Come resistere a Venezia: intervista al collettivo artistico Barena Bianca

di - 19 Novembre 2019

Il Collettivo Barena Bianca, composto da Fabio Cavallari e Pietro Consolandi, nacque a Venezia nell’estate del 2018, come gruppo di “attivismo in camicia” nella laguna di Venezia, con lo scopo di portare alla luce problematiche ecologiche e sociologiche adottando la Barena come emblema. Per i suoi interventi nello spazio pubblico, Barena Bianca utilizza una poetica antimimetica per rifiutarsi di sparire: cerca di emergere in ogni situazione, di essere evidente e impossibile da ignorare.

Barena Primavera-Estate, still da video 4K, 2019

Partiamo dall’inizio: qual è stata la necessità di fondare Barena Bianca, ovvero un collettivo artistico a Venezia?

«Barena Bianca è nata negli ultimi momenti dei nostri studi allo IUAV – Università di Venezia, in un laboratorio sulla Laguna guidato da Elena Mazzi.

La metafora che ci ha spinti ad agire è che Venezia sia per sua natura un simbolo per l’umanità. Questo non ce lo siamo inventato noi, viene da una tradizione trasversale; da Nietzsche e Brodskij fino alle influencer che posano ogni giorno sui ponti della città. Venezia ha un innato potere simbolico grazie alla sua unicità, fragilità e per l’essere essenzialmente anacronistica. Anacronismo non come eccesso di passato, ma come “ἀνα” + “χρόνος”: in contrasto con il tempo. Venezia, con la sua fragilità, ha sempre dovuto proiettarsi in avanti, anticipando il tempo per non sparire, cristallizzandosi solo nel ‘900; per questo oggi i disastri dell’antropocene sono qui più visibili, ma al contempo non solo locali e sotto i riflettori del mondo. Venezia può essere megafono per una voce di cambiamento globale. Barena Bianca nasce anche da un parallelo eco-sociologico inquietante: nell’ultimo secolo la città ha perso circa il 70% di abitanti; la Laguna il 70% delle sue Barene».

Barena Bianca, fotografia da_Atensión!, performance, Venezia, 2019

Atensión! è il vostro ultimo progetto. Da dove proviene questa idea e quali problemi affronta?

«Il germe di Atensión! viene dal sindaco Luigi Brugnaro che, col suo bando per giovani artisti per il Padiglione Venezia di quest’ultima Biennale, avrebbe voluto esprimere lo spirito della città tramite le voci di coloro che la vivono durante questi Interesting Times. Volevamo informare i visitatori, spesso poco consci di come lo sviluppo economico stia danneggiando Venezia, su diverse questioni: declino demografico, incremento dell’acqua alta, distruzione delle Barene e inquinamento dell’aria. Tramite un software che trasforma dati in pittura astratta, in questo caso un gradiente, abbiamo processato dati di trend secolari accessibili sul sito del Comune, ma difficili da visualizzare. Alla fine non abbiamo avuto il coraggio di partecipare al bando, ci sembrava paradossale, ma abbiamo montato i grossi manifesti su dei carretti fatti a mano in una soluzione espositiva-performativa alla Serra dei Giardini, durata solo tre giorni, prima che il Comune stesso ci chiedesse di spostarli…».

Muevete Muevete Barena, still da video FHD, 2018

Vorrei concludere con una considerazione circa gli elementi del gioco e della parodia, che convivono intensamente nella vostra pratica insieme a tematiche sociali e di rivendicazione del diritto alla città e all’abitare. Perché avete deciso di utilizzare il corpo per vivere la città?

«Per come è fatta Venezia, per la gente che vi si trova – viaggiatori o residenti – e per i nostri contenuti, usare i corpi e i giochi paradossali è una strategia per emergere nello spazio pubblico e imprimere un’immagine forte: in Insurrezione Antimimetica Lagunare ci siamo camuffati e infiltrati fra i turisti per risultare paradossalmente fuori luogo nel nostro luogo, in Muevete Muevete sessanta bambini veneziani si sono trasformati in un drago-barena occupando Campo Santo Stefano. Gli stessi bambini in Primavera-Estate hanno impresso piante lagunari sui propri vestiti usati: impersonificare l’ambiente è stato per loro naturale, già attivisti a 10 anni proprio perché immersi in problemi evidenti, immediati e quotidiani. In Atensión! invece l’anti-mimetismo è stato del nostro performer Ettore che si è fatto largo rumorosamente con un oggetto assurdo: il carretto, che ogni giorno permette a Venezia di vivere, mentre è qui servito a mettere in circolo messaggi, idee e consapevolezza.

Nel 2000 Antoni Muntadas avvisava: “Attention: perception requires involvement”. Senza essere direttamente, fisicamente, interamente coinvolti non potremmo pensare di percepire una realtà e senza percezione non c’è comunicazione né speranza di cambiamento. Quello che esprimiamo non è solo il diritto alla città e all’abitare – che è centrale – ma più ampiamente un diritto a esistere che sta prendendo piede in tutto il mondo, per esempio con movimenti come Extinction Rebellion. Certe dinamiche producono un apparente e temporaneo benessere ma sono mortifere e, in quanto tali, vanno rifiutate. Le prime armi in una battaglia del genere possono essere consapevolezza e cura del mondo».

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