L’estate 2023 di Centrale Fies: un laboratorio contemporaneo per riflettere sul concetto di anarchia

di - 21 Luglio 2023

Il progetto, avviato nel 1999 da Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi, è il primo esempio in Italia di recupero di un’archeologia industriale a fini artistici e culturali; infatti, la centrale idroelettrica asburgica costruita nel 1911, oggi in parte ancora attiva e sotto l’egida di Hydro Dolomiti Energia, ha potuto riprendere vita e accogliere uno dei più importanti centri di ricerca per le pratiche performative contemporanee, grazie al progetto architettonico di Sergio Dellanna.

Ogni anno Centrale Fies apre le sue porte per una tre giorni estiva di performance degli alunni che durante tutto l’anno studiano in residenza negli spazi della centrale supportati a livello curatoriale, tecnico e con un budget per la loro produzione. La residenza “LIVE WORKS” fornisce anche un programma teorico: la Free School of Performance, che include visite in studio, critical session, gruppi di lettura, discussioni su temi specifici verso la ridefinizione del concetto di performance e incontri informali a sostegno della produzione di ciascun progetto.

Centrale Fies, Eoghan Ryan, photo credits Alessandro Sala

Quest’anno per l’undicesima edizione a cura di Barbara Boninsegna e Simone Frangi con la curatela esecutiva di Maria Chemello, abbiamo partecipato a un’intera giornata di performance.

Il programma prevede prima una lecture di Francesca de Rosa, docente a contratto di Lingua Portoghese presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, incentrata sulle culture e letterature postcoloniali, con un’attenzione agli archivi coloniali e alle rappresentazioni e narrazioni dell’autorità nei documentari e nel cinema coloniale portoghese. Dopo questo approfondimento sul tema, si sono susseguite, una dopo l’altra le performance previste per la giornata.

I vari progetti presentati sono accumunati dalla necessità di rompere degli schemi prefissati, andare oltre alle visioni standardizzate della società, porre questioni in merito a quella che si definisce “normalità”, rileggere e reinterpretare la storia attraverso dei linguaggi che sono allo stesso tempo fluidi e frutto di diverse ibridazioni tematiche ed espressive. L’intento è quello di sottolineare la natura di “apertura” del performativo inteso come strumento, non solo estetico, ma di impegno sociale, politico e di partecipazione pubblica.

Centrale Fies, Endi Tupja, photo credits Andrea Nicotra

Così l’artista irlandese Eoghan Ryan porta in scena una sola domanda fondamentale: l’anarchia è la risposta definitiva all’ordine? Nella performance “Circle A” tre interpreti lavorano insieme a un batterista dal vivo all’interno dei limiti del simbolo anarchico per eccellenza (la “A” cerchiata, appunto) disegnato con il gesso sul pavimento. Dentro questo schema di linee, gli artisti cercano delle risposte, dei modi per uscire, opporsi e rompere il sistema su cui si basa la società. Più intima e delicata è la drammaturgia presentata da Alice Giuliani e Camilla Strandhagen nella performance “And everything is as porous as a bodily crack” in cui le due artiste indagano il dolore fisico e mentale di alcune malattie croniche. Nella limitazione di movimenti, il corpo ferito diviene l’elemento centrale della ricerca inteso come luogo di vulnerabilità. In una struttura che richiama la pelle, le performer entrano ed escono da un corpo che si fa collettivo ed espressione della individualità di ognuno di noi.

Centrale Fies, Harald Beharie, photo credits Andrea Nicotra

Il corpo è centrale anche nella performance di Harald Beharie, guest artista di origini norvegesi e giamaicane e residente a Oslo, che per l’occasione ha presentato “Batty Bwoy” (2022): un’esplorazione dell’identità queer attraverso stereotipi e fantasie immaginarie. L’artista mescola estratti di testi dancehall, tipicamente giamaicani, con film italiani degli anni ’70 e integra le voci delle “gully queens”, ovvero le transgender giamaicane. È un atto fisico potente e magnetico, rappresentazione di un’intera umanità marginalizzata e denigrata che richiede attenzione e libertà di espressione. Proprio legato a questo tema delle zone liminari e delle periferie si sviluppa la performance “All the missing caregivers or Fascismo all’Acqua di Rose” di Endi Tupja, artista albanese, che vive tra Tirana e Berlino. Per il suo progetto l’artista mette in scena, attraverso una lettura performata, la condizione delle donne albanesi nel contesto italiano prima negli anni ’30 durante il fascismo, poi negli anni ’90 durante l’esplosione della cultura di massa, fino ad arrivare al presente. Attraverso questo viaggio temporale emergono le tematiche legate al genere, alla diversità e all’integrazione. Insieme a lei il pubblico diviene scenografia di questa rappresentazione ed è chiamato a partecipare al progetto.

Entrare a Centrale Fies è come accedere a una dimensione altra, in cui si abbraccia una visione collettiva e sociale del “fare arte”. Qui, si aprono spazi di riflessione sui quesiti sociopolitici del nostro mondo contemporaneo, letti e interpretati attraverso una sperimentazione artistica estrema, impossibile da categorizzare in qualsiasi definizione tradizionale. Il performativo diviene azione e impegno nelle sue infinite declinazioni e possibilità espressive.

In homepage: Centrale Fies, Alice Giuliani and Camilla Strandhagen, photo credits Alessandro Sala

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