Ducato prize 2025
Percorrendo lo scalone dâonore di Palazzo Farnese a Piacenza non è difficile arrendersi allâampiezza e alla magnificenza degli spazi, lasciando che per un secondo la mente vaghi e si proietti nella Storia, in un tempo che non la riguarda eppure a suo modo la include. Sede dei Musei Civici e dellâArchivio di Stato, il Palazzo troneggia sulla piazza della Cittadella, delimitata simbolicamente sul fronte nordorientale dalla cinta muraria e, non distante, dal corso del Po. La sua costruzione risale alla metĂ del XVI secolo ed è forse in quel periodo storico che la mente si concede di soggiornare temporaneamente mentre viene trasportata oltre la prima, la seconda e infine la terza rampa per approdare, infine, al primo piano. Una svolta a sinistra ed è possibile intravedere gli interni della Cappella Ducale, un gioiello manierista incastonato nella piĂš sobria architettura vignolesca del Palazzo: è qui che presente e passato si incontrano. Un tempo dedicata alla celebrazione di importanti occasioni religiose legate alla famiglia Farnese, la cappella ottagonale sovrastata da volumi a doppia altezza ospita oggi la restituzione finale dellâultima edizione del Ducato Prize, che dal 2019 promuove un dialogo tra lâarte contemporanea e il territorio del ducato di Parma e Piacenza con lâintenzione di promuovere e sostenere la pratica di artisti nazionali e internazionali in grado di suscitare con la loro ricerca una riflessione critica sugli aspetti piĂš significativi del presente.
La mostra, in corso fino al 9 novembre, include le opere di tredici artisti finalisti, le cui opere affrontano aspetti centrali della societĂ come lâidentitĂ e la natura umana, le mutazioni sociali e ambientali, la crisi economica e quella geopolitica. A dare forma e misura a questo attraversamento del presente è stato ancora una volta Giacomo Pigliapoco, al quale è stata affidata per la seconda volta la direzione artistica del Premio, un appuntamento ormai centrale nel panorama dellâarte contemporanea italiana, capace di raggiungere unâaudience internazionale di altissimo livello. La restituzione finale è senza dubbio una testimonianza della qualitĂ dellâiniziativa: non si tratta di una semplice selezione di opere ma di un progetto espositivo a tutto tondo, capace di restituire con chiarezza pratiche e sguardi tra loro distanti ma sempre accomunati dallâurgenza di dare forma agli interrogativi piĂš pressanti del nostro presente.
Ad accompagnare la lettura di queste individualità è stato anche lâintervento allestitivo di Fosbury Architecture ä¸ studio collettivo giĂ protagonista del Padiglione Italia durante la Biennale dâArchitettura 2023 ä¸ incaricato per la seconda volta della progettazione dellâexhibition design. Rispettoso del contesto ma incisivo e leggibile, lâapproccio adottato da Fosbury Architecture per la Cappella Ducale è consistito nellâadozione di un modulo fisso ä¸ un pannello metallico nero disposto e combinato in forma di paraventi, fondali e quinte teatrali ä¸ capace di articolare lo spazio ottagonale in una partitura leggera ma efficace pensata per orientare lo sguardo senza mai bloccarlo e per sostenere le opere senza sovraccaricare il delicato contesto ospitante. Il risultato è un equilibrio delicato nel quale lâarchitettura dialoga con le opere e ne accoglie la presenza senza rinunciare alla propria forza espressiva. La bellezza austera della cappella non viene oscurata ma ridefinita e temporaneamente abitata da un intervento temporaneo la cui eco, tuttavia, risuona forte in tutto il Palazzo.
E se di eco si parla, vale la pena ricordare le opere degli artisti selezionati. Alcuni lavori si confrontano con le crisi ambientali ed ecologiche, come quello di Yuyan Wang, vincitrice della categoria Contemporary, che con Green Grey Black Brown (2024) presenta un video monocanale installato su una distesa di erba sintetica. Lâopera riflette sulle logiche estrattive globali e sullâillusione della tecnologia come soluzione universale allâemergenza climatica, mentre lâerba finta sotto i piedi diventa simbolo di una natura artificiale, manipolata, svuotata. Una riflessione visiva e tattile sulla violenza strutturale del sistema petro-capitalistico, che si impone nello spazio con sobrietĂ e intensitĂ .
A ricevere il riconoscimento per la categoria Academy è invece Joyce Joumaa, con lâopera video Untitled (2025): un loop apparentemente semplice, in cui un calcolo matematico infinito scorre sul modesto schermo analogico di una calcolatrice portatile. Celata dietro la ripetizione ipnotica è la narrazione dellâinflazione in Libano e del suo impatto devastante sulla vita quotidiana: il numero cresce smisuratamente, una metafora della svalutazione che travolge inevitabilmente ogni certezza economica.
Le ricerche degli altri finalisti costruiscono una costellazione di linguaggi che attraversano fotografia, performance, suono e video. Rage (2024) di Yumna Al-Arashi (1988) è un mosaico di immagini e corpi, una narrazione a 800 fotogrammi per secondo che, a partire da suggestioni dantesche e botticelliane, ambisce a decostruire le ereditĂ coloniali e a ridefinire la rappresentazione femminile; George Hraoka Cloke (1992) lavora sulla memoria visiva e uditiva per ricostruire una geografia ideale fondata su temi quali ecologia, inclusione sociale e progettazione urbanistica utopica; la pittura di Besnik Lushtaku (1999) muove a partire dalla memoria come catalizzatore della decontestualizzazione di soggetti eterogenei. Yanqing Pan (2002) documenta lâinesorabile evoluzione della sua cittĂ natale con installazioni tattili e stratificate, dove materie organiche interagiscono e si fondono, mentre Ylenia-Gaia Dotti (1999) indaga con la performance il tema del trauma e della violenza di genere. Non mancano interventi scultorei come quelle del collettivo TOMBOYS DONâT CRY, che porta in mostra un lavoro politico sullâidentitĂ queer, unâinstallazione di lingue in silicone sospese in aria che gioca sullâespressione idiomatica e misogina âavere la lingua lungaâ, generalmente associata alla sfera femminile. Nel video Diffusion (2024) Cao Shu (1987) affronta poeticamente il tema dellâibridazione tra realtĂ e intelligenza artificiale, mentre Andro Eradze (1993), al quale è stato assegnato il Premio Residenza presso Villa FIlanda Antonini a Treviso, evoca una natura fuori controllo, silenziosa e inquietante, al confine tra animale e bestiale. Vincitrice del Premio Residenza presso AMA House (Atene), Pascale Birchler si ritrae in forma di scultura e rappresenta la tensione dellâimmobilitĂ , il momento che precede parola e il movimento. Evan Ifekoya (1988) affronta con tagliente umorismo il tema della negoziazione tra lâidentitĂ nera e quella individuale. Infine, Ileana Arnaotou e Ismene King (1994, 1993) ä¸ vincitrici del Premio Residenza che le vedrĂ ospiti presso la VV Foundation in Lettonia ä¸ lavorano sulla creazione di un paesaggio a metĂ tra il naturale e lâantropizzato con una scultura fatta di porzioni di barche e pale eoliche, un relitto capace di evocare scenari distopici e parlare, seppur sottovoce, del dilagante sentimento dellâeco-ansia.
Visitare questa mostra è unâesperienza che non impone percorsi ma certamente invita alla deriva. Ogni opera è una soglia, un frammento di presente che chiede di essere compreso e sviscerato con attenzione. E in questo equilibrio instabile tra il silenzio della Storia e la voce urgente del contemporaneo, Ducato Prize si delinea non solo come premio ma come spazio ricettivo, di ascolto e confronto, capace di far emergere voci inedite e interrogativi urgenti in un tempo che, ora piĂš che mai, ne ha bisogno.
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