ODIO IL DECORO! Piero Fornasetti, progetto di Davide Trabucco, Palazzo Bentivoglio, Bologna, ph. Carlo Favero
Decoro [de-cò-ro]. Sostantivo maschile. Dal Dizionario di Aldo Gabrielli: «dignità che si
manifesta nell’aspetto e nel contegno». Ma anche: «riferito a cose, sobrietà, misura, forma
conveniente». E ancora: «ornamento, decorazione». Sul decoro e sulle sue ambiguità si
concentra la riflessione in tre tappe di ODIO IL DECORO! Piero Fornasetti, progetto di
Davide Trabucco nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio a Bologna. La mostra si apre con quattro grandi fotografie scattate dal curatore Davide Trabucco col suo cellulare: geometrie casuali sulle facciate, giochi di contrasti, intrecci di trame urbane. È il bello involontario della città-museo, davanti a cui tutti passano ma che pochi notano. In una di queste foto, la scritta su un muro di Bologna che dà il nome alla mostra: «ODIO IL
DECORO!», urla il graffito in via Oberdan.
La seconda sala prosegue con un filmato: mani che sfogliano un libro, Fornasetti (Electa),
mentre cinque voci si alternano nel dare una definizione di decoro. Parla anche lo stesso
Piero Fornasetti che, intervistato dalla Rai negli anni ‘80, si definisce un «collezionista di
collezionisti» e racconta la sua passione per le raccolte altrui: lamette da barba, oggetti a
forma di anatra, carte per le arance. Parla di una «forma d’amore», un legame intimo con
l’oggetto, un’elezione segreta. La voce di Marco Rambaldi spiega come il decoro – gli spazi che abitiamo, gli oggetti di cui scegliamo di circondarci – sia anche un’affermazione di identità, come un abito che aderisce alla nostra pelle accompagnando le nostre mutazioni. Ma c’è di più: “decoro” condivide la radice etimologica della decenza. Denota contegno, sobrietà, compostezza. Rifiutarlo significa allora essere sconvenienti, alzare la voce, recare disagio. E questo non può non aver implicazioni politiche.
Nella terza e ultima sala, oggetti d’uso comune raccontano l’eclettismo di Piero Fornasetti:
piatti, vassoi, fermacarte, prelevati dallo scrittoio e dalla tavola imbandita per venire appesi
lungo un corridoio bianco. Nel mutato contesto, essi cessano di essere oggetti del quotidiano per trasformarsi in qualcos’altro: forma, colore, arte. L’oro, il nero, il verde si susseguono in sequenze geometriche, e diventano degni di attenzione persino il retro di un vassoio o il coperchio di una tazza. Anche se solo da un piano all’altro, questi oggetti hanno viaggiato: partiti dalla collezione privata del Palazzo, sono passati dalla vetrina del garage BENTIVOGLIO alla sala espositiva nei sotterranei, e dagli sguardi dei passanti frettolosi a uno scambio intimo col visitatore. Torneranno infine a casa, mutati: carichi di significati nuovi, segnati da contatti, storie, memorie.
Una riflessione imprescindibile per la tutela contestuale: il trasporto di qualsiasi oggetto
(figuriamoci delle opere d’arte) in un ambiente nuovo provoca inevitabilmente mutazioni
profonde, materiali e di senso, e per questo impone prudenza e rispetto. Ogni situazione è il frutto di molteplici interazioni in cui l’insieme è maggiore della somma delle parti. Lo
riconosceva già nel Settecento l’architetto francese Antoine Quatremère de Quincy, il quale scriveva, parlando di Roma, che il vero museo non è fatto solo di monumenti, ma da una città intera, con le sue piazze, tradizioni, ricordi, relazioni. Il decoro incarna così una serie di paradossi e finisce per essere un approccio alla vita. Un modo di muoversi nel mondo, libero e curioso, sempre teso a stanare quella poesia spontanea e selvatica che germoglia continuamente sotto i nostri occhi, dentro una tazzina, in un graffito, o sopra una carta per le arance.
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