Francesco Gennari, Perché mi guardi così?, Laboratorio degli Angeli, Bologna. Foto Carlo Favero
In occasione di Arte fiera e nell’ambito di Artciy Bologna 2026, il LabOratorio degli Angeli, come ormai di consueto, apre le porte con un progetto speciale, quest’anno dedicato a Francesco Gennari, a cura di Leonardo Regano. Quella di Gennari al Laboratorio degli Angeli è un’operazione a cuore aperto, un mettersi a nudo nel ritrarsi e in cui ombre scivolose diventano protagoniste del progetto.
Perchè mi guardi così ?…Cosa sta a sottotraccia a questo titolo? Forse il titolo definisce, prima di tutto, gli sguardi interiori che portano a una consapevolezza del sé per poi aprirsi a rapporti autentici. Come si dà corpo a una relazione che trova il suo incipit nell’esplorazione del proprio sentimento personale dello “stare al mondo”?
La mostra cuce una fertile relazione tra scultura, fotografia e disegno, incarnando le due anime della ricerca di Gennari.C’è un ritmo scorrevole sulla parete che ospita i 23 disegni che si chiudono con una fotografia (Autoritratto su menta con camicia bianca) e una scultura che da il titolo alla mostra.
I disegni a grafite su carta – rigorosamente tutti Untitled e con una cornice d’artista – non hanno una sequenza logica: sono stati accostati sulla parete dall’artista in libere associazioni. Il segno è anarchico, viene trattato quasi come una scrittura automatica, viscerale, governato dall’instabilità. E’ una struttura aperta su cui l’artista può cancellare, reintervenire nel corso del tempo, anche a distanza di anni (questi lavori, ad esempio, coprono un arco temporale dal 2013 al 2025). Diversamente, scultura e fotografia sono elementi chiusi del suo lavoro: pur partendo da una intuizione irrazionale si concretizzano in una forma “essenziale e definitiva”.
I disegni rappresentano un ritratto che si fa autoritratto inconscio, la fotografia e la scultura sono la successiva strutturazione formale del proprio sentirsi nel mondo. In particolare in questo progetto la scultura si palesa attraverso un’assenza e la fotografia in una sorta di decollazione del ritratto dell’artista. «Più sono assente più sono libero. Nel disegno più libertà hai nella testa più libero è il segno», dichiara Gennari.
Per entrambe, l’intuizione iniziale è sempre irrazionale e, dunque, inconoscibile. La postura è quella dell’attesa di qualcosa che deve manifestarsi. Poi arriva la sensibilità estetica che consente un approdo alla scultura e alla fotografia. «Dunque il processo di lavoro si sostanzia nel portare a destinazione un’idea che nasce come irrazionale», prosegue Gennari. Intuitivamente i disegni presentano ossature scheletriche, organi interni del corpo che diventano gemmazioni floreali o si innestano in mutazioni animali.
Questa sequenza delle opere che si dà “al contrario”, sembra suggerire che la relazione possa accadere nelle radici intime e profonde di se stessi, piuttosto che essere trovata in momenti di convivialità apparentemente relazionali. Arrivare all’essenza dell’altro presuppone uno scavo nell’ossatura del sé.
La scultura si compone di due elementi che si integrano vicendevolmente per fratellanza cromatica: la patina della fusione in bronzo con il legno del plinto che ha forma ottagonale. C’è uno scambio/gioco di geometrie semplici – tondi e ottagoni che scomposti si fanno triangoli. Al fondo c’è un’idea liciniana di poter generare poesia attraverso l’impiego di forme geometriche primarie (anche senza scomodare la geometria sacra). Le due fusioni rappresentano il calco dei liquidi contenuti nei bicchieri da aperitivo che connotano l’incontro: dunque una specie di salvataggio in negativo. Cosa rimane?
Al di là dell’essenzialità delle linee geometriche la scultura trasuda poesia: la patina è calda e avvolgente come pure la venatura del legno di noce del supporto che ne è parte integrante. Ma non si tratta solo di poetica della materia: c’è calore nella postura malinconica interna all’opera. Il lavoro di Gennari è minimale ma non minimalista.
Generoso Gennari a esporsi in questo progetto in cui mette fortemente in campo il disegno che consente di entrare nella sua parte più intima e fragile. Ricordo solo una mostra, a Torino, di molti anni fa, in cui il disegno aveva una parte così pregnante.
La mostra sarà visitabile fino al 14 febbraio 2026.
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