Nicola Samorì, La tecnica dell'eclisse, 2021
Figure che si piegano sino a sfiorare l’involuzione, ma resistendo al totale disfacimento, grazie alla loro intrinseca vitalità. Forme ambigue, sfuggenti, talvolta offuscate ed altre accurate, che portano impressi i segni di un’imponente fragilità, ma anche di un’inaspettata flessibilità e resilienza. Nel tentativo di rispondere al quesito cosa resta della mia opera quando viene strappata alla citazione, quando si deve reggere unicamente sui piedi dell’invenzione? Nicola Samorì si fa spazio nella galleria Monitor di Roma, regalando al pubblico opere inedite, segnate da un deciso distacco rispetto alla produzione precedente, che affondava le proprie radici nel repertorio dei maestri del passato.
Un corpo che si tende fino al limite delle sue possibilità, una figura che a malapena riesce ad esistere: il marmo La Lingua (2021), preceduto da venti disegni preparatori, si impone nella prima stanza della galleria, dedicata al “manuale della mollezza”. Samorì sfida la pietra a curvarsi, la figura a resistere nella sua impotenza, spingendo il proprio lavoro ai limiti da un punto di vista materiale, formale ed esistenziale. Ne emerge un’indagine volta a portare gli elementi della propria opera all’estremo, sino ad arrivare ad oscurarla.
Con La tecnica dell’eclisse (2021), installazione che campeggia su una delle pareti della seconda sala della galleria, si aggregano una quindicina di dipinti appartenenti alla produzione giovanile di Samorì, di cui rimangono tuttavia solo brandelli eclissati, accecati dall’artista tramite un processo di ossidazione e annerimento. Ciò che resta è il fantasma di un’immagine, un’arte che vive nel frammento, la cui potenza si rivela allo spettatore – dopo una prolungata osservazione – negli elementi residuali, ormai privati dei vecchi condizionamenti. In simbiosi, sperimentazione tecnica e profonda ricerca generano un lavoro in cui nulla è lasciato al caso. Emblematica, la coppia di altorilievi intitolata Madame (2021), simmetricamente collocati nelle pareti esterne delle due stanze della galleria, segna il passaggio da un ambiente all’altro.
Il candore quasi monumentale del primo spazio si oppone così ad un ambiente dominato da tonalità più scure, che ricordano i toni della carne e arrivano a sfiorare i toni del nero nelle due nature morte dipinte su Breccia di Vendôme dal titolo Macello (2021). Fiori che minacciano di crollare da un momento all’altro si fanno spazio sulla pietra, nutrendosi di quest’inscalfibile materia, di un’energia formidabile per stare in piedi, nel perpetuo scambio tra duro e tenero, fil rouge attorno al quale ruota tutta l’esposizione.
Aperta al pubblico fino al 26 novembre, nella sede di Roma, “Manuale della mollezza e la tecnica dell’eclisse” rivela un lavoro privo di fronzoli, ma soprattutto la curiosa ricerca di un’artista che non ha paura di scavare nell’essenza della propria opera, che si rivela apparentemente in punta di piedi, finendo per sprigionarsi in tutta la sua forza.
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