Silvia Beltrami, Cross sea, 2024, collage, carta su affresco staccato, 130 x 190 cm
Solitudini, sospensioni, distanze, fratture interne, astrazioni dal mondo. Sono numerosi, sottili e sensibili gli elementi di convergenza tra i lavori di Silvia Beltrami (Roma, 1974) e Giuseppe Gallace (Soverato, 1993), protagonisti della mostra in corso fino al 18 aprile 2026 al SAC – Spazio Arte Contemporanea di Robecchetto con Induno, pochi chilometri a ovest di Milano. Curata da Nicoletta Candiani e Sofia De Pascali, l’esposizione si intitola Frammenti, intesi come parti di un tutto incolmabile, marginalità semantiche che diventano centrali nel linguaggio dei due artisti, i cui lavori si alternano e si mescolano nello spazio attraverso dialoghi delicati.
La poetica del frammento è evidente nell’opera di Silvia Beltrami, che ha fondato grande parte della sua ricerca artistica sulla tecnica del collage. Utilizzando come supporto tela, carta, legno, l’artista dà vita a una miriade di corpi sospesi in un ambiente indefinito. Danzano? Levitano? Precipitano? Dominano lo spazio o ne sono fagocitati? Il loro essere si definisce in un continuo tentativo di ricomporsi o nella deflagrazione della propria stessa unità? Ogni indizio su emozione, espressione o intenzionalità viene costantemente corrotto dalla frammentazione che attraversa ogni opera.
Quella che a un primo sguardo sembra una danza elettrica si rivela, avvicinandosi alla superficie, un’estasi grottesca. Braccia, gambe, ventri, occhi, bocche, ascelle, piedi, nasi: nessun anfratto di corpo è coerente con la parte attigua. Se un frammento può essere parte di un tutto, nei lavori di Beltrami diventa invece un movimento centrifugo destinato a non ritrovare mai il proprio punto di partenza. Se le posture delle sue figure evocano una tormentata danza matissiana, i dettagli dei corpi ci riportano a degli immaginari pulp alla Cronenberg. Il corpo a corpo è anche quello dell’artista con la propria opera: oltre alla vasta sperimentazione di supporti, sulle sue superfici troviamo graffi, incisioni, gestualità rese ancora più intense dalla pratica dello strappo d’affresco. Utilizzata negli ultimi esiti della sua ricerca, Silvia Beltrami lavora prima su una porzione di muro del suo studio, che poi stacca e trasferisce su un nuovo supporto.
Nelle opere pittoriche di Giuseppe Gallace, prodotte appositamente per la mostra, il frammento assume invece una connotazione più evocativa, e a tratti parassitaria. Lo si evince dagli onnipresenti fiori, elementi che abitano le scene dei suoi dipinti estraniandosene allo stesso tempo. Forse autoritratti, forse memorie, forse scene mai vissute: i personaggi usciti dal pennello di Gallace abitano spazi spesso invasi di luce meridiana e restano inermi e immersi all’interno di un tempo indefinito. Nelle ampie campiture gialle, arancioni, rosse e azzurre, figure di donne e uomini gettano i propri sguardi in lontananza, persi in quelli che possono essere ricordi o ripensamenti, dando la sensazione di rimanere estranei persino a loro stessi.
Che abitino scene domestiche, giardini, spazi urbani o fondali astratti, i dipinti di Gallace vengono attraversati in primo piano da elementi floreali affissi in cima a lunghi steli, frutto di stratificazioni pittoriche isolate dal contesto che, proprio per la loro natura ricorrente eppure straniante, spiccano in primo piano come un sogno, o forse un’inquietudine sottile e impossibile da scacciare. Si tratta di un’invasione surreale e silenziosa, una minaccia di asfissia. O forse, un memento dedicato alla fragilità, legata al presente, alla memoria, all’esistenza stessa. Nello spazio del SAC, luogo di esposizione ma anche sperimentazione, formazione e accoglienza per artisti e comunità circostante, il dialogo tra Silvia Beltrami e Giuseppe Gallace si articola con rimandi e contrappunti senza mai essere didascalico. Il frammento, in queste ricerche non è perdita, ma si fa grammatica. Una lingua che entrambi gli artisti usano per dire ciò che il tutto non riesce a contenere.
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