Francesco Garbelli, Senso unico timido, 2017
Viviamo in una lunga fase di inconoscibilitĂ della realtĂ ; in questo stato confuso ed impermeabile nel quale siamo piombati, guardarsi indietro diventa necessario per capire quale sarĂ la strada da prendere. Anche nellâarte contemporanea, câè una fiorente riscoperta di quei talenti che hanno anticipato scelte, ricerche, cambiando in modo radicale il linguaggio dellâarte.
Gli anni â80 sono stati uno spartiacque ingombrante, con una lettura imparziale di un decennio nel quale sotto una crosta ben delineata era vitale un magma artistico controcorrente, ben proiettato verso una visionarietĂ estetica disomogenea dal mainstream dominante.
Nellâopulenza del decennio, nel quale si è cercato lâeccesso, sfumano le utopie contestative sociali, anti-consumistiche, e il femminismo militante degli anni settanta. Rimangono le sperimentazioni dellâarte visiva, che riesce a mettere in discussione e a creare una sorta di cordone ombelicale nel quale confluiscono le dinamiche piĂš propulsive ed intuitive.
Ne è un esempio; Francesco Garbelli pioniere dellâarte pubblica e relazionale italiana. Sia la mostra sia il recente libro Diario Pubblico pubblicato da Vanilla edizioni, a lui dedicato, vogliono rileggere il lavoro dellâartista attraverso molte delle tematiche da lui introdotte, da vero anticipatore, a partire dagli Anni â80 fino ad arrivare ai nostri giorni.
Garbelli utilizza il linguaggio come strumento principale, ricontestualizzando le immagini appropriate ed andando ad intervenire con interventi dâarte pubblica per far luce sulle narrazioni storiche sottorappresentate, o almeno lo erano, quando iniziò ad occuparsi dellâetica dellâecologia e a temi sociali scomodi come il razzismo.
Ă particolarmente interessato alla giocositĂ delle forme ed ad un impatto immediato con il fruitore, ha sintetizzato una varietĂ di pratiche e medium che vanno ad interagire utilizzando materiali âpoveriâ ed inusuali, come lâuso dei segnali stradali e la documentazione fotografica che ne scaturisce dei vari interventi urbani. Attinge da una vasta gamma di materiali ed estetiche provenienti da fonti diverse come lâarte relazionale, lâarte pubblica sperimentale, la pop art, i readymades di Marcel Duchamp e la filosofia.
Questa ricerca si traduce in una sintassi visiva che è tanto riconoscibile quanto flessibile e che consente a Garbatelli un ampio insieme di prospettive materiali e teoriche. Esaminando e utilizzando il linguaggio come fenomeno visivo, rivela le trame della politica e della storia anche se opera in modalità che possono essere classificate come pop.
In mostra, una dozzina di opere, molte provenienti dal corposo nucleo della collezione delle gallerista Cristina Morato, da Il Paradosso del pedone, dei primi anniâ90, al Senso Unico Timido a Non sono razzista maâŚLa rivolta delle parole; unâinstallazione non autorizzata di cinque targhe applicate su un muro lungo lâAlzaia Naviglio Grande a Milano, in occasione della Giornata Internazionale per lâEliminazione della discriminazione Razziale.
Le opere sono veri e propri appunti visivi, segnali di una pratica orientata che riflette un approccio intellettualmente rigoroso soffuso di umorismo e di un profondo impegno con le ereditĂ dellâarte visiva.
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