Elektra (detail), 2025, Anselm Kiefer
Anselm Kiefer ha presentato una nuova installazione permanente al MONA – Museum of Old and New Art di Hobart, in Tasmania, un ambiente monumentale che ingloba architettura, suono, corpo e tempo, confermando la vocazione teatrale e quasi rituale della sua pratica, quando incontra istituzioni museali disposte a spingersi oltre i confini della tradizionale esposizione.
Commissionata dal fondatore e proprietario del museo, David Walsh, giocatore d’azzardo professionista, collezionista d’arte e uomo d’affari australiano, Elektra è un anfiteatro in cemento e su più livelli, ispirato a una struttura analoga presente a La Ribaute, il vastissimo complesso-studio che Anselm Kiefer ha costruito nei pressi di Barjac, nel sud della Francia. A Hobart, però, l’opera rappresenta il il cuore di una nuova ala del museo, frutto di oltre quattro anni di lavori e di un budget lievitato fino a superare i 100 milioni di dollari australiani, circa 60 milioni di euro, più del costo dell’intera struttura. Un investimento che racconta bene la natura eccentrica del MONA, museo privato dove attualmente è in esposizione anche una mostra dell’artista italiano Arcangelo Sassolino e che, fin dalla sua apertura, nel 2011, ha fatto dell’esperienza anti-accademica il proprio tratto distintivo – basta dare un’occhiata al sito per capire di cosa stiamo parlando.
L’inaugurazione di Elektra è avvenuta con una performance dal vivo, con le danzatrici Juliet Burnett e Cecilia Martin e un accompagnamento musicale del compositore e bassista Nick Tsiavos e della vocalist Deborah Kayser. Walsh lo ha raccontato, nei suoi usuali termini coloriti, come un tentativo di restituire ad altri la stessa sensazione di spaesamento e rivelazione provata durante la sua prima visita a La Ribaute, un’esperienza che lui stesso ha definito di «Conversione», «Damascena» – come un moderno e ben più ricco Paolo di Tarso – capace di fargli intuire come l’arte possa essere totalizzante: «Come disse Paolo, presumibilmente a proposito di Kiefer: “Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli dei secoli!”», scrive il collezionista che ha fatto fortuna sviluppando un sistema di gioco d’azzardo utilizzato per scommettere sulle corse dei cavalli e altri sport e che, in altre occasioni, si descrive come un «Ateo rabbioso».
Con Elektra, Anselm Kiefer rafforza così la sua presenza al MONA, dove era già installata in maniera permanente l’opera Sternenfall / Shevirath ha Kelim (2007), inserendosi in una collezione che comprende interventi di artisti come Ai Weiwei, Alfredo Jaar e Wim Delvoye (della controversa opera di quest’ultimo per il museo di Walsh scrivevamo anche qui). Ma soprattutto ribadisce una modalità di lavoro che, negli anni, ha trovato terreno fertile soprattutto in istituzioni private capaci di sostenere progetti di lunga durata, complessi e difficilmente replicabili nei circuiti museali più tradizionali.
Un precedente emblematico, in questo senso, è quello dei Sette Palazzi Celesti al Pirelli HangarBicocca di Milano. Concepite nel 2004 come installazione permanente site specific, le sette torri in cemento armato, alte fino a 19 metri e cariche di piombo, libri e riferimenti simbolici alla mistica ebraica, hanno trasformato l’ex spazio industriale in una sorta di cattedrale. Anche lì, come oggi al MONA, l’opera di Kiefer si impadronisce dello spazio, imponendo una dimensione teatrale e performativa al visitatore.
Tra Tasmania e Milano, emerge così un filo rosso che attraversa la produzione di Anselm Kiefer: la costruzione di ambienti totali, pensati come rovine contemporanee e come luoghi di attraversamento simbolico, in cui il peso delle cose, degli eventi e dei pensieri si condensa in forme architettoniche imponenti e vertiginose.
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