Veduta della mostra (Dominique Gonzalez-Foerster, Metapanorama I, II, III, 2023 e Katerina Kovaleva â Memory table, 2025). Courtesy Fondazione Merz. Foto Andrea Guermani
La cultura si sveste e fa apparire la guerra, è il sottotitolo del secondo capitolo di Push The Limit, in corso fino al 1° febbraio 2026. Partendo dal pensiero di Mario Merz, le porte della fondazione torinese si aprono con una collettiva di 19 artiste. La maggior parte di loro lavora da anni sullâurgenza dei conflitti, sui diritti umani violati, condividendo la propria visione attraverso il potere indipendente dellâarte e la sua capacitĂ di varcare con naturalezza i limiti dellâordinario. Ogni progetto presentato nella mostra Push The Limits 2 è un condensato di saperi, vissuti, storie e memorie che si manifestano come un nuovo linguaggio capace di stimolare il pensiero critico, strumento indispensabile per agire consapevolmente. La prima edizione di Push the limits è stata inaugurata nel 2021 durante la pandemia, con lâintento di spingere i confini, attraverso lâarte, in un delicato momento storico che ha accomunato tutto il mondo. In questa nuova edizione, viene chiesto di fare lo stesso con i conflitti armati globali e le lotte socio-politiche che stanno caratterizzando il nostro tempo. Come possiamo pensare che le guerre in atto non ci riguardino?
Maja BajaeviC (Sarajevo, 1967), che vive e lavora a Parigi, riporta alla memoria tre importanti canzoni rivoluzionarie, attivando il piano del subconscio. Lâaudio non è riprodotto nella forma originale, ma destrutturato e manipolato con una tecnica compositiva che fonde gli stili, i registri e le lingue delle canzoni, camuffandole. ÂŤO le ricordi, o non le ricordiÂť, afferma lâartista, rivelando i titoli delle canzoni scelte, Les temps des cerises della comune di Parigi, Lâinternazionale e Bella Ciao, trasformate in un codice comprensibile sono per coloro che sono sintonizzati sul canale giusto.
Lâinstallazione sonora accompagna lâopera ambientale Sous le pavĂŠs, les jeux (Under the cobblestones, games), (2022-2025) allestita nello spazio esterno della fondazione. La musica riporta indietro nel â68, durante le rivoluzioni di Parigi e il progetto si ispira ad un motto dellâepoca: Sous les pavĂŠs la plage, riferendosi ai tipici san pietrini della pavimentazione della capitale francese che simboleggiavano il vecchio ordine. La sabbia, nascosta nel secondo strato della pavimentazione, rimanda alle strade trasformate in barricate durante i moti di quegli anni. Nella sua installazione, le biglie luccicano al sole e sotto di esse, uno strato di sabbia.
Allâinterno dello spazio espositivo, Katerina Kovaleva (Mosca, 1966) prepara un tavolo per 40 soldati, sobrio ma elegante, in un rigoroso ordine. Per ogni invitato un piatto, un pezzo di pane di granito appoggiato sul bicchiere e allâinterno delle ciotole degli specchi. Come una metafora, dai piatti riflettono le figure allegoriche angeliche di Tiepolo, frammenti dei suoi quadri disegnati dallâartista russa su un grande paracadute militare sospeso al di sopra della tavola. Nessuno si siede su quel desco, si percepisce assenza e preoccupazione. Dove sono i soldati? Il paracadute è per lâartista un simbolo di speranza e gli angeli dipinti sorvegliano sulla memoria delle vittime di guerra. Se le immagini della violenza si impongono nelle nostre vite, il bagliore degli specchi di Memory table (2025) vuole rimandare alla fiducia della luce eterna.
Rossella Biscotti (Molfetta 1979) scava nel passato e riporta alla luce alcune teste del duce italiano che ha segnato in maniera indelebile la storia della penisola. Il lavoro di Biscotti, iniziato nel 2006, ha preso lâavvio con una ricerca sullâarchitettura fascista, indagando cosa dellâideologia venisse mantenuto e cosa venisse messo in discussione. In un magazzino dellâEur spa di Roma, ha trovato i calchi impolverati di due grandi teste scultoree di Mussolini. La loro monumentalitĂ viene interrogata dallâartista, osservata da una prospettiva diversa. Da queste sculture ricava però dei calchi, tecnicamente pronti per essere riprodotti, decostruendo la loro funzione e presentandoli da una prospettiva differente. Lâartista si è opposta alla musealizzazione dei bronzi originali, accettando di esporli solo attraverso i calchi azzurri. Da queste grandi teste ne ritrae una serie di cinque fotografie in bianco e nero sviluppate appositamente per la mostra. Portando avanti un discorso sul ritratto, ne studia lâimmagine stereotipata di forza e invincibilitĂ .
Poco piĂš in lĂ , due amache in acciaio cromato tagliano lo spazio della fondazione, appese con moschettoni a sgancio rapido. Con le opere della serie Chainswing, Monica Bonvicini (Venezia, 1965), si appropria di unâestetica industriale in un moto di vulnerabilitĂ e di resistenza, tra la spensieratezza dellâaltalena e la natura consistente del materiale utilizzato. Le amache, realizzate con intrecci di catene, sono per lâartista âesercizi erotici di piacereâ e sono proposte come sculture da guardare, riferite solo a loro stesse.
Unâopera è strettamente correlata alla guerra palestinese, quella realizzata da Mirna Bamieh (Jerusalem, 1983). Dopo lâinizio dei bombardamenti a Gaza, lâartista ha lasciato la sua casa a Ramallah, cittĂ palestinese della Cisgiordania, e prima di andarsene ha svuotato la dispensa. Questo gesto, come un rituale consapevole di abbandono e transizione, è diventato il punto di partenza di una riflessione sulla sopravvivenza. I barattoli della sua cucina, creati con pazienza e cura per poter servire con parsimonia, non sono durati nel tempo. Lâartista trasferisce in questi barattoli il sentimento di resistenza contro la morte, contro la distruzione che ha spazzato via ogni certezza. Il sale della sua dispensa assume quindi un valore di atto politico, e Mirna Bamieh conserva e custodisce lo stesso amore e la stessa dedizione utilizzata per la cura delle sue riserve nella realizzazione di Sour things: the Pantry (2024), unâinstallazione con ceramiche, barattoli, disegni, wallpaper, in un collage domestico vivace e colorato che trasforma la tristezza in un atto creativo, di rinascita.
Nel piano seminterrato della fondazione è proiettato Pranayama Organ, (2021), un film di Fiona Banner aka The Vanity Press. Al centro della sala due grandi divani a forma di ali di areoplano, Wing, Fin, Flap (2022), invitano a sedersi. Sullo schermo è proiettata una danza teatrale, intima e poetica di due aerei gonfiabili, un Typhoon e un Falcon, accompagnati da un sottofondo musicale suggestivo. Una performance del conflitto, in cui i due aerei giocattolo evocano la distruzione e allo stesso tempo implorano una richiesta di pace. La traccia sonora mantiene alta lâattenzione, accompagnata dal suono di un organo, in un climax drammatico in cui il vento e gli areoplani si incontrano e si allontanano come forze della natura, e lâaudio scandisce il respiro come in un esercizio meditativo.
Tutte le artiste in mostra per questa seconda edizione di Push the Limits sono: Heba Y. Amin, Maja BajeviC, Mirna Bamieh, Fiona Banner aka The Vanity Press, Rossella Biscotti, Monica Bonvicini, Latifa Echakhch, Yasmine Eid-Sabbagh/Rozenn QuĂŠrĂŠ, CĂŠcile B. Evans, Dominique Gonzalez-Foerster, Mona Hatoum, Emily Jacir, Jasleen Kaur, Katerina Kovaleva, Teresa Margolles, Helina Metaferia, Janis Rafa, Zineb Sedira, Nora Turato.
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