Rogelio Lopez Cuenca, Benvenuti, 1996-2021. Ph. Juan Baraja
Ancora pochi giorni per vedere la mostra dell’artista Rogelio López Cuenca: tre gli spazi espositivi che la accolgono, l’Accademia di Spagna al Gianicolo, la Fondazione Baruchello e il cosiddetto “spazio pubblico” della città di Roma. Di questi lavori, dieci manifesti installati nei dispostivi pubblici offerti dal Comune di Roma, con il passare dei mesi, ben poco è rimasto ma le altre opere si possono ancora ammirare nelle sedi “tradizionali”.
Intitolata “A quel paese” e curata da Anna Cestelli Guidi, la retrospettiva racconta in maniera esaustiva il lavoro dell’artista nato a Malaga nel 1959, in un percorso espositivo complesso, dagli anni Novanta a oggi. Ci sono pitture, installazioni, video, tutto utile a raccontare una storia poetica ma anche politica del suo Paese, paradigma chiaro ed esemplificativo di molti altri Paesi. L’artista gioca con i contrasti, spiazza lo spettatore, lo induce a riflettere, a pensare, si rivolge a lui come a un prediletto.
Eterogenei sono i lavori, in primis quello intitolato Walls, che troviamo all’Accademia di Spagna. Un muro, appunto, una doppia installazione realizzata con un doppio testo. Da un lato vengono proiettati filmati delle videocamere di sicurezza della città dei Melilla, con sotto i dati di un canale televisivo con messaggi di alta finanza, dall’altro lato, invece, lo spazio di frontiera di Tijuana e Melilla, e sotto le immagini la poesia Mura di Kavafis: «Senza riguardo, senza pudore, né pietà, m’han fabbricato intorno erte, solide mura. Ed ora mi dispero, inerte, qua. Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte. Avevo da fare tante cose là fuori. Ma quando fabbricavano come fui così assente? Non ho sentito mai né voci né rumori. M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente».
All’apparenza divertente ma dissacratoria, forte e anche preoccupante, l’installazione dal titolo Marca Picasso. Si tratta di un processo in atto dal 2010, in cui la narrazione è rivolta alla relazione tra il maestro del Cubismo e la sua città di nascita, una situazione sempre più assurda, in cui le esigenze turistiche e folkloristiche rendono ogni cosa in “stile” picassiano, come se la città, senza questo celebre artista, non avesse ragione di esistere. Speculazione di massa, museificazione del paesaggio e degli oggetti, e cosa ancor già grave, espulsione dei residenti per far posto ai turisti. Chissà cosa sarà successo in questi due anni di pandemia.
Alla fondazione Baruchello incontriamo invece la parte più poetica della ricerca di Cuenca, che si definisce artista visivo ma anche poeta. In questo bellissimo spazio, è presentata una installazione site specific che si intitola No/w/Here, un esperimento “verbo-visivo” che si snoda nelle varie diramazioni dell’ambiente, con giochi di parole, assonanze e traduzioni.
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