Paolo Canevari, Pet, 2006, pneumatico, pelle di leopardo vintage, Van Ingen & Van Ingen Mysore India
La Pinacoteca Comunale di Città di Castello (Perugia) ospita, fino al 15 febbraio 2026, la mostra personale di Paolo Canevari (1963) dal titolo God Year, a cura dello storico e critico d’arte Lorenzo Fiorucci. L’esposizione si svolge negli spazi rinascimentali di Palazzo Vitelli alla Cannoniera, custode di capolavori di Signorelli, Raffaello, Ghiberti e Della Robbia, e propone un intenso dialogo tra linguaggi contemporanei e memoria storica.
Il titolo God Year richiama sia l’iconografia industriale dell’azienda di pneumatici, sia l’idea di Giubileo, sollevando una riflessione sul rapporto tra sacralità, consumo e materia. Le opere di Canevari entrano in cortocircuito con il patrimonio storico del museo, invitando il pubblico a interrogarsi sulle tensioni del nostro presente. In questo contesto, l’artista affronta temi come la spiritualità, la memoria, l’inquinamento simbolico e il corpo martoriato, in sintonia con le tensioni spazio-temporali della mostra.
Per l’occasione, abbiamo rivolto qualche domanda all’artista.
Esporre in una pinacoteca storica significa confrontarsi con uno spazio già carico di storia. Che cosa comporta, per lei, entrare con il proprio lavoro in un luogo come Palazzo Vitelli alla Cannoniera?
«È uno spazio che è già occupato. Prima di tutto architettonicamente, poi perché racchiude capolavori del Quattrocento e del Cinquecento. Entrare qui significa muoversi nelle pieghe dello spazio espositivo, tenendo presente quello che già esiste. Mettere un’opera contemporanea davanti a una pala d’altare di Luca Signorelli è quantomeno complesso. È un confronto estremamente sbilanciato: entro sempre in punta di piedi, mantenendo la mia dimensione umana e la mia poetica».
Il dialogo con il San Sebastiano di Luca Signorelli è uno dei punti centrali della mostra. Come nasce questo accostamento?
«Ho fatto l’esempio del San Sebastiano di Luca Signorelli perché è un artista che sento in maniera particolare. Accanto a quest’opera ho posizionato un mio lavoro del 1999 che si intitola San Sebastiano: un copertone trafitto, appeso al muro, con cinque frecce dorate in bronzo. È un lavoro inedito, mai esposto prima, che faceva parte di una serie di quel periodo e, come altri miei lavori, subisce trasformazioni e possibilità di metamorfosi nel tempo».
Molti suoi lavori nascono infatti come interventi temporanei, destinati a scomparire. Che valore ha per lei questa dimensione effimera?
«In quel periodo viaggiavo moltissimo, non avevo una base fissa né uno studio. Molti lavori venivano pensati, realizzati e distrutti a volte senza essere documentati. Questo mi ha dato una mobilità non solo fisica, ma anche mentale. Erano installazioni molto libere, legate al luogo e al momento. Io le descrivo come “apparizioni”, qualcosa che appare e poi scompare, un po’ come nella narrazione religiosa».
Nel suo lavoro il materiale è centrale. Esiste un mezzo che sente più vicino alla sua poetica?
«Per me è importante riuscire a evocare qualcosa attraverso un gesto poetico, che corrisponde a una semplicità nell’azione. Ho usato per lunghi periodi materiali come la camera d’aria e il pneumatico perché si trovavano ovunque e potevo usarli indipendentemente da dove mi trovavo. La ricerca consisteva nel trasformare un materiale comune in declinazioni inaspettate, evocare molto, ma con poco».
La simbologia animale ricorre spesso nella sua ricerca, in particolare la piovra. Che ruolo ha questo immaginario?
«Ho usato alcuni animali come simboli di potere: la lupa romana, l’aquila, la piovra. La piovra ha significati diversi: in Giappone è un elemento mitologico legato all’erotismo, mentre in Italia è il simbolo della mafia, qualcosa che con i tentacoli tocca tutte le realtà sociali. Mi interessa lavorare su questa dualità tra cultura popolare e cultura più alta, che assume significati diversi a seconda del contesto».
La spiritualità attraversa fortemente il suo lavoro. Che rapporto ha con il sacro e con l’opera come entità autonoma?
«C’è sicuramente una presenza mistico-spirituale nel mio lavoro. Le cose materiali raccontano una loro storia e si portano dietro un’eredità di significati. L’opera per me è un’entità autonoma, indipendente, non ha bisogno del pubblico per esistere. Non siamo noi che serviamo all’opera, è l’opera che serve a noi. Essa vive perfettamente la sua identità anche senza la nostra presenza: è autosufficiente e insondabile».
Articolo a cura degli studenti del corso di “Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico Contemporaneo” dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone. Coordinamento prof.ssa Eleonora Minna.
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