Marco Gallotta Portrait
Marco Gallotta, un italiano a New York: sembra il titolo di un film, ma talvolta la realtà appare più interessante di una pellicola cinematografica, come in questo caso. Il protagonista è un giovane artista che, partito da Battipaglia, nella provincia di Salerno, sperimenta e approfondisce tecniche artistiche nel mondo, prima di arrivare nella grande mela. La sua arte traduce l’intricato linguaggio del papercutting, una particolare tecnica orientale fatta di incisioni, in cui vi è la filosofia del rimuovere il superfluo, riducendo eccesso, l’inutile, promuovendo un risultato armonico tra pieni e vuoti in cui la luce filtrante diventa parte dell’opera, mutevole, cangiante, diversa in ogni ora del giorno. Marco Gallotta nelle sue opere reinterpreta il taglio, lo interiorizza, scorpora e assembla, mostrando la parte più scultorea del suo lavoro.
I suoi progetti riflettono ambizione e versatilità e gli sono valsi numerosi riconoscimenti a livello internazionale. Marco Gallotta è tra i pochissimi artisti italiani ad avere un’opera permanente nella metropolitana di New York, intitolata Urban Nature installata nella stazione 111 della linea 7 nel Queens. Ce ne parla nell’intervista:
Ventisette anni fa è arrivato per amore a New York. Un viaggio iniziato dal sud campano, passando dalle nevi del trentino come maestro di sci, studente a Ginevra e successivamente artista, docente a New York dove ha deciso di restare. Come l’ha accolta la città?
«Direi benissimo! Per quanto mi riguarda, essere italiano a New York mi ha persino dato una marcia in più. La creatività italiana è riconosciuta in tutto il mondo e il nostro senso estetico resta un punto di forza anche in un contesto estremamente competitivo. New York è sicuramente una città impegnativa, che ti chiede di correre, innovare e reinventarti ogni giorno. Le opportunità sono infinite, ma nulla è scontato: la concorrenza è alta e bisogna essere pronti a mettersi sempre in gioco. Con il tempo, però, questa incredibile città è diventata casa mia».
Ha affinato la sua arte attraverso tradizioni orientali, in particolare il papercutting. Cosa la porta a “togliere” per creare?
«Il papercutting mi ha colpito per la precisione, la pazienza e la forza poetica di un gesto antico, nato in Oriente ma capace di parlare un linguaggio universale. L’ho portato New York mettendolo in dialogo con una città veloce e cosmopolita, dove la tradizione si trasforma senza perdere il suo equilibrio. Il mio lavoro nasce spesso da una fotografia, che elaboro attraverso disegno, incisione e stratificazione della carta, fino a creare un effetto tridimensionale. Togliere, incidere… diventa così un modo per andare oltre la superficie e raccontare ciò che non è immediatamente visibile: un ponte tra culture, materiali e visioni contemporanee. Ciascuna fessura restituisce una lettura diversa, come se l’opera si riscrivesse in ogni istante».
La luce che filtra attraverso le sue opere diventa parte della sua arte. Una sinergia con il creato, con il luogo e l’atmosfera che la circonda?
«Assolutamente sì. La luce non è mai un elemento esterno al mio lavoro, piuttosto una parte viva dell’opera. Filtrando attraverso i vuoti e le incisioni, entra in relazione con il luogo, con l’atmosfera, con il tempo che scorre. In questo senso il mio gesto artistico non si esaurisce con la creazione: è una collaborazione continua con il contesto e con ciò che ci circonda. Sono queste sinergie a dare alle mie opere la loro dimensione più autentica».
Ha partecipato e vinto il concorso indetto da MTA Arts & Design, realizzando sei pannelli in alluminio intagliati e verniciati a polvere, alti 2 metri, per la stazione 111 della metropolitana nel Queens. Cosa ha significato per lei questo traguardo?
«Presentare questo lavoro, commissionato dal Dipartimento Arte e Design della metropolitana è stata un’emozione unica. Urban Nature celebra le comunità, i paesaggi e i simboli architettonici che animano il Queens, e poterla inserire in una delle collezioni pubbliche più prestigiose al mondo è per me un onore straordinario. Lasciare un segno permanente in una città che da ventisette anni è la mia casa e fonte inesauribile di ispirazione rappresenta la realizzazione di un sogno».
La sua installazione celebra l’energia di un quartiere che, per la sua storia di insediamenti olandesi, inglesi in primis è diventata terra d’accoglienza. Da europei increduli delle dichiarazioni del presidente dell’America, questa non ci appare più come terra di accoglienza. La realtà di New York con Zohran Mamdani forse è differente. L’arte può fare la differenza?
«New York è da sempre una città accogliente, probabilmente è proprio questo che mi ha attirato fin dall’inizio. È un luogo in cui le differenze e le varie culture non si annullano, piuttosto convivono. Credo molto nella potenza dell’arte: può fare la differenza creando dialogo, mettendo in relazione persone, attivando occasioni di ascolto e immaginazione. Non risolve tutto, certo, ma l’arte può aprire spazi di comprensione e di condivisione da cui nasce il vero cambiamento».
Il Queens è tra Manhattan e Brooklyn. Quartiere da sempre portatrice di brio ed energia positiva, culla del Jazz, con il suo polmone verde del parco Flushing Meadows Park, tra lo stadio di tennis e il famoso monumento dell’unisfera, detta la propria unicità tra i quartieri di New York. Le sue opere sono omaggio alla comunità multietnica che lo popola e ai simboli architettonici che la caratterizzano e raccontano della natura che si evolve e si rigenera con la città. Armonia e rigenerazione sono messaggi nelle sue opere?
«Il Queens non è solo un luogo, è un organismo vivo. È il punto in cui Manhattan e Brooklyn smettono di essere poli opposti e iniziano a dialogare. La sua forza sta proprio lì: nella convivenza, nella stratificazione, nel ritmo continuo di culture, storie e linguaggi diversi. Le mie opere nascono da questa energia. Sono un omaggio alla comunità multietnica che lo abita e ai suoi simboli architettonici, ma anche alla natura che non scompare, piuttosto si trasforma, si adatta e cresce insieme alla città. Armonia e rigenerazione… beh, io ho cercato di rendere visibili questi concetti nelle mie installazioni».
Il 12 febbraio verrà inaugurata un’installazione di design alla Fabbrica del Vapore, frutto di una collaborazione di grande prestigio con la Fondazione Franco Albini, con il patrocinio del comune di Milano. Come sarà questa opera?
«“Cerchi di Pace” nasce dal desiderio di portare in vita un totem progettato da Franco Albini insieme a Franca Helg e Albert Steiner per le Olimpiadi di Cortina del 1956 e mai realizzato. In un’epoca di conflitto come quella attuale, la Fondazione Franco Albini, in partnership con me e l’azienda Barone Italia, ha scelto di presentarne una versione fedele ma contemporanea, in cui arte, design, grafica e artigianato si fondono per diventare messaggeri di pace e armonia tra i popoli. L’installazione sarà itinerante, attraversando musei, fondazioni culturali, università e spazi pubblici nel mondo, portando con sé un messaggio universale di fratellanza, rispetto e dialogo. La prima tappa alla Fabbrica del Vapore di Milano segna l’avvio del tour internazionale, in un periodo di grande concentrazione culturale e visibilità per la città, tra Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Miart e il Salone del Mobile. Il mio intervento artistico prevede una fiamma, realizzata in luce e metallo, metafora di un fuoco interiore che illumina senza distruggere. Partecipare a questo progetto prestigioso è per me un onore e un’emozione incredibile».
Progetti futuri?
«In realtà, in questo periodo, sto lavorando a molti progetti che non si esauriscono in un singolo evento, ma che lasciano tracce, relazioni e nuove opportunità. Il mio desiderio è portare le mie opere sempre più fuori dai luoghi tradizionali, farle dialogare con contesti vivi, internazionali, dove le persone non sono solo spettatori ma parte attiva del processo creativo. E poi continuerò a costruire connessioni, come faccio da sempre, e a seguire dove porteranno!».
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