Cesare Viel, Condividere frasi in un campo allargato – Galleria Milano

di - 6 Marzo 2022

Progetto tra i vincitori della X edizione dell’Italian Council, “Condividere frasi in un campo allargato” di Cesare Viel ha un’anima composta di “dialoghi” e si mostra come un’installazione lungo tutto lo spazio espositivo della Galleria Milano: un mare metaforico attraverso il quale camminare percorrendo passerelle rialzate. E come il mare ha gli scogli, ecco che accompagnano il percorso alcuni disegni a grafite raffiguranti massi utilizzati come moli o barriere anti-erosione sulla costa e in alcune spiagge del Ponente Ligure, tra cui Noli, Sanremo e Spotorno. Un paesaggio, vasto, familiare, privato e collettivo insieme, che l’artista ci racconta in questa intervista.

Cesare Viel, Condividere frasi in un campo allargato. Courtesy l’artista e Galleria Milano, ph. Roberto Marossi

Come è nata “Condividere frasi in un campo allargato”? Era già nelle tue intenzioni realizzare un lavoro corale?
Durante il primo lockdown, nella primavera del 2020, ho sentito la necessità di raccogliere le voci e le testimonianze di persone con le quali avevo condiviso nel tempo diversi percorsi professionali e amicali. Era un intenso desiderio di chiamare e stringere a sé una comunità dispersa e, allo stesso tempo, rinchiusa, bloccata. Così ho risposto a questo desiderio intimo di connettere relazioni nel modo più semplice che conosco: con lo strumento della scrittura. La scrittura come pratica estetica è stata sempre un punto di avvio per i miei progetti. Raccogliere frasi di altri e trascriverle su fogli di carta da pacchi, era il compito che mi ero dato in quei mesi, in cui tutti ci trovavamo a vivere costretti in un’imprevista forma di clausura, mentre fuori dilagava la pandemia. La fragilità della nostra condizione e la linea in divenire della scrittura a mano, disposta sulla piega centrale della superficie del foglio di carta, mi sembravano intrattenere fra loro uno scambio proficuo e una significativa relazione. Sentivo che questa volta dovevo scrivere soprattutto frasi di altri, che conoscevo personalmente, e non solo mie, anche se non ero ancora certo se ne sarebbe scaturita una mostra. A un certo punto le frasi continuavano ad aumentare, e Nicola Pellegrini mi chiese se avevo un progetto per una mostra da lui, alla Galleria Milano. È così che, alla fine del 2021, è nata questa mostra corale, singolare e collettiva al contempo.

Il paesaggio è un elemento fortissimo della mostra e allo stesso tempo della tua pratica/poetica. Che cosa cerchi di mettere in luce?
L’esperienza dello spazio. Ciò che Cartesio definiva “res extensa”, il fuori di noi. Il mondo a perdita d’occhio e il rapporto, mai scontato, tra il nostro sguardo e la distanza. Il panorama della mente. Il campo allargato. Il vuoto. La visione perspicua. Tutti questi elementi, nozioni e concetti, le differenti esperienze storiche e culturali e le rappresentazioni che ci determinano, ci definiscono dentro margini di significato, continuamente si spostano e variano con noi. Ma poi, a un certo punto, è necessario semplicemente fermarsi, e guardare. In questa mostra ad esempio è stato per me molto importante trovare un equilibrio tra l’orizzontalità estensiva dell’installazione a pavimento e la frontalità delle opere appese alle pareti. Un dialogo aperto tra due dimensioni che sono anche due modalità operative, due corpi differenti, ma in relazione. Il tratto d’unione è la lunga passerella che connette lo spazio della galleria e lo attraversa tutto come un binario, un ulteriore piano di composizione.

Cesare Viel, Condividere frasi in un campo allargato. Courtesy l’artista e Galleria Milano, ph. Roberto Marossi

Parafrasando il paesaggio del tuo lavoro e il tempo che abbiamo vissuto, quali sono le trasformazioni (al di là dell’emotività) che hai intercettato?
Difficile a dirsi. Abbiamo in qualche modo tutti dovuto fare i conti con la relazione tra il dentro e il fuori, il vicino e il lontano, e con la qualità dei rapporti umani, che forse risultano compromessi. Siamo provati e confusi da questi due anni di pandemia, e non vedo all’orizzonte uno scenario confortante ora con la guerra appena esplosa in Ucraina per volontà di Putin. Dobbiamo davvero ripensare le forme della condivisione e della partecipazione collettiva della politica. L’arte può giocare una parte in tutto questo? Può aiutare a farci intravvedere modalità di sguardi più adeguati a percepire e ad affrontare la complessità? Anche pensando alla questione ambientale. Lo spero. Ci provo. Come artista non posso fare altro che assumermi la responsabilità della scelta della mia ricerca. È qui che si innesta per me lo spazio della politica nell’arte: nella consapevolezza di fronte alla costruzione e alla verifica continua del proprio linguaggio.

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