attraversato da forti cambi di residenzialità, comunità che sono arrivate nel tempo, di prima e seconda generazione. Noi per questioni storiche arriviamo con un portato culturale occidentale, pensiamo alle collezioni civiche composte, fino al 1968, dalle acquisizioni delle biennali, tradizionalmente di artisti uomini, bianchi e occidentali. Però qui abbiamo avuto la possibilità, con le donazioni degli ultimi 10 anni, di ampliare le provenienze geografiche e culturali, ed è un processo che non può che espandersi nel futuro».
Parliamo di pluralità e lo facciamo partendo da un caso studio specifico che è Mestre, la città in cui il museo si radica. In che modo rappresentate e accogliete le diversità del territorio?
«È stato un passaggio graduale. Abbiamo cominciato nel 2016 con una serie di mostre al Centro Culturale Candiani che rendeva omaggio alla forte tradizione artistica mestrina e del territorio. Mentre a Venezia è impensabile costruire qualcosa ex novo, Mestre aveva rappresentato, specialmente negli anni ’70 e ‘80, l’obiettivo architettonico, l’utopia di trasformare la città-dormitorio nella città moderna. Mestre è stata storicamente anche una città di sinistra, dove sono nati movimenti importanti intellettuali e culturali. Oggi si incrociano tanti livelli di città, da quella dei lavoratori alla parte più culturale. Quelle che accolgono il visitatore all’ingresso della Casa delle Contemporaneità sono le 21 lingue più parlate dalle comunità che abitano qui. È importante definire un’identità abbracciando quella esistente e farla conoscere anche alle nuove generazioni di immigrati».
Quindi avete preso delle opere dai depositi di Ca’ Pesaro e li avete portati in terraferma, dando vita a un nuovo museo. L’opera meno recente è un Vedova del 1948 e l’arco si estende fino a opere prodotte negli ultimi anni. L’intenzione però è di “animare” questa collezione, dandogli una lettura più inerente all’attualità. In che modo?
«Non volevo fare un museo strettamente cronologico né la brutta copia di Ca’ Pesaro. Fin dall’inizio abbiamo lavorato a un museo che rispettasse gli standard più contemporanei dal punto di vista anche sociale. Abbiamo visitato realtà di Rotterdam, Copenaghen, Lubiana, per avere come paragone contesti vivi, con tanti giovani e tante provenienze diverse. Da qui è nata l’idea di non focalizzarci su un percorso solamente cronologico. Le tre sezioni in cui è diviso il museo – Ricostruzione, Costruzione e Decostruzione – sono sicuramente concetti difficili ma che volevamo spiegare in modo semplice, dando al visitatore la possibilità di compiere un percorso più libero, affezionandosi ad alcuni periodi e ad alcuni artisti. Sul muro si possono trovare delle domande che guidano e provocano, mentre sotto ciascuna opera ci sono maggiori approfondimenti per chi desidera fruirne. Per noi il vero successo sarebbe che, attraverso questo approccio, riuscissimo ad attirare persone che non hanno mai frequentato i musei e che potessero cominciare da qui».
Non solo depositi di Ca’ Pesaro. La collezione del MUVEC è fatta anche da donazioni e provenienze diverse. Quali sono?
«Ci sono opere provenienti dalla donazione di Gemma Testa e da quella di Panza di Biumo. Poi Ivan Novelli, figlio di Gastone Novelli che ci ha donato due opere; lo stesso ha fatto l’artista Cristian Fogarolli. Abbiamo anche un’opera di Alexandre Kyungu, donata a seguito di un progetto di residenza in Congo, culminata con una piccola mostra a Ca’ Pesaro. Considero lo scambio di opere una risorsa e la rete di musei da questo punto di vista rappresenta un sistema organico e permeabile».
Oltre alle premesse teoriche, l’accessibilità è una priorità per il museo anche nei fatti?
«Non abbiamo diviso i bagni tra maschi e femmine, abbiamo inserito al loro interno il numero del centro antiviolenza, ci siamo dotati di baby pit stop per l’allattamento e per il cambio dei pannolini, abbiamo messo la distribuzione gratuita degli assorbenti e dei tamponi. Inoltre, nelle sale ci sono delle ampie sedute. Mi immagino una popolazione che sta invecchiando e che si possa godere l’aria condizionata e le panchine guardando fuori verso il verde d’estate, quando le nostre città diventano torride. Possono sembrare cose banali, ma in Italia non le fa quasi nessuno. Noi le abbiamo viste nei musei nordici, abbiamo voluto adottare quelle misure che facessero sentire le persone a casa».
Qual è, in definitiva, il messaggio che volete dare al vostro pubblico?
«Che non bisogna essere esperti di arte contemporanea per stare al MUVEC, non c’è bisogno di saperne così tanto per amare qualcosa. Sono tante le categorie di persone, immigrate o italiane, che non si sentono in diritto di entrare in un museo. Qui io spero che le persone, sentendosi a casa, sviluppino una curiosità, un’apertura».
L’apertura di questo nuovo museo ci fa pensare anche alla ricchezza del patrimonio artistico e alle sue immense possibilità. La collezione attuale manterrà sempre questo aspetto o avrà la possibilità di mutare nel tempo?
«Sì, potremo rinnovare l’allestimento, fare dei focus su alcuni artisti. Appena si apre un nuovo museo arrivano tantissime proposte di artisti che si propongono. Le linee espositive da esplorare nel futuro saranno sicuramente numerose».
Oltre a essere un museo che ha una storia artistica recente il MUVEC ha all’attivo un centro di produzione contemporanea. In che modo questo potrà contribuire ad ampliare le vostre collezioni?
«Abbiamo i giovani residenti che poi vengono ospitati nelle collettive, alla Bevilacqua La Masa e negli spazi delle Casermette. Poi ci sono le acquisizioni, che permettono loro di entrare nelle collezioni civiche. Per me questo rappresenta un sistema di valorizzazione, ma anche un modo di dare vitalità alla produzione italiana e non solo. Portare il contemporaneo a Mestre è stata una grande sfida a causa della vicinanza con Venezia e la Biennale. La città può però diventare una rampa di lancio e un distretto culturale dall’identità fortemente connotata. Personalmente, come direttrice sento una grande responsabilità verso la ricaduta sociale del nostro lavoro, soprattutto in termini di apertura e condivisione del patrimonio».
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