La sacralizzazione delle risorse nazionali radicate nel sottosuolo come “bene comune” è parte del pensiero nazionalista, come l’utilizzo delle acque; ne scrive in modo analitico l’autore Daniele Conversi, tra i massimi esperti internazionali di nazionalismo e specialista della Spagna, nel suo libro Cambiamenti Climatici. Antropocene e Politica. Un testo che può venirci in aiuto per capire come il “lessico ambientale” sia modificato nel tempo e come il suolo, l’acqua, le materie prime siano appannaggio di scelte scellerate o oculate da parte dei governi e dei partiti che ne strumentalizzano la gestione fino al rinnegamento di alcuni nei confronti della crisi climatica.
In questo intricato scenario, l’arte rappresenta il contesto ideale nel quale creare il dibattito, l’attenzione e l’educazione visiva nei confronti dei cambiamenti climatici.
Lo sfruttamento, l’uso del suolo, l’acqua e la vita sono fondamentali nel nostro fragile e già compromesso sistema terrestre. C’è una mostra a Villa Altieri a Roma che ne affronta il tema: Soil Art Tales: Living Ecosystems for Shared Futures, curata da Stefano Cagol e sviluppata nell’ambito del progetto europeo SoilTribes – Glocal Ecosystems REstoring Soil Cales, Roles and Conntectivity e promossa dalla Rete Mondiale dei Musei dell’Acqua – Wamu-Net, in collaborazione con Anbi e Città metropolitana di Roma Capitale.
La mostra è un viaggio esplorativo che porta il visitatore, attraverso l’arte contemporanea, a scoprire con immagini, suoni e installazioni, nel contesto unico di Villa Altieri, il filo vitale che tiene insieme il suolo, l’acqua e la vita, “traducendo” in esperienza visiva ed emotiva ciò che la scienza ci racconta sul nostro delicato e compromesso sistema terrestre.
Chiedo al curatore Stefano Cagol cosa caratterizzi questa mostra dalle altre realizzate e dalle successive che seguiranno a breve in altre nazioni Europee: «Presentare la mostra a Villa Altieri a Roma, dopo la tappa alla Fondazione Serralves di Porto, aggiunge profondi piani di lettura legati al concetto di tempo antropico. Ci troviamo in un luogo che custodisce tremila anni di storia, a partire dalla più antica testimonianza nota di scrittura protolatina. In questo spazio, le opere dialogano con i reperti scultorei e fluttuano sopra una pavimentazione trasparente che svela il suolo come stratificazione dell’evoluzione culturale nei secoli. Si avverte così una sospensione temporale che spinge a riflettere sul cambiamento e sull’accelerazione del nostro rapporto con l’ambiente, guardando al futuro attraverso le tracce del passato».
L’arte con il suo linguaggio si cala nella realtà, nel grande tema dello sfruttamento del suolo, dell’acqua e, dunque, del futuro dell’intero pianeta. Microorganismi che danzano nella terra, deserti che avanzano, ghiacciai che si riducono a fronte di un ecosistema che invece continua malgrado tutto, a raccontare vita e connessioni.
Le opere esposte di Binta Diaw, Nikki Lindt, Jo Pear e Miguel Teodoro sono variazioni di un unico tema: il suolo fulcro di un ecosistema che pulsa vita e che resta risorsa fondamentale per la sostenibilità ambientale e sociale.
In particolare, colpisce la ricerca ambientale della giovane artista italo-senegalese Binta Diaw, che ci porta nell’esplorazione di molteplici livelli di identità: la sua come donna nera in un mondo europeizzato; la nostra e quella di un continuo crocevia di storie e geografie, nelle quali gli elementi naturali e la loro tutela si fanno fondamentali per preservare gli ecosistemi. Le sue installazioni site-specific creano una stratificata fusione visiva tra il corpo umano e il suolo, creando immaginari visionari, utilizzando materiali diversi; dalla terra ai capelli sintetici fino alla fotografia.
In questa decostruzione degli stereotipi dati dall’intreccio, i grovigli e nelle rilevanze gli elementi diventano archetipi di un corpo che si rifonda nuovamente con gli elementi naturali. Le trecce penetrano nel terreno come radici, collegando il nostro passato al futuro, raccontandoci di storie, come quelle della dea madre, delle radici mai spezzate, la diaspora e di stereotipi legati al corpo femminile nero.
Questa installazione assume ancor più una connotazione inattesa e struggente all’interno di Villa Altieri, la commistione con i gessi e le sculture romane crea una dimensione atemporale nella quale la priorità degli elementi naturali e il corpo assumono una nuova forma evocativa.
Periphel Deserts, installazione multimediale di Miguel Teodoro, è un progetto che esamina le connessioni tra antropocene, politiche ambientali e agenzia materiale. Presentata in una stanza dello spazio istituzionale come un’installazione video a due canali, l’opera emerge da ricerche d’archivio e sul campo. In questo lavoro stratificato, il suolo e la pellicola funzionano come media investigativi nei quali vengono tracciate storie ambientali soprattutto dell’Europa meridionale: Cipro e Portogallo. Da questa esplorazione emergono quelle «linee di confine» del cambiamento climatico e le interdipendenze ecologiche sintomatiche, che fanno parte della ricerca meticolosa dell’artista e ricercatore universitario.
Questa mostra riapre il dibattito scuotendo l’inerzia che a turno si fa padrona della nostra quotidianità. Con l’arrivo di AI e dei suoi centri l’acqua diventerà ancor più territorio di una non-equa distribuzione.
La mostra, che si svilupperà nel corso di tre anni, è stata presentata solo in due delle sette istituzioni pubbliche europee. Rientra tra gli eventi del Festival dello sviluppo sostenibile 2026, promosso da ASvis, a Villa Altieri sarà possibile visitarla fino al 5 giugno 2026 in un sito che come nessun altro mette in connessione il suolo e ciò che si cela al di sotto con il suo pavimento di vetro, che svela l’incanto delle mura romane e le antiche pavimentazioni in ciottoli.
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