La storia di Valie Export e Ketty La Rocca è scritta con il corpo

di - 31 Gennaio 2026

Un’impresa titanica: costruire un nuovo linguaggio per esserci in uno scenario dove come donne non avevano molto spazio per esprimersi. Tra queste “visionarie” ci sono Valie Export e Ketty La Rocca, che la mostra Body Sign da Thaddaeus Ropac ci racconta. L’importanza di questa mostra, visitabile fino al 28 febbraio a Palazzo Belgioioso di Milano, risiede nella narrazione di un periodo centrale per l’arte contemporanea, per la sua potenza trasformativa per la scelta delle due artiste femministe tra le protagoniste dell’arte concettuale negli anni ‘60 in Europa: «Hanno scelto il corpo come strumento per scrivere la loro storia, perché era l’unica cosa che era solo loro», spiega Alberto Salvadori, che ha curato l’esposizione con Andrea Maurer, «Un incontro postumo che costruisce un dialogo inedito tra due personalità rivoluzionarie».

Con l’intento di sfidare la società patriarcale hanno lavorato per un nuovo linguaggio in due ambiti diversi: lo spazio pubblico per Valie Expert, quello privato per Ketty La Rocca, anche non con confini così rigidi: anche perché entrambe hanno fatto della sperimentazione la loro cifra. Si sono prese il loro diritto “scrivere” la loro storia nell’arte: «Per sviluppare altre forme di linguaggio al di fuori del sistema dominato dagli uomini», spiega Valie Export lapidaria. Una impresa portata avanti creando diversi mezzi espressivi dalla fotografia, al video, alla scultura e alla performance.

Valie Export, Ketty La Rocca, Body Sign, Thaddaeus Ropac, veduta della mostra, Milano

«Negli anni ‘60 i nostri tentativi di coltivare un linguaggio diretto e incontrollato nell’arte si basavano sull’idea che il linguaggio dominante fosse una forma di manipolazione. Il piano era quello di aggirare queste forme di controllo sociale. Questa era la forza del corpo femminile in gradi esprimersi direttamente e senza mediazioni».

Per le artiste degli anni ‘60 e’70, il corpo era il mezzo espressivo privilegiato per esplorare la loro identità, la politica, la sessualità e superare le convenzioni artistiche tradizionali. Hanno scelto di trasformarlo per farlo diventare opera d’arte, per provocare riflessione e contatto emotivo con il pubblico. Una strada oltre l’oggettivazione del corpo che, anzi, veniva derisa e messa in discussione. In queste due artiste, il corpo diventa segno e sistema di pensiero: Value Export e Ketty La Rocca usano le mani, che rivestono un ruolo fondamentale perché riescono a trasmettere significati oltre le parole.

Valie Export, Ketty La Rocca, Body Sign, Thaddaeus Ropac, veduta della mostra, Milano

Inoltre c’è un lavoro in parallelo con opere estreme e ribelli. A partire da quella iconica di Value Expert, TAPP und Tastkino (Tap And Touchcinema, 1968), dove invita i passanti a toccarle il seno attraverso una scatola, così il corpo diventa uno schermo cinematografico e lo spettatore un partecipante attivo. «L’ opera esplora il corpo come materiale per il cinema in un modo completamente nuovo», ha spiegato l’artista viennese. «Sostituendo lo schermo con la pelle, ad esempio, il cinema diventa molto di più di una semplice esperienza visiva. È diventata un’esperienza fisica per tutto il corpo».

Il suo alfabeto scritto con il corpo lascia il segno anche nel paesaggio urbano, in Body Configurations (1972-82) Export contorce il proprio corpo per adattarsi agli spazi della città: nicchie e angoli diventando di volta in volta uno strumento di misurazione o indicazione. L’artista austriaca descrive queste opere come una “esternalizzazione” visibile degli stati interiori attraverso la configurazione del corpo con l’ambiente circostante.

Di Ketty La Rocca, sono fondamentali le sperimentazioni fiorentine con il Gruppo 70, quando distribuiva le sue poesie per strada. Durante l’azione Approdo, La Rocca e i membri del Gruppo 70 installavano segnali stradali modificati lungo l’autostrada A1 in direzione di Firenze: Engagement (1967), opera visibile in mostra, è uno degli esempi più rappresentativi. Questi puzzle linguistici volevano mettere in discussione, tramite l’espressione personale, la certezza della segnaletica come codice di comunicazione condiviso.

Opere importanti sono anche le “presenze alfabetiche”, sculture di lettere e segni di punteggiatura nel 1970. J con punto (1970), è una scultura in PVC nero a grandezza umana, una lettera che non esiste dall’alfabeto italiano, che associata al francese “Je”, ovvero “io”. In Body Sign (1970), la serie fotografica che dà il titolo alla mostra, Export affronta il linguaggio visivo della sessualità: ritratta nell’atto di sollevare il vestito e sfidare lo sguardo di chi la guarda, rivelando un tatuaggio a forma di giarrettiera sulla coscia, che si era fatta fare in pubblico in occasione della performance Body Sign Action. In questo caso, l’artista mette in scena una potente e ironica oggettivazione del corpo femminile da parte dello sguardo maschile.

Valie Export, Ketty La Rocca, Body Sign, Thaddaeus Ropac, veduta della mostra, Milano

Invece, La Rocca, nella serie delle Craniologie (1973), considera l’origine del linguaggio proveniente dall’interno del corpo: le immagini radiografiche del suo cranio sono sovrapposte a fotografie delle sue mani – una con l’indice teso, l’altra chiusa a pugno – e sovrimpresse alle parole scritte a mano “tu, tu, tu”, proponendo il proprio linguaggio visivo proto-femminista. Come spiega: «La dimensione misteriosa del linguaggio ha così modellato il volto dell’uomo, lo ha corroso, e per questo motivo sovrappongo il gesto della mano in tutta la sua espressività e semplicità comunicativa all’interno del cranio, dove il cervello ha dato vita all’insieme del pensiero e del linguaggio umano». In questa mostra, le ribellioni sono da attraversare in parallelo, anzi, collidono nel considerare il linguaggio come segno, materiale e sistema, lo cooptano per i propri scopi e ne aggirano l’uso nei contesti sociali convenzionali.

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