Un’inaugurazione in piena estate a Bologna è segno della ripresa, della necessità di recuperare le temps perdu, la vivacità. Quella poi di “Deflagrazione artist’s cut”, personale di Vincenzo D’Argenio (Benevento, 1982) al Museo Spazio Pubblico, è oltretutto l’occasione per riprendere con il racconto affidato alle opere della prima mostra “Deflagrazione” dello scorso settembre 2020, interrotta per cause accidentali quando le stanze in cui era stata appena allestita si sono improvvisamente allagate.
Presentata in una nuova forma e adattata agli ambienti espositivi, la mostra inaugurata il 29 luglio è un concentrato, propriamente un artist’s cut, del più ampio progetto che precede e segue un episodio, nonché l’inizio del racconto, datato al 6 agosto 2018.
Nel nuovo spazio di via Curiel a Bologna, cofondato dall’ospite Luisa Bravo insieme a City Space Architecture e Genius Saeculi, sono proposte talune opere sopravvissute all’allagamento e vari e multiformi lavori inediti, accompagnati dai testi di C. ed Emilia Angelucci, in un continuum tutto e involontariamente costruito sull’accidentalità e la ricerca tecnica e poetica.
Vincenzo D’Argenio è artista cresciuto col writing e la street art, dal lettering allo stencil alla poster art, e legato nel tempo all’espressione fotografica e video e alle tecnologie digitali con esiti installativi via via sempre più articolati e fantasiosi. D’Argenio è dapprima un instancabile e avveduto narratore, che muove da sponde opposte – pubblico/privatissimo, naturale/artificialissimo – per portare al centro del flusso, del suo flusso condiviso, vivo e profondo, immagini e suggestioni esperienziali. E come ben si evince dalle installazioni, la sua è un’opera calda e viva che riunisce racconti di cronaca a racconti familiari attraverso elementi, botanici quanto sperimentali, che si propongono come veri e propri indizi, più o meno espliciti, costruiti a partire da materiali misti, dalla carta alla resina liquida, con fare artigianale e al contempo l’ausilio concreto della tecnologia.
Elementi naturali, si diceva, in quanto propriamente prelevati dallo scenario agreste da cui parte il racconto di quel 6 agosto 2018, e artificiali intanto perché “tecnologici”, ma anche perché mediati dal ricordo. Ogni dettaglio, simbolo ed evocazione, ornamento e texture, contribuisce infatti a ricostruire la memoria di tutta la narrazione; a partire dal momento in cui, mentre sul raccordo autostradale di Bologna esplodeva un’autocisterna uccidendone l’autista, lui e C., all’ombra di un acero non molto lontano da lì, facevano schioccare il loro primo bacio assistendo inconsapevoli e al contempo generando una deflagrazione. Dalla chioma dell’albero alla chioma dell’esplosione, su una coperta per due.
Del racconto era stata prodotta una pubblicazione fotografica a tiratura limitata, dal titolo “Diario di C. e V.”, ma buona parte degli esemplari, come diversi altri lavori, sono stati colpiti dall’acqua in quel secondo incidente sopravvenuto in mostra nel 2020, oggi resi un’opera/reperto: «Se il fuoco dell’esplosione di due anni prima aveva acceso la miccia di una lunga genesi – riferisce D’Argenio – l’acqua che ha sommerso i lavori l’ha spenta in meno di 2 giorni. I diari rimasti a lungo in acqua hanno cambiato forma diventando sostanzialmente unici. Nonostante fossero un prodotto editoriale sono diventati delle piccole opere. Ho pensato che l’unico modo per continuare a raccontare questa storia a chi avesse voluto ancora ascoltarla sarebbe potuto essere un corrispettivo digitale dei nostri tempi di un “diario segreto”, un file .pdf criptato da una password».
Si entra in mostra appunto come nel suo diario segreto, tra contributi appesi, appoggiati e videoproiettati, immersi nel sonoro di un intervento audio e tra fotografie, sculture e innesti…e la storia continua.
L’artista ne riferirà diffusamente al pubblico in un incontro aperto, venerdì 6 agosto 2021 non a caso tre anni dopo il primo accadimento, sempre presso il Museo Spazio Pubblico.
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