Protesta e desiderio: Osman e Cammock a Reggio Emilia

di - 22 Ottobre 2019

“Rhizome and the Dizziness of Freedom”, la prima mostra in Italia alla Collezione Maramotti della giovane Mona Osman (1987) – scoperta da Sir Saatchi nella galleria di un ristorante londinese nel 2016 – crea un concetto differente sulla ricerca del sé, generando un turbine di nuove domande. Impulsività, cambiamento, flusso, intersoggettività sono gli argomenti al centro dell’avventura della Osman proposti in un nuovo ciclo di dipinti e un prodigioso libro d’artista, autentico protagonista della mostra.

Tutte le pagine del libro – il cui layout è in sintonia con la sua modalità di pensiero inclusi i post-it, la rilegatura e gli sketch – sono unità a sé stanti, ma allo stesso tempo si relazionano le une alle altre. Come i dipinti, autonomi, ma realizzati in contemporanea nello studio dell’artista. Perfetta metafora per descrivere “La Babele di noi stessi” su cui insiste la Osman. Nel tentativo di creare una torre monolitica dell’ego che tocchi il “cielo”, ci si ritrova sempre più divisi, dislocati e incapaci di comunicare. Mona Osman scrive tanto – in inglese perché vive in Gran Bretagna, anche se come ebrea ungherese e sudanese musulmana è l’emblema della confusione di lingue e religioni – cercando di sgretolare l’idea di “sé assoluto”, cioè di quel senso filosofico di essere “una realtà di fatto” unitaria e ideale. Chi siamo? domanda cruciale e lacerante, quasi insostenibile.

Mona Osman Rhizome and the Dizziness of Freedom
Veduta di mostra / Exhibition view
Collezione Maramotti, 2019
Ph. Dario Lasagni

La si acquieta accettando l’ambiguità dell’esistenza, la perfezione che è sempre imperfetta e l’assoluto che si fa incompleto. Con molteplici richiami al libro della Genesi e ai filosofi esistenzialisti (Kierkegaard, Sartre e Simone De Beauvoir su tutti), in Eaten by Facticity (“divorata dalla fatticità” limitante) e Self Crucifixion, Mona Osman parla simbolicamente dell’ossessione per la definizione che attanaglia l’essere umano. “Non ci sono nero o bianco, solo un’anatomia multicolore” – titolo di un olio su tela – è uno statement forte con cui si fa i conti lasciando che lo sguardo scivoli nei meandri della composizione pittorica ricca di pennellate, tonalità, consistenze e textures. La materia è resa traslucida dall’effetto inquieto del lattice liquido. Qualcosa che non si afferra, che continua a cambiare e, inseguendolo, il senso si dematerializza: questo ci narra il trittico di ritratti The Trinity of the Constant Chase (2019). Siamo mortali, pieni di desiderio, fuori controllo e ci “intorpidiamo legalmente con potenti narcotici: alcool, tv, religione e sesso”. È difficile non crollare sotto il peso della propria torre e lasciarsi andare alla vertigine della libertà. Il rizoma – invocato dalla Osman – è di per sé un anti-albero e ha una struttura reticolare ed epidemica. Ciò si traduce in una pittura che non è “verticale”, gerarchizzata, ma diffusa e desiderosa e connessa e senza principio né fine.

Helen Cammock Che si può fare
Veduta di mostra / Exhibition view
Collezione Maramotti, 2019
Ph. Dario Lasagni

Assecondando una linea di pensiero e di movimento rizomatico all’interno della Collezione Maramotti, si giunge alla sala dedicata alla mostra “Che si può fare?” – in collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra – della settima vincitrice del Max Mara Art Prize for Women Helen Cammock (1970). Frutto di un Grand Tour di sei mesi in giro per l’Italia, in cui la Cammock ha intervistato voci femminili marginali, inascoltate ma distintive (attiviste, migranti, artiste persino una suora carmelitana), l’installazione assembra film, stampe e una performance live intorno al tema del lamento, come segno di protesta, resilienza e speranza. Nel 1664, la prima compositrice barocca italiana Barbara Strozzi titolava un’aria “Che si può fare?”, interrogandosi sulla propria esistenza e costante tormento. Nel 2019, Helen Cammock – per cui la canzone e la poesia sono connaturate alla pratica – intona lo stesso motivo con echi jazz e blues, mutandone il significato e inondando di struggente malinconia l’atrio della Collezione Maramotti durante l’opening. Introducendoci al potere della voce femminile che, attraversando tempi e luoghi, sovverte le prospettive e si trasforma in azione. Voce/corpo che torna indietro per affrontare il presente e guardare dritto in faccia il futuro. “Ci pensa il mare a perdonare i nostri inverni”, recita una stampa serigrafata in mostra. Helen Cammock ci invita a pensare al lamento come ad un mare, un nucleo di forza che “riconosce la perdita aprendo una possibilità di azione o di crescita”.

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