New York Art Week/ Lo spazio nelle forme dell’arte al DIA:Beacon

di - 3 Marzo 2020

Iniziamo la nostra art week newyorchese con una visita alla sede di Beacon della DIA Art Foundation, in attesa di scoprire i nuovi spazi di Chelsea – tre edifici sulla W 22th St., che apriranno il prossimo settembre, in grande stile – con la promessa di rifocalizzare l’attenzione sui diversi siti che la Fondazione ha a Manhattan, tra cui la New York Earth Room (1977) e The Broken Kilometer (1979) di Walter de Maria, oltre all’installazione di Joseph Beuys 7000 Oaks (realizzata per Documenta nel 1982) e di cui una parte è qui situata lungo la 22th St. tra la 10ma e 11ma Avenue.

Come sempre una puntata al DIA:Beacon – a poco più di un’ora di treno da Grand Central – vale una messa, se non altro per le long term view che, in questo caso, sono stato inaugurate lo scorso autunno.

Le long term views di Barry Le Va, Sam Gilliam e Lee Ufan

Nella casa del Minimalismo e del Post-Minimalismo, dove anche Andy Warhol è presente con la sua serie Shadows (1979) assume un appeal ben lontano dall’idea della Pop e più vicino all’etereo, era indubbio che tre dei migliori long term view, ovvero le mostre annuali, fossero dedicate ad altrettanti protagonisti delle correnti – forse meno famosi di altri colleghi – che creano una drammaturgia perfetta con i meravigliosi ambienti della Riggio Gallery.

Barry Le Va

Partiamo da Barry Le Va. Tutte le sue opere del primo periodo di attività che DIA ripropone hanno una dimensione “piatta”, a pavimento, e i materiali cardine sono – ovviamente – poveri: feltro, barre e palline di alluminio, vetro e polvere.

Apparentemente disordinate, le opere di Barry Le Va (nato nel 1941 in California e con una formazione da architetto) hanno uno schema rigido, che muove dal Minimalismo e dall’Arte Processuale.

Assolutamente da non perdere è la splendida installazione 6 blown lines (accumulation drift) presentata originariamente nella mostra dal titolo Extended Vertex Meetings: Blocked; Blown, Outword, 1969-7 alla galleria Greenwood di Londra e da David Nolan, a NYC.

Si tratta di un’opera effimera e fragilissima, composta di farina bianca, a formare una serie di onde che lambiscono il pavimento che rilascia la sua umidità, macchiando l’installazione e rendendola quasi un mare respirante tra le pareti. Dal sapore povero e vicino alle esperienze estetiche di Robert Smithson (poche sale più avanti), anche la serie Layered Pattern Acts (1968-1971) in cui l’artista con un colpo di martello sbriciola una serie di vetri accumulati a formare quadrati più o meno regolari, a sottolineare il dualismo eterno tra leggerezza e durezza, tra fissità e movimento.

Barry Le Va a DIA:Beacon, ph MB, courtesy DIA Art Foundation

Sam Gilliam

Per una riflessione sulla pittura, invece, Double Carousel Merge di Sam Gilliam (nato in Mississippi nel 1933). Si tratta un’opera che si rifà alle serie dei Drape works, realizzati tra gli anni ’60 e ’70. Basterebbe dire che in questo caso la pittura si fa spazio, visto che un corpo di tela unico viene appeso come una quinta teatrale nell’ambiente, estremamente “stressato” nel suo concepimento: Gilliam, infatti, era solito passare la pittura acrilica attraverso una serie di lavaggi, per renderla ancora più brillante e per permettere un ripensamento del concetto di “pittura”, che andasse ben al di là dello spazio del “quadro”, e si svolgesse – ingaggiando una relazione – nello spazio. Un’idea oggi ben assimilata? Non ne saremo così sicuri.

Sam Gilliam, Double Carousel Merge, DIA:Beacon, ph MB, courtesy DIA Art Foundation

Lee Ufan

Infine Lee Ufan (Giappone, 1936), tra i fondatori del gruppo MONO-HA, di cui il DIA nel 2017 ha acquisito tre grandi installazioni. E finalmente sono tutte in scena, a indagare un percorso sulla scultura site-responsive, dove gli elementi della natura sono in relazione con costruzioni industriali. E fa ancora un certo effetto, nonostante sia opera del 1971, restare a guardare quella serie di rocce adagiate su cuscini che è Relatum (Language) presentata originariamente alla galleria Pinar di Tokyo. Lo spazio in tutte le forme dell’arte, insomma.

Ma se non bastasse potete sempre fare riferimento a nomi (e opere) come Donald Judd, Dan Flavin, Michael Heizer, Robert Ryman, Robert Morris e Richard Serra, o dell’Espressionismo Astratto in scultura di John Chamberlain. E Louise Bourgeois. Il braccio dell’arte muscolare a stelle e strisce, di quel “Paradiso Americano” dell’arte furono le esperienze degli anni ’60 e ’70, che qui valgono un viaggio nella stagione che preferite.

Lee Ufan, Relatum (Language), DIA:Beacon, ph MB, courtesy DIA Art Foundation

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