La funzione politica dell’esperienza estetica: Gian Maria Tosatti a Milano

di - 2 Aprile 2025

Il paradiso, con tutta probabilità, non lo avevamo mai immaginato così vuoto e desolato. Gian Maria Tosatti, invece, nel rappresentarlo costruisce un miraggio tanto lontano dalle nostre fantasie quanto vicino alla realtà dei giorni nostri. Questo emerge percorrendo i 3mila metri quadrati su cui Paradiso si svolge. Un lavoro monumentale, ambientato all’interno di otto magazzini situati sotto i binari della Stazione Centrale di Milano, che racconta un paradiso disabitato, nel quale solo i clochard trovano rifugio. Nelle loro coperte termiche dorate si riflettono le sette volte celesti crollate, scavate dalle infiltrazioni e macchiate dall’umidità.

Si susseguono, uno dopo l’altro, scenari innevati e gli indizi di quanto è accaduto. I registri natali sono stati dati al fuoco e degli angeli non resta che il nome su lapidi marmoree. L’ottava stanza è avvolta dal buio. Solo una lampada su un tavolo, vicino a una radio, indica la direzione che non si vorrebbe mai percorrere: quella verso il binario 21, da cui partirono le deportazioni nei campi di sterminio.

Gian Maria Tosatti, Paradiso, 2025. Installation view. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli. Foto Marco Dapino

L’iconografia di Gian Maria Tosatti

Sparsi all’interno di Paradiso si trovano molteplici riferimenti riconducibili all’iconografia di Tosatti. La prima immagine che si para davanti a coloro che vi entrano mostra due grandi lampadari a candelabro, uno dei quali giace a terra, rievocando un’immagine già vista in Il sangue speso di tutte le mie stelle – devozioni VIII (2007). Nell’ottavo lavoro appartenente al ciclo delle Devozioni – il primo progetto di Tosatti nel campo delle arti visive – un lampadario di cristallo rimaneva appeso raso terra, illuminando lievemente uno spazio sotterraneo: uno dei tanti bunker tedeschi che alla fine della Seconda Guerra Mondiale rimasero congelati nel tempo, dopo aver perso i contatti con Berlino. I soffitti gocciolanti dell’ultimo lavoro a Milano, poi, sono decorati con parole tratte dai versetti dell’Apocalisse, trascritte in foglia d’oro, come nel terzo episodio delle Sette Stagioni dello Spirito. In Lucifero (2015) – titolo dell’opera con cui si chiudeva il percorso nelle profondità dell’inferno – la stessa modalità era utilizzata per ornare gli Ex Magazzini Generali del Porto di Napoli.

Gian Maria Tosatti, Paradiso, 2025. Installation view. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli. Foto Marco Dapino

Fra Lucifero e Paradiso, tuttavia, intercorre una differenza sostanziale: nel primo, persino al limitare degli inferi, restava uno spiraglio di speranza – il riflesso del cielo attraverso un’apertura nel pavimento – mentre nel secondo si avanza inesorabilmente verso le tenebre. Nel buio dell’ultima stanza di Paradiso, una radio trasmette le note del El Mole Rahamim. Lo stesso canto yiddish risuonava disturbato in un altro lavoro tratto dal ciclo delle Devozioni, Litanies pour un retour – devozioni IV (2006). Una ragazza scheletrica cercava spasmodicamente di spegnere un grammofono, per interrompere il suono che si imponeva sui suoi pensieri. Allo stesso modo, davanti alle porte del binario 21, sottrarsi all’ascolto è impensabile, se non al prezzo di una complice omertà.

Gian Maria Tosatti, TRAUMA, 2025. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli. Foto Marco Dapino

Riflettere la realtà come uno specchio

Tracciare i riferimenti iconografici tratti dai lavori precedenti di Tosatti, e riproposti all’interno di Paradiso, non è un esercizio fine a se stesso. Risulta utile, piuttosto, per riflettere scientemente intorno alla possibilità di una svolta pessimista nella poetica dell’artista. Un ulteriore passo verso la comprensione della riflessione di Tosatti può essere fatto grazie a Es brent!, mostra visitabile presso la Galleria Lia Rumma di Milano fino all’8 maggio 2025, nella quale i lavori esposti continuano il suo percorso concettuale.

Una grande scritta luminosa segna l’ingresso al piano terra della galleria. TRAUMA (2025) ricorda un progetto irrealizzato del quale rimane il disegno, Dreamland (2018), che avrebbe fatto parte del progetto I’ve already been here. Nel lavoro, concepito da Tosatti durante i dieci anni trascorsi a New York, solo alcune lettere della scritta avrebbero dovuto funzionare correttamente, quelle che formano la parola “drama”. Nell’opera recente, la “a” finale sfarfalla, lasciando illuminare l’ingresso con il termine “traum”, in tedesco “sogno”.

Gian Maria Tosatti, Flag, 2025. Serie di 6. Courtesy l’artista e Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli. Foto Marco Dapino

Esternamente, invece, svettano dal terrazzo del secondo piano sei bandiere trasparenti, sei lavori singoli intitolati Flag (2025). Invisibili, come gli ideali scomparsi dallo spirito di un paese, l’Europa, in preda alle fiamme. Un continente – drammaticamente non l’unico – infiltrato da forze politiche e governative camuffate, pericolosamente assuefatte al desiderio di un ritorno a forme di potere totalitarie.

È evidente, dunque, che non è l’artista ad aver assunto una prospettiva disillusa, ma il mondo ad aver subito un cambiamento radicale. Tosatti infligge uno schiaffo metaforico ai visitatori delle sue mostre, spingendoli a una reazione, a una presa di consapevolezza e a una riscoperta, non solo scongiurando ogni dubbio su una svolta pessimista, ma battendosi per quel risveglio culturale necessario a rendere impossibile ciò che oggi appare inevitabile.

L’esperienza estetica come strumento di rafforzamento della democrazia

Ritornando, un’ultima volta, al primo ciclo di opere costruite da Gian Maria Tosatti, e più precisamente al suo primo lavoro, Le Lait miraculeux de la Vierge – devozioni I (2005), il confronto con Paradiso lascia emergere due dati importanti. Il primo è, ancora, legato ad una visione scoraggiante. In Le Lait miraculeux de la Vierge, la Madonna era disposta a lasciarsi mungere dalle preghiere dei propri fedeli, sottoponendosi a un sacrificio costante. Questa metafora si realizzava nell’opera, immergendo il visitatore in un impianto sotterraneo per l’imbottigliamento del latte, la cui fonte divina era nascosta fino all’ultimo momento. Nel Paradiso, l’assenza di qualunque essere celeste lascia intendere l’estinzione dei fedeli.

Il secondo dato che emerge da questo confronto è legato al medium che accomuna i due lavori: l’installazione ambientale. Su questa pratica Tosatti ha lavorato lungamente, perfezionandola per costruire dispositivi capaci di generare esperienze estetiche. Il visitatore non si limita ad osservare un’opera, ma ne è coinvolto, la attraversa con i sensi e il pensiero in un processo trasformativo. L’esperienza estetica è un’esperienza compiuta pienamente, un equilibrio tra percezione e riflessione in cui il soggetto non è mai passivo. Ciò che più incide sulla realtà è la possibilità per il fruitore di trasferire questa attitudine esperienziale nel vivere quotidiano.

Proprio in questo meccanismo formativo si manifesta il valore politico dell’arte: se la democrazia è un modo di vivere basato sulla partecipazione e sul rapporto attivo con l’ambiente, allora rafforzare la capacità di fare esperienza significa rafforzare la democrazia stessa.

Gian Maria Tosatti, Paradiso, 2025. Installation view. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli. Foto Marco Dapino

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