Oriol Vilanova, The Remains, 2026. Dettaglio dell'installazione site-specific. Per gentile concessione dell'artista © Oriol Vilanova
Proseguiamo i nostri approfondimenti sui progetti dei Padiglioni nazionali alla prossima edizione della Biennale d’Arte di Venezia, in apertura al pubblico dal 9 maggio 2026, con la proposta presentata dalla Spagna, che aprirà una riflessione incisiva sulla memoria materiale, gli archivi e le modalità contemporanee di preservare l’esperienza. Sono stati recentemente svelati nuovi dettagli sul progetto Los restos (I resti), dell’artista Oriol Vilanova, curato da Carles Guerra. Organizzata dal Ministero degli Affari Esteri in collaborazione con Acción Cultural Española, l’installazione occuperà il Padiglione spagnolo ai Giardini dopo la sua recente ristrutturazione. La proposta si presenta come un dispositivo espositivo che adotta deliberatamente la forma di uno “pseudo-museo”. Tuttavia, lungi dal concentrarsi sullo spettacolo formale, il progetto di Vilanova si orienta verso una poetica del residuo: ciò che persiste pur avendo perso il suo valore utilitaristico o simbolico dominante.
Per oltre due decenni, la pratica dell’artista nato a Manresa, nel 1980, ha ruotato attorno alla raccolta sistematica di cartoline trovate nei mercatini delle pulci e nei negozi dell’usato. Questo gesto – ripetuto fino a diventare quasi un modo di essere al mondo – è una caratteristica distintiva del suo lavoro. Ripetizione e accumulazione qui non funzionano come un semplice metodo di archiviazione ma come una presa di posizione politica: prendersi cura di oggetti scartati – le cartoline, in questo caso – implica resistere alla logica dell’obsolescenza accelerata che governa gran parte della cultura contemporanea.
L’installazione si sviluppa attraverso un’ampia accumulazione di cartoline, simile a un murale, senza gerarchia o narrazione lineare. Piuttosto che ricostruire storie specifiche, il dispositivo attiva una memoria dispersa e frammentata, dove ogni immagine rimanda a esperienze individuali che il tempo ha relegato all’oblio. Queste cartoline riappaiono così come vestigia di un regime visivo in trasformazione.
In questo senso, il progetto si rivolge direttamente a una società segnata da accelerazione e sovraccarico di informazioni. Ricordare e preservare diventano atti sempre più complessi quando l’ambiente sociale favorisce la costante sostituzione di immagini e narrazioni. Il lavoro di Vilanova suggerisce che l’accumulazione non è necessariamente un eccesso, ma anche una strategia di resistenza all’amnesia culturale.
Il progetto si estende anche oltre lo spazio espositivo attraverso l’azione performativa The Phantom of Freedom (2026), un riferimento esplicito all’omonimo film di Luis Buñuel. Negli incontri casuali con i visitatori, il corpo si trasforma in un mezzo espositivo, spostando l’opera in un ambito relazionale e imprevedibile che amplia la riflessione su presenza, memoria e circolazione.
Nel suo complesso, Los restos propone una riconsiderazione del collezionismo come pratica vitale e artistica. Sfumando i confini tra archivio personale, iniziativa amatoriale e istituzione culturale, il progetto suggerisce che preservare non significa fissare definitivamente il passato ma, piuttosto, mantenere aperte le possibilità di reinterpretazione. In tempi di iperproduzione visiva, forse il vero atto critico consiste proprio nel fermarsi e guardare di nuovo ciò che sembrava destinato a scomparire.
[L’articolo è stato pubblicato originariamente su exibart.es]
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