Anonima - Courtesy AnonimaKunsthalle
Hybrĭda Tales è la rubrica di approfondimento nata da Hybrĭda, il progetto con cui Untitled Association ha individuato oltre 200 tra spazi indipendenti, artist-run spaces, associazioni culturali e luoghi informali che stanno contribuendo significativamente ad ampliare gli sguardi sul Contemporaneo in Italia oggi.
Con un sistema di interviste a schema fisso, Hybrĭda Tales restituisce una panoramica delle realtà indicizzate, siano esse emergenti o ormai consolidate, e coinvolgerà artisti, operatori culturali, curatori, giornalisti, collezionisti, galleristi per dare vita a un archivio condiviso e collettaneo di riflessioni aperte sulle prospettive, attuali e future, del Contemporaneo.
Qui trovate tutte le puntate già pubblicate.
AnonimaKunsthalle nasce a Varese nel 2016 per volontà di Ermanno Cristini, Giancarlo Norese e Luca Scarabelli. Spazio indipendente ospitato nelle aree comuni di Riss(e) e Surplace, occupava inizialmente il muro piastrellato della cucina, dal 2020 occupa una cabina armadio di circa 1mq. Caratteristica principale del progetto è quella di cambiare direzione artistica a ogni stagione espositiva. Ora è curato da Cecilia Mentasti.
Cosa unisce la vostra attività, e quella del vostro spazio, alla ricerca attuale sul contemporaneo?
Penso che il principale legame di AnonimaKunsthalle con il contemporaneo sia quello di esserci – inevitabilmente – invischiato grazie alla peculiarità del progetto di cambiare responsabile ad ogni stagione. Il risultato è sfaccettato e molteplice e si compone di diverse visioni calde di contemporaneo. Mi sembra un modo molto furbo di essere attuali perché la sommatoria di quello che ha interessato le varie personalità fa emergere una costellazione di contemporaneo sicuramente più ricca di quella che si darebbe con un singolo curatore. Clara Scola, che mi ha preceduta, ha reso molto bene l’idea ricostruendo un albero genealogico di AnonimaKunsthalle.
Quali legami sentite con la città/luogo in cui operate?
Varese è la città dove sono nata oltre che il titolo del progetto che porto, che sarà articolato in diversi episodi ma il cui titolo sarà sempre Varese. La città è il luogo e l’argomento della mia ricerca; direi un legame molto forte.
Cosa significa per voi sperimentazione?
Sabotare l’idea di risultato finale.
Post Disaster Rooftops è una pratica spaziale, critica e curatoriale ambientata sui tetti di Taranto, una città manifesto delle disparità territoriali prodotte dai meccanismi economici e produttivi di scala globale.
PDR è, allo stesso tempo, una pratica research-based e una ricerca practice-based (che apprende dai risultati e dal contesto).
PDR interpreta i tetti come spazi urbani non convenzionali – sospesi tra pubblico e privato – liberi dalle principali forme egemoniche di controllo. Dai tetti della Città Vecchia di Taranto è possibile avere una ricognizione immediata degli effetti del disastro (ambientale, economico, politico…) e, allo stesso tempo, immaginare collettivamente futuri alternativi attraverso continui slittamenti dello sguardo tra il reale e il possibile.
PDR indaga questioni urgenti della condizione urbana contemporanea che sono direttamente influenzati dalla condizione di crisi della città. Invitiamo artiste, ricercatori e practitioners a performare collettivamente un’occupazione temporanea attraverso la parola, il suono e il corpo.
Il disastro è in corso o è già avvenuto?
Cosa unisce la vostra attività, e quella del vostro spazio, alla ricerca attuale sul contemporaneo?
Non abbiamo uno spazio. Il nostro spazio sono gli interstizi urbani che occupiamo in questa particolare città – Taranto – che noi interpretiamo come uno degli esempi più tangibili della crisi – urbana ed ecologica – contemporanea. Una città “manifesto”, al centro di processi estrattivi e produttivi di scala globale, la cui condizione è un punto di partenza per esplorare una serie di questioni che sono al centro di un dibattito transdisciplinare e intersezionale.
Quali legami sentite con la città/luogo in cui operate?
Ci sono 2 tensioni che ci legano a Taranto.
La prima è fisica: tuttə noi siamo cresciutə in piccoli centri urbani intorno alla città. Per anni l’abbiamo sempre attraversata, fino a che abbiamo deciso di stare, ascoltare, capire.
La seconda è politica, una tensione di decentralizzazione: spostare la produzione del discorso critico dai contesti culturalmente privilegiati a quelli marginali e svantaggiati, dove le urgenze non si possono solo discutere ma anche, e soprattutto, sentire.
Cosa significa per voi sperimentazione?
Il nostro background è nell’architettura e nel design. Discipline che (nel contesto italiano) tendono a chiudersi dentro i propri confini, faticando a produrre una contaminazione che in altri ambiti è invece sempre più centrale.
Abbiamo deciso di affrontare la pratica spaziale e la ricerca urbana attraverso linguaggi ideologicamente plurali, che privilegiano un’esplorazione del potenziale performativo generato dalle interazioni tra i corpi e le infrastrutture spaziali esistenti.
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