Biennale Venezia, il Sudafrica ritira il suo progetto: era un’opera su Gaza

di - 10 Gennaio 2026

Il del Ministero della Cultura del Sudafrica ha deciso di ritirare la partecipazione del Paese alla 61ma Biennale d’Arte di Venezia, che aprirà al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026, dopo aver selezionato un progetto dell’artista Gabrielle Goliath, giudicato successivamente «Polarizzante» per i suoi riferimenti alla guerra ancora in corso a Gaza.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Daily Maverick, la scelta di annullare il padiglione sarebbe stata presa il 2 gennaio, a soli otto giorni dalla scadenza entro cui i Paesi partecipanti devono finalizzare ufficialmente i propri progetti per la Biennale. La decisione ha spinto il comitato di selezione del Padiglione sudafricano a diffondere una dichiarazione pubblica di dissenso nei confronti del Ministero, denunciando l’intervento come una forma di censura.

Gabrielle Goliath, Elegy – Eunice Ntombifuthi Dube, 2018, Centre for the Less Good Idea, Johannesburg, Ph. Stella Tate

Già presente nella mostra principale della Biennale del 2024, Goliath, nata nel 1983 e vincitrice del prestigioso Young Artist Awards di Standard Bank nel 2019, aveva presentato un nuovo capitolo della serie Elegy, avviata nel 2015 come progetto performativo incentrato sulla violenza di genere e sulle pratiche di cura, quindi successivamente ampliata in una forma installativa e video. Il lavoro previsto per Venezia, curato da Ingrid Masondo, avrebbe messo in relazione diversi contesti di violenza sistemica: l’uccisione di donne e persone queer in Sudafrica, il genocidio coloniale perpetrato dalle forze tedesche in Namibia all’inizio del Novecento e, in una sezione specifica, la guerra condotta dall’esercito israeliano a Gaza. Proprio quest’ultima parte, che includeva anche i testi della poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa insieme al figlio durante un bombardamento israeliano nell’ottobre 2023, avrebbe sollevato le obiezioni del Ministero.

In una lettera inviata agli organizzatori del Padiglione, il ministro della Cultura Gayton McKenzie avrebbe chiesto modifiche a questa sezione, affermando di avere il potere di annullare la partecipazione del Sudafrica alla Biennale. La motivazione ufficiale, riportata dalla stampa, è che il progetto sarebbe stato «Altamente divisivo» e legato a un conflitto internazionale in corso. McKenzie ha poi respinto le accuse di censura, sostenendo che il Padiglione nazionale dovrebbe concentrarsi su espressioni artistiche radicate nell’esperienza sudafricana.

Il comitato di selezione ha però definito la richiesta ministeriale una «Cancellazione di un processo curatoriale indipendente e trasparente», sottolineando come l’episodio metta in luce problemi strutturali nella gestione del Padiglione sudafricano, storicamente segnata, secondo il comitato, da scarsa trasparenza e interferenze politiche. In una nota pubblicata dalla rivista ArtThrob, i membri del comitato hanno ribadito il rifiuto di qualsiasi pressione volta a modificare i contenuti artistici per adattarli a narrazioni politiche.

Gabrielle Goliath, Elegy, Biennale d’Arte di Venezia, 2024

L’artista ha difeso il proprio lavoro sottolineando come Elegy non sia un’opera sulla violenza in sé, quanto un dispositivo di sopravvivenza, radicato in una prospettiva femminista nera e decoloniale. «Mi interessa rivelare e rifiutare le condizioni che rendono la violenza possibile e accettabile», ha dichiarato, rimarcando la necessità di pratiche artistiche capaci di affermare la vita e la speranza come atti politici.

La vicenda ha suscitato reazioni anche a livello internazionale. L’artista e filmmaker Candice Breitz, sudafricana di nascita, ha parlato apertamente di una grave limitazione della libertà di espressione, collegando il caso Goliath ad altri episodi recenti di pressione politica sull’arte legata alla questione palestinese. Non è infatti la prima volta che un Padiglione nazionale della Biennale di Venezia affronta tensioni simili: nel 2025, l’Australia aveva temporaneamente revocato la nomina di Khaled Sabsabi dopo polemiche su suoi lavori precedenti, salvo poi reintegrarlo in seguito a un’ampia mobilitazione internazionale.

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