Ostinato, Roberto de Pinto, 2026. Courtesy Roberto de Pinto and Francesca Minini, Milan. Exhibition view, at Francesca Minini, Milan. Ph. Andrea Rossetti
C’è qualcosa di profondamente insistente nei corpi di Roberto de Pinto. Non solo per la loro ricorrenza, ma per il modo in cui sembrano sottrarsi a una piena disponibilità allo sguardo: si offrono e, allo stesso tempo, si trattengono. Chi guarda si percepisce posto ai margini di una dinamica che non lo contempla davvero. È un legame serrato, morboso, difficilmente accessibile, quello che l’artista costruisce con il soggetto raffigurato. Eppure, questa chiusura apparentemente esclusiva lascia filtrare il forte desiderio, da parte di queste figure, di essere osservate e intercettate da occhi altri.
È in questa ambivalenza che si colloca la natura profondamente egocentrica della pittura di de Pinto. Il corpo occupa stabilmente il centro dell’immagine, ma non come oggetto di contemplazione narcisistica. Piuttosto, come spazio su cui ci si può interrogare continuamente sulle possibilità dell’immagine e sulla sua capacità di trasformarsi e di riscriversi.
L’artista si serve di una presenza maschile ricorrente, segnata da tratti mediterranei, colta in momenti di intimità, inattività o sospensione. È attraverso questa figura che prende forma la sua infinita riflessione su sessualità ed erotismo, mettendo in relazione l’individuo con una dimensione più ampia, in cui si intrecciano componente emotiva, elementi naturali e riferimenti alla storia dell’arte. Questo soggetto non coincide però mai pienamente con un autoritratto. È un’identità mobile, un alter-ego riconoscibile ma mai definitivo. Più che rappresentare un io, questo corpo lo rinegozia costantemente, trasformandosi in un dispositivo attraverso cui l’identità viene costantemente interrogata.
In questo contesto si gioca Ostinato, mostra personale dell’artista ospitata negli spazi della galleria Francesca Minini a Milano, visitabile fino al 9 maggio 2026. Il titolo non è un semplice riferimento semantico ma una vera e propria chiave strutturale. L’ostinato, in ambito musicale, è una continuità che non coincide mai con l’identico, bensì si ripete permettendo una serie di variazioni.
La pittura di de Pinto si sviluppa proprio lungo questa traiettoria: dagli esordi più legati al disegno e alla centralità della linea, il lavoro evolve verso superfici progressivamente più dense e stratificate, in cui la componente pittorica acquista complessità. L’introduzione più frequente del colore a olio, accanto all’encausto – che resta la cifra distintiva della sua pratica – amplia la gamma delle sfumature e delle tensioni materiche, contribuendo a definire una resa sempre più articolata del corpo. Rielaborato in una pratica “a freddo”, l’encausto utilizzato introduce una dimensione epidermica, tattile, che costruisce una vera e propria superficie quasi vellutata in cui la pelle rappresentata può mostrare le sue imperfezioni, apparendo porosa e stratificata.
Questi dettagli, che nella realtà di tutti i giorni creerebbero repulsione e disgusto, sembrano finalmente avere la possibilità di manifestarsi ed essere apprezzati come qualità estetiche. Elementi come peli, macchie, ombre e residui non funzionano come particolari realistici ma come punti di intensità in cui la visione dell’opera si trasforma in esperienza per lo più sensoriale.
È proprio qui che la pittura di de Pinto si distanzia da una certa tradizione figurativa contemporanea. Non esiste la ricerca di una restituzione “pulita” del corpo, bensì si insiste sulla sua opacità e sulla sua resistenza a essere completamente decifrato.
Qui i volumi tendono a comprimersi verso la bidimensionalità, richiamando certe sperimentazioni del primo Novecento, in dialogo con suggestioni dell’arte arcaica o africana. Le figure si dispongono sulla tela come sagome leggere, assomigliando quasi a ritagli, accostandosi e sovrapponendosi in una composizione appiattita, interrotta soltanto da riflessi luminosi o da una vegetazione essenziale che, con i suoi giochi di luce e ombra, restituisce loro una parziale consistenza. Gli elementi naturali inseriti sembrano sempre ricercati per suggestionare sensazioni tattili o olfattive, totalmente istintive e legate alla memoria.
Da tutto ciò deriva uno spazio-tempo sospeso e quasi primitivo, in cui definire questa pittura come egocentrica è sì corretto, ma solo se si chiarisce che non si tratta di una chiusura autoreferenziale. Il corpo dell’artista è al centro perché è l’unico terreno disponibile per un’indagine che resta inevitabilmente incarnata. Tuttavia, è un centro instabile, continuamente attraversato da slittamenti, proiezioni e sovrapposizioni tra ciò che è stato vissuto veramente e ciò che è stato solo immaginato.
Nelle opere più recenti esposte in mostra, le figure abbandonano la componente ironica, che sembra sopravvivere soltanto nei lavori su carta.
I corpi si fanno più austeri, profondamente sensuali, trattenuti. All’osservatore resta uno spazio marginale, mediato quasi esclusivamente dai frammenti poetici disseminati tra dipinti e disegni – per lo più testi d’amore – che funzionano come un controcanto, rimandando a quella soglia di accesso parziale a questa relazione chiusa. Le citazioni, prese da autori come T. S. Eliot, Pablo Neruda e Konstantinos Kavafis, insieme a suggestioni musicali legate a Ravel, costruiscono un tessuto lirico che accompagna e al tempo stesso complica la lettura delle immagini.
Un punto di svolta decisivo per la mostra è rappresentato, inoltre, dall’inclusione di un nucleo di lavori che sembra aprire a nuove possibilità operative. Essi derivano direttamente da una prima performance realizzata lo scorso autunno, durante la quale una serie di disegni ritagliati viene utilizzata in un primo momento per occupare lo spazio e, solo successivamente, viene trasferita sulla pelle dell’artista, instaurando una relazione diretta tra immagine e corpo.
Il gesto assume, così, i tratti di una costruzione identitaria in atto, come se de Pinto mettesse in scena una sequenza di possibili configurazioni del sé. Queste opere – denominate Capricci – si articolano in collage e composizioni di piccoli frammenti combinabili, unità minime in grado di articolare una nuova grammatica dell’immagine attraverso cui il corpo si costruisce per addizione e per giustapposizione, come un lessico aperto.
Ostinato è, quindi, una mostra che assume la ripetizione come vero e proprio metodo operativo. Non come esercizio di riconoscibilità, né come strategia di consolidamento identitario, bensì come pratica di verifica continua. Il corpo ritorna ogni volta sotto una pressione diversa, attraversato da minime variazioni che ne alterano la possibilità stessa di essere riconosciuto come identico. Ogni opera sembra riaprire la stessa domanda, senza mai esaurirla: quanto può essere reiterato e trasformato un corpo prima di smettere di coincidere con sé stesso? E fino a che punto questa coincidenza è davvero necessaria? È proprio in questa insistenza mai risolta che il lavoro di Roberto de Pinto trova la sua tensione più produttiva.
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