Carlo Steiner, Spore – Gagliardi e Domke

di - 8 Aprile 2022

“Spore”, la mostra personale di Carlo Steiner a cura di Lorena Tadorni, presenta per la prima volta al pubblico una trentina di opere realizzate tra il 2018 e il 2021, risultato di una ricerca pittorica attraverso materiali espressivi inusuali: in questo caso il pigmento è dato dall’utilizzo delle spore fungine. Steiner (nato a Terni nel 1957) è in realtà sempre stato affascinato dalla natura in relazione al mondo artificiale. Il corpus di lavoro esposto a Torino è in qualche modo iscritto nell’attività di studio sull’universo micologico che Steiner porta avanti da 10 anni, fondendo la ricerca e l’esperienza diretta della scoperta con la ricerca pittorica. Ospitiamo per l’occasione un dialogo tra la curatrice e l’artista.

La natura è stata sempre una fonte di ispirazione nel tuo lavoro. Fin da quando realizzavi farfalle con farina e acqua – vere e proprie ostie – e cristalli di neve fatti di materiale ferroso, hai esplorato il rapporto fra artificio e natura. Oggi è diventata il mezzo della tua ultima ricerca in cui affronti il linguaggio pittorico, adottando come pigmento le spore dei funghi.
Sì, ormai dal 2012 raccolgo funghi e li “metto in posa” per far cadere le loro spore, nei vari colori, su lastre di vetro. Ho scelto di avvalermi solo di pigmenti di selvatici per la composizione dell’immagine. Il primo elemento della mia tecnica è entrare fisicamente nel bosco, in un luogo altro, misterioso, da scoprire. Dopo averli raccolti, li depongo su una rete perché lascino cadere le loro spore in massa. Ciascuno produce sfumature diverse, ad esempio l’amanita muscaria, rilascia il bianco, gli iantinosporei come l’hypholoma fasciculare o falso chiodino un violetto, e poi ci sono i rodosporei dalle spore rosa… A volte basta una notte, altre volte due o tre giorni: non tutti i funghi sono uguali, alcuni sono capricciosi, altri più facili.

Carlo Steiner, Dima N° 10, 2021, spore fungine su vetro dimensioni, cm 29,7×42

In questi 10 anni, hai maturato una profonda cultura micologica, sottraendo l’atto della raccolta dei funghi e il loro utilizzo a qualsiasi inclinazione romantica o ipotesi didascalica. Hai scelto un materiale più “scomodo” della pittura tradizionale, sapendo però di contare su molte varianti di colore, e accettando una sfida con cui ti misuri in ogni opera. Ad esempio il fatto che le spore siano estremamente volatili e risentano di ogni minima corrente d’aria mentre sono in posa e possano non rilasciare il colore nella quantità voluta a seconda delle condizioni in cui sono nate.
In queste immagini si vede chiaramente come le spore non cadano a piombo e ogni piccola corrente d’aria possa influire sul loro depositarsi sul vetro, condizionando la riuscita dell’opera.

Carlo Steiner, Dima N° 15, 2021, spore fungine su vetro dimensioni, cm 29,7×42

Per questo motivo, dal 2018 hai perfezionato la tecnica con l’uso di dime di cartone, sagome in grado di “convogliare” le spore all’interno di forme prestabilite, in un rapporto che definisci di casualità controllata…
Con il tempo, sono passato da uno stupore iniziale e un primo approccio naturalistico a riflessioni più teoriche riguardanti il “fare pittura”. I primi lavori erano più sperimentali e volti a conoscere il colore delle spore dei singoli funghi nella loro diversità. In seguito, con l’affinarsi della tecnica, sono aumentate anche le mie aspettative formali.

Carlo Steiner, N° 101, 2018, spore fungine su vetro dimensioni, cm 29,7×42

Il risultato sono tavole vitree costruite da forme cromatiche che hanno insieme la leggerezza delle spore da cui si generano e la drammaticità di una tensione. Penso a Mark Rothko, in cui la massa di colore è espressione di una condizione umana. A questo proposito, l’artista ha spesso affermato di non essere interessato al rapporto fra colore e forma, quanto piuttosto alla possibilità di poter esprimere emozioni umane fondamentali e drammatiche.
Ho guardato molto a Rothko. Studiandolo, mi accorgevo che la sua maestria cromatica era subordinata a un interesse morale. Fin dagli esordi non ho mai smesso di sperimentare materiali e tecniche, per me è una vera e propria urgenza creativa. Questi due aspetti sono diventati tutt’uno nella volontà di andare alla ricerca del colore.

Possiamo quindi parlare di un percorso che fonde natura, scienza, tecnica ed estetica?
L’approccio scientifico è il punto di partenza, ma non è quello che mi interessa. Questo lungo lavoro, mi ha permesso oggi di maneggiare con padronanza quella che per me è diventata tecnica pittorica. Dal momento in cui ho posseduto la pratica, sono passato alla ricerca estetica. Che è un’indagine incessante sull’essenza del colore.

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