Alla ricerca di un’estetica vitale: intervista a Simona Pavoni

di - 5 Gennaio 2021

Simona Pavoni, artista formatasi tra l’Accademia di Belle Arti di Urbino e l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, città in cui è attualmente impegnata nella creazione di uno spazio per l’arte, racconta la sua ricerca artistica attraverso il corpo e tutto ciò che c’è al suo intorno.

Noi ci siamo conosciute in occasione dell’ultima edizione del festival Walk-in Studio, quando mi hai parlato per la prima volta della tua serie Fioretti, in questi mesi mi hai raccontato come questo lavoro continui a suscitarti sempre nuovi riferimenti. A oggi come descriveresti quest’opera in divenire?

«Come hai detto tu, questa serie è ancora in divenire, continua a dirmi molto, può succedere che quello che dico in questa intervista tra un anno sarà solo lo scheletro di un discorso più ampio. Vedremo!

Questo lavoro si sofferma sulla comunicazione tra interno ed esterno. Mi sono interessata alle forme degli organi del corpo umano e a un elemento in particolare: l’alveolo polmonare, un luogo di scambio immateriale (tra anidride carbonica e ossigeno).

Fioretti è una serie di sculture in ceramica, ognuna provvista di una membrana a forma di sacco che aderisce a una struttura composta da gambi. Questi fanno eco sia alle vene del corpo umano, che agli steli vegetali. Mi sono infatti ispirata anche al processo di orientamento delle piante che, attratte dal sole, ne incanalano l’energia.

A oggi, il tema principale del lavoro è dunque il nutrimento, tutti gli esseri viventi devono compiere degli scambi con il proprio intorno per sopravvivere; ognuno assorbe sostanze dall’esterno, le quali vengono assimilate secondo leggi invisibili e diverse per ciascun organismo sulla Terra.

La forma che ho dato a Fioretti vuole quindi sottolineare una sorta di simbiosi mutualistica dei generi viventi, i quali, nello stesso ambiente, si supportano a vicenda. Per tale ragione, infine, questa serie è anche il simbolo di quello che sta avvenendo nello spazio in cui lavoro».

Infatti tu condividi lo studio con altri artisti, parlami di questa assonanza tra Fioretti e il luogo in cui produci.

«Fino alla scorsa estate facevo parte di Studio Scalzo, un atelier condiviso a Milano, poi, nello stesso stabile, ho aperto Spazio Marea con altri artisti, con l’intento di ampliare lo spirito di condivisione nascente. Ci siamo ritrovati a condividere in tanti gli stessi luoghi. È una situazione davvero stimolante perché ognuno porta avanti la propria ricerca con la quale contamina il lavoro degli altri. Viviamo ogni giorno un gran fermento! Percepisco gli studi come un grande organismo che sta lentamente prendendo forma»

Simona Pavoni, Fioretti, 2020. Courtesy dell’artista

Fioretti nasce dunque da una ricerca sul corpo umano e sul suo intorno, vale lo stesso per la tua serie Custodia?

«Assolutamente si. Custodia nasce proprio da una riflessione sui contorni, e dall’idea di contenimento come presupposto di esistenza. La nostra carne racchiude una serie di organi vitali che sono molto delicati. Questa fragilità è denotata dalla loro collocazione: essi sono inabissati all’interno del corpo. Allora Custodia è una serie di sculture composte da un rivestimento in cartone e spugna, materiali che, per loro natura, rivelano il ruolo protettivo nei confronti di ciò che avvolgono, qui argilla cruda. Le proprietà dell’esterno svelano dunque la fragilità celata all’interno.

Ragionando sui contorni mi sono anche chiesta: come dovrebbe essere un perimetro senza essere anche una barriera? È semplice! Deve essere permeabile! Deve consentire un dialogo perpetuo tra interno ed esterno. Ho così dedicato la mia ricerca a comprendere come costituire un limite fisico la cui superficie non fosse un confine, ma un filtro per intravederne l’interno. È da queste riflessioni che è nata Custodia, e poi Fioretti».

Simona Pavoni, Custodia, 2017-19. Courtesy dell’artista.

Da dove deriva questa riflessione sul contenimento come presupposto di esistenza?

«Un paio di anni fa leggevo La Casa di Adamo in Paradiso, di Joseph Rykwert, uno storico dell’architettura, che ha composto una raccolta di pareri di architetti, filosofi e designer sul tema della prima casa costruita da un ipotetico primo uomo. La cosa che mi ha colpito di questa lettura è stato l’accorgermi che, ancora oggi, si possano trovare molti accampamenti simili alle abitazioni primordiali descritte nel testo. Visitandoli, ho riflettuto su un’estetica della sopravvivenza, su come siano requisiti di esistenza sia il contenere all’interno del proprio corpo, che il costruire un perimetro attorno a sé (la casa), dunque essere contenuto.

Da questa lettura e dai pensieri consequenziali è così nata la serie, dallo stesso nome, La Casa di Adamo in Paradiso, per la quale, al momento, ho installato due capanne: una nel parco Epreskert, a Budapest, e l’altra nel parco Lambro, a Milano».

Simona Pavoni, La Casa di Adamo in Paradiso, 2019, Epreskert, Budapest. Courtesy dell’artista

Riassumendo, la tua ricerca, fino ad adesso, si propone di indagare il mondo e le sue manifestazioni attraverso il corpo, che tu intendi come un filtro, per studiare ciò che accade attorno a te.

«Esattamente, ascolto il mio corpo e ciò che lo anima, ovvero quei processi visibili e non che lo mantengono in vita. Da questa attenzione deriva l’intuizione di un’estetica vitale.

Credo che il prossimo passaggio sarà uscire dall’uomo naturale per pensarlo in relazione agli altri esseri viventi, in un contesto sociale ed ecosistemico».

Simona Pavoni, studio per Fioretti, 2020. Courtesy dell’artista.
Simona Pavoni, studio per Fioretti, 2020. Courtesy dell’artista.

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