Milano Art Guide ed exibart presentano It’s a Mad, Mad, Mad, Mad World, un atlante della fotografia degli anni 2020, da scoprire ogni settimana su Instagram: il quarto ospite è Niccolò Moronato. Per dare un’occhiata al takeover nelle stories del nostro account instagram, vi basta cliccare qui.
A cosa stai lavorando?
«Il golf è uno sport violento. È da quest’estate che è un pensiero fisso. Sto lavorando su questo – sul fatto che il golf stravolge un territorio e lo trasforma in un paesaggio simbolico da conquistare a colpi di mazza, una buca dopo l’altra, nel minor numero di tiri possibile.
Parlando con architetti di campi da golf, player e addetti ai servizi, ti rendi conto che questo gioco non è un gioco. Basta guardare le mappe dei giocatori o i “green books” che usano in campo: sembrano degli schemi di battaglia e infatti spesso sono prodotti da aziende che si occupano di rilevazioni a scopo bellico. La stessa tecnologia che guida un missile in Afghanistan ti indica dove mirare il colpo.
Il golf pone l’individuo in una condizione “zen” e così continua a esercitare il suo senso di spensierato dominio sulla natura.
È uno sport di conquista, signorile e sanguinario, che nasconde molti livelli di lettura – ora sono in quella fase fortunata in cui mi ci posso perdere dentro.»
Come trovi ispirazione per il tuo lavoro? E cosa ti ispira di più?
«Sono attratto da errori e “difetti” nello spazio pubblico – inteso non solo come luogo fisico ma piuttosto come l’infrastruttura culturale / sociale / linguistica / visiva che influenza le nostre scelte.
Faccio attenzione al tipo di inclusione o di esclusione che uno spazio può incoraggiare, cercando di rendere esplicite le norme sociali che adottiamo inconsapevolmente, aprendole ad una messa in discussione, sia personale che collettiva.
I punti di partenza dei miei interventi sono spesso delle note a piè di pagina di libri, etimologie, controsensi o paradossi che rivelano la fragilità dei pensieri dominanti.»
Cosa significa fotografare negli Anni Venti del Duemila?
«Mi piacerebbe fare questa domanda a un’intelligenza artificiale o a una telecamera di sorveglianza. Ho l’impressione che le foto più rivelatorie siano quelle non scattate da un intelletto umano adulto.
Per me non c’è una risposta universale a questa domanda e non penso che questo sia il secolo delle risposte universali. O almeno lo spero.
Per me le foto più interessanti sono quelle che scattano i telescopi orbitali: dei grandi pixel in scala di grigio, oggetti celesti lontanissimi di cui scorgiamo solo la luce riflessa, che è poi il senso originario del fotografare. Sembrano astratti ma in realtà sono figurativi al 100% – molto più reali e meno realistici, più veri e meno verosimili rispetto a quello che riusciamo davvero a vedere con i nostri occhi o i nostri obiettivi.»
Il 2020 in una foto?
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