Jim Dine, vista della mostra, Palazzo delle Esposizioni
Il principale merito della mostra antologica dellâartista americano Jim Dine, curata da Daniela Lancioni e aperta fino al 2 giugno, è quello di presentare la sua opera in maniera esaustiva attraverso 80 opere, provenienti da grandi musei americani ed europei, tra i quali spicca il Centre Pompidou di Parigi. Un percorso âclassicoâ ma chiaro e leggibile, che permette di seguire tappa per tappa la carriera di Jim Dine, artista irregolare e non classificabile, e proprio per questo interessante.
In Italia lo abbiamo visto in alcune occasioni pubbliche nellâultimo ventennio: nel 2000 al Palazzo delle Papesse di Siena (Jim Dine in Italia, a cura di Martha Boyden), poi alla Gam di Torino nel 2017 (!!!Surprise.Jim Dine@Gian Enzo Sperone, a cura di Gregorio Mazzonis e Maria Teresa Roberto) e alla fine dello stesso anno allâAccademia di San Luca a Roma (Jim Dine. Houseof Words.The Muse and seven Black Paitings), ma per la prima volta la sua opera viene presentata in maniera esaustiva, rivelando molte sorprese. La prima, in ordine cronologico, è costituita dai primi happening, che si sono svolti nel 1960 in due gallerie di New York, la Judson Gallery e la Reuben Gallery, ricostruiti grazie ad immagini tratte da archivi fotografici americani, studiati per lâoccasione da Paola Bonani.
Una preziosa documentazione analizzata in catalogo da Francesco Guzzetti in un illuminante saggio, che sottolinea la qualitĂ neodadaista degli happening di Dine (spesso in collaborazione con lâamico Claes Oldenburg), che avevano lâaspetto di ambienti colorati e confusi, dominati dalla pittura e dal collage e da azioni dove lâartista si presentava vestito da clown (The Smiling Workman, Reuben Gallery, 1 /4/1960) o come una vera e propria performance con diversi interpreti, basata sulla memoria di due incidenti stradali (Car Crash, Reuben Gallery, 1-6 /11/960). Questi eventi denotano un atteggiamento dinamico e energetico, che caratterizza tutta lâarte di Dine: âDipingo spinto da un impulsoâ dichiara lâartista nel 1959. E lo stesso impulso gli consiglia di abbandonare lâhappening per abbracciare una pittura che ingloba gli oggetti quotidiani: âUn precipitare di oggettiâ puntualizza Lancioni. A certificare il passaggio è lâopera Two Nets (1960), che apre una delle sale piĂš intense della mostra, con opere realizzate tra il 1961 e 1962, dove lâincontro tra pittura e oggetti costituisce la cifra stilistica di Dine e appaiono piĂš evidenti i richiami con lâarte italiana degli stessi anni.
Riferimenti piĂš o meno espliciti che denunciano quanto fosse fecondo lo scambio tra New York e Roma, attraverso mostre, riviste , articoli, saggi, immagini o semplicemente conversazioni tra le due sponde dellâAtlantico nella prima metĂ degli anni Sessanta. CosĂŹ Window with an axe (1961-62) si ispira probabilmente ad unâopera come Vedova da poco (1920) di Marcel Duchamp, ma sembra costituire un interessante precedente per Finestra (1962) di Tano Festa, che guardava allâarte americana fin dagli anni Cinquanta. CosĂŹ come è difficile non supporre che una tela come Big Black tie (1961) non abbia ispirato Cravate (1967) di Domenico Gnoli.
Come dichiarava lo stesso Tano Festa, intervistato da Giorgio De Marchis in occasione della sua personale a La Salita nel 1967, âla Pop Art è legata a New York come a Romaâ.      In effetti davanti ad unâopera come Long Island Landscape (1963) non si può non pensare ad un rapporto con i paesaggi anemici di Mario Schifano, ed in particolare a Central Park East (1964), eseguito durante il soggiorno dellâartista a Nw York tra il dicembre del 1963 e lâestate del 1964.
Dopo le intense sale dedicate alle opere dei primi anni Sessanta, punteggiate di capolavori che inquadrano in maniera puntuale le peculiaritĂ della pittura di Dine, la mostra prosegue in maniera rigorosa e senza inciampi, con momenti particolarmente felici come lâaccostamento tra British Joys (A Picture of Mary Quant) e My Tuxedo Makes an Impressive Blunt Edge to the Light, tele del 1965 che includono abiti maschili e femminili, e soprattutto Nancy and I at Ithaca, la maquette grafica del catalogo di una mostra tenutasi presso lâAndrew Dickson Whiye Museum of Art alla Cornell University di Ithaca (New York), dove Dine insegnò nel 1966 per un anno e realizzò otto sculture di grandi dimensioni, delle quali sono rimaste soltanto due, Straw Heart e Green Hand, entrambe esposte al Palazzo delle Esposizioni.
Nellâultima sala, con un gesto di grande generositĂ , Jim Dine ha allestito undici sculture in legno che raffigurano Pinocchio, burattino caro allâartista, realizzate tra il 2004 ed il 2013: degno finale in chiave ironica di una mostra da non perdere, accompagnata da un catalogo denso di contenuti edito da Quodlibet.
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