La Kunsthaus Bregenz ospita la mostra di un artista che vuole rimanere senza identità

di - 9 Gennaio 2026

«Negli ultimi decenni abbiamo visto quanto le questioni relative all’identità e all’origine di un/un’artista abbiano assunto un ruolo sempre più importante per la percezione dell’arte, sono quel tipo di informazioni che i musei forniscono al pubblico prima ancora che l’opera diventi accessibile…cosa succede se togliamo tutto questo, se eliminiamo il contesto?» così Thomas D. Trummer, direttore del Kunsthaus Bregenz, introduce una delle sue mostre più radicali e spiazzanti, che mette in seria difficoltà anche chi vuole scriverne (in corso fino al 18 gennaio 2026). A questo punto del testo sarebbe già comparso un nome e un titolo, e invece tutto quello che abbiamo è una banda nera oscurante ███████, che fa somigliare i comunicati stampa dell’istituzione austriaca alle lettere passate dalla censura. L’artista ha infatti deciso di mantenere segreta la sua identità. «Se non hai un nome, come può un’istituzione riuscire a definirti, ad agguantarti? Come funzionano allora la comunicazione, il fundraising? All’improvviso mi è apparso chiaro quanto l’infrastruttura in cui — e attraverso cui — nascono artisti, artiste e opere d’arte dipenda dall’origine della persona» ha spiegato invece l’artista nel suo unico intervento pubblico in conferenza stampa, ovviamente in forma anonima.

Exhibition view, terzo piano Kunsthaus Bregenz, 2025 Foto: Markus Tretter © ███████, Kunsthaus Bregenz

Quello di ██████ ci appare subito come un gesto di institutional critique estremo, un tentativo radicale, disturbante e forse ingenuo di scuotere logiche e meccanismi consolidati del sistema dell’arte. Il pensiero va, inevitabilmente, anche alla critica a certe pratiche curatoriali che orientano la selezione di artisti e opere secondo filoni ormai diventati veri e propri must have, temi di tendenza del presente, dal post colonialismo all’ambientalismo, dal neofemminismo, alla sessualità non binaria. Sulla carta il tutto ha anche il sapore di un espediente mediatico, nemmeno troppo nuovo: in un mondo digitale che vive di sovraesposizione, in cui l’attenzione è il bene più prezioso, sottrarsi, nascondersi, è forse l’unico modo per farsi notare. Espediente o meno, con noi funziona. Varcata la soglia dell’iconico edificio disegnato da Peter Zumthor ci è subito chiaro che l’operazione di sabotaggio messa in atto con l’identità continua anche con la mostra, la cui forza sta più nelle riflessioni e negli interrogativi che suscita, che non in quello che si vede.

Exhibition view, terzo piano Kunsthaus Bregenz, 2025 Foto: Markus Tretter © ███████, Kunsthaus Bregenz

Il vuoto ci accoglie al piano terra, solo una fotocopiatrice piazzata su un lato del grande spazio offre un appiglio, magari c’è un’opera da scovare, tipo un Copycat o simile nascosta sotto il portellone della macchina. Macché. Una sorvegliante spiega gentilmente che non va toccata e porge una specie di manuale A4 fotocopiato in bianco e nero: è un report con informazioni tecniche, formule e riproduzioni di una struttura modulare, una mini-casa che abita il terzo piano dell’edificio. Saliamo per vederla, scopriamo che è possibile anche entrarci, lavarsi le mani nel lavandino, sdraiarsi sul futon e utilizzare la toilette: proviamo le prime tre cose, la quarta la lasciamo ai più arditi – “farla” dentro un’opera d’arte, mentre in giro ci sono altri visitatori, costa un certo coraggio (e comunque il wc non è quello d’oro di catteliana memoria). Chiediamo alla sorvegliante in sala se qualcuno ha utilizzato i servizi. Ci risponde che no, non fino ad ora. Dalle informazioni messe a disposizione dal museo apprendiamo che la casa misura 7,2 × 7,2 metri, è composta da 249 singoli elementi in alluminio e due pannelli di vetro e che si propone come architettura parassitaria. Attraverso il Kunsthaus Bregenz è collegata alla rete elettrica, idrica e fognaria.

Exhibition view, piano terra Kunsthaus Bregenz, 2025 Foto: Markus Tretter © ███████, Kunsthaus Bregenz

La casa modulare è l’esito più forte e visibile del progetto espositivo di ██████. Negli altri due piani inferiori dell’edificio troviamo, rispettivamente, una struttura composta da pannelli di lana di vetro, pensata come possibile isolamento per la casa modulare, e il vuoto. Solo guardando attentamente si scopre che un pannello del soffitto è stato tolto per mostrare i cavi che legano l’abitazione parassitaria al Kunsthaus – quasi una vivisezione del legame tra i due.

Tutto qui? Non proprio. Secondo quanto stabilito dall’artista, la casa non è in vendita, non può essere posseduta né archiviata dal museo. Al termine dell’esposizione verrà riattivata attraverso un programma di artist in residence – lo scorso dicembre il Kunsthaus Bregenz ha aperto una call pubblica per la presentazione di proposte. La casa modulare vuole quindi porsi come un’opera funzionale e generativa, uno strumento da cui far scaturire nuove creazioni; il suo statuto non è estetico, ma politico, di bene comune. Non a caso nelle descrizioni il museo parla di proposta anticapitalista, che si oppone alla sopravvivenza dell’arte come merce e sabota così una logica che equipara il valore alla permanenza o la visibilità alla verità.
E a proposito di visibilità, la decisione dell’artista di non comparire con un nome rispetto a operazioni paragonabili del passato oggi assume nuovi significati e conseguenze: vuol dire non essere indicizzati, ricercabili e taggabili, vuole dire non entrare nel sistema, sottrarsi alle sue regole, ma comunque essere presenti, incidere nella realtà. Forse è questo uno dei punti su cui fa più riflettere il progetto di ██████, che rischia altrimenti di rimanere criptico per il pubblico e confinato a discorsi tutti interni all’arte contemporanea. E forse la mostra di ██████ rimarrà difficile da scovare nel web, ma sarà presente nella storia dell’arte, a patto che possa esisterne ancora una al di fuori di esso.

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