Sandra Mujinga, Spectral Keepers, 2020. Courtesy the artist and The Approach, London. Photo Luca Guadagnini
Tre eventi ben diversi ma molto legati hanno movimentato lo scorso week end a Bolzano. Nella cittĂ altoatesina, infatti, si è inaugurata la mostra âTecnhoâ, a Museion, a cura del nuovo direttore Bart van der Heide, in collaborazione con il Festival di Arti Performative Transart, mentre alla Fondazione Antonio Dalle Nogare è in scena, fino al prossimo maggio, la prima retrospettiva italiana dedicata allâartista tedesca Charlotte Posenenske, âFrom B to E and Moreâ, a cura di Vincenzo De Bellis.
Tre momenti espositivi decisamente âoutsideâ: fuori dagli schemi la storia di Posenenske e dei suoi lavori minimalisti realizzati nellâarco di una carriera brevissima; vicini a un ritorno alla vita gli spettacoli di Transart, che ha fatto ballare tutti i prenotati dentro la ex centrale elettrica di Alperia, con DAY RAVE, installazione di luci e suoni ed effetti speciali di Isabel Lewis, che rianima lâantica âcattedraleâ dellâenergia, aperta per la prima volta al pubblico fino al 24 settembre. Ogni giorno, dalle 17 alle 19, si potrĂ passare di qui non solo per immergersi in un crescendo di suoni, ma anche per scatenarsi seguendo il DJ set (nonostante il sole ancora alto a battere alle finestre), come non succedeva ormai da tempo!
E, ovviamente, âTechnoâ a Museion, che offre uno spaccato di una âcorrenteâ che â dalla metĂ degli anni â80, quando viene sancita la sua nascita â di generazioni ormai ne ha attraversate quasi tre, rinnovandosi e reinventandosi seguendo lâevoluzione tecnologica, il ritmo dei mixer e di internet.
Divisa in tre sezioni principali, LibertĂ -Compressione-Esaurimento, âTechnoâ â ha spiegato il direttore â è una mostra che per la prima volta vuole investigare i lati culturali di questa sottocultura. In realtĂ , qualsiasi sub-culture, non è mai tale, perchĂŠ legata con il proprio tempo e le sollecitazioni della societĂ ; non è un caso, infatti, che la techno segua quella che è stata la storia del mercato globale, della nascita di internet, dellâautomazione generale, compresa quella che ha riguardato il suono e la voce. Techno come metafora del lavoro martellante, a ritmi da esaurimento nervoso, compressi nella dimensione virtuale, fino ad una studiata libertĂ -decompressione.
Anche stavolta, come accade da sempre a Museion, lo sguardo alla realtĂ locale è attento e unâanticipazione alla mostra è la sezione dedicata a un Archivio Possibile della techno sul territorio dellâAlto Adige: attraverso i memorabilia provenienti dalle collezione di Djs, producer, appassionati, organizzatori e frequentatori, la techno locale è ripercorsa per immagini di flyer, inviti, adesivi, grafiche, che partono dal 1992 e arrivano ad oggi, guardando al futuro. Qui ci sono anche le immagini dei Rave Grounds, di Nicolò Degiorgis, i luoghi â tra cui lâEx Alumix dove si svolse Manifesta 7 â che hanno contribuito come palcoscenico allo sviluppo della techno nella zona.
E poi Piero Martinello i suoi Rave kids fotografati nellâestasi, nella serie The waste land.
Al primo piano lâatmosfera acida, in verde, e i fantasmi di Sandra Mujinga che muovono nello spettatore lâidea di ÂŤInfluenze non identificate in abiti che cercano di catturare lâesperienza del corpo, in relazione con le sonoritĂ technoÂť, spiega Bart van der Heide.
Ed è sempre il direttore ad insistere sul doppio registro della mostra per quanto riguarda i concetti di Online-Offline. Yuri Pattinson, con Sunset Provision, riflette sulla morte programmata dei prodotti tecnologici, che anzichĂŠ venire direttamente ritirati dal mercato vengono prima di tutto âsabotatiâ internamente: la produzione di software che ne permetta gli aggiornamenti viene interrotta decretando cosĂŹ â in breve â la morte di un dispositivo, di un programma, di una funzione. Un modo per rispondere anche alla questione del neocolonialismo globale e dei sistemi digitali che lo alimentano.
Sun Tieu invece indaga lo spazio, quel famoso spazio che ci viene costantemente sottratto e ri-concesso, quello degli arrivi e delle partenze, quello dei vecchi non-luoghi, quello della globalizzazione â sempre identico a se stesso â quello della libertĂ vigilata e condizionata che aderisce ad un unico canone estetico e architettonico. E la domanda finale ĂŠ: le architetture di liberazione offerte dal mondo globale, come appunto la techno, sono e sono state davvero gratuite per tutti o sostengono e hanno sostenuto inconsapevolmente diversi (quali? quanti?) sistemi di oppressione?
Una mostra importante, e senza dubbio un poâ generazionale (molti degli artisti presentati sono nati negli anni â80), per gettare una luce in uno degli angoli creativi piĂš al limite tra vecchio e nuovo millennio.
Charlotte Posenenske, a proposito di storie da ricordare, è unâartista rappresentata dalle gallerie Peter Freeman e Mehdi Chouakri, ma nonostante tutto ĂŠ ancora sconosciuta al grande pubblico. Nata nel 1930 e scomparsa nellâ85, è grazie al suo storico compagno se, nel corso degli ultimi trentâanni, la sua figura non è stata dimenticata. Pioniera della Minimal Art, esteticamente vicina alla forme di Donald Judd, Carl Andre e Sol Lewitt, Posenenske â alla Fondazione Dalle Nogare â lavorò praticamente nel corso di un solo anno, tra la fine del 1966 e lâinizio del 1968, quando decise che lâarte era del tutto inutile come mezzo per risolvere i problemi sociali, e si diede alla sociologia e allâaiuto delle organizzazioni sindacali.
Eppure la storia dellâartista è ben singolare: tra le sue disposizioni, rispetto alla promozione e alla produzione della sua opera, câè stata la volontĂ di mantenere il valore di vendita identico al costo di produzione del singolo pezzo, inceppando cosĂŹ il meccanismo capitalistico del mercato dellâarte; Posenenske lascia il libero arbitrio rispetto alla composizione delle sue opere: le sue serie possono essere assemblate da chiunque, in qualsiasi modo, secondo qualsiasi canone.
E poi i colori: giallo, blu, nero, bianco e rosso, ovvero i primari, quelli inimitabili che non discendono dalla mescolanza di altri, e lâassenza e la somma generale di tutti. Anche questa una scelta che oltre ad essere stilistica appare politica. Eppure se da un lato câè la democratizzazione totale dellâopera, la sua completa e perfetta riproducibilitĂ , allo stesso tempo, a fronte di una risoluzione quasi generale della vita dellâopera, avviene la presa di coscienza della disfatta sociale dellâarte come strumento per âcambiare il mondoâ. Una mostra che, sotto la luce di questo tempo, assume una serie di importanti valori su cui riflettere.
Bolzano, insomma, diventa la metafora del palcoscenico per mostrare i corpi vari ed eventuali che può assumere lâarte. In forma originale, curiosa, triplice.
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