Maurizio Taioli, Reality Fiction
Reality Fiction di Maurizio Taioli fa ora parte della sezione Vivarium, una teoria di opere d’arte che popolano lo spazio naturale e il giardino della struttura che ospita Flashback e le altre realtà culturali correlate all’associazione. A popolare questo spazio naturale con il respiro dell’arte erano già presenti le opere: Sedie nello spazio di Fabio Cascardi, Mushroom Forest di Michel Vecchi, Tout se tient di Luisa Raffaelli, Donna a braccia aperte, Uomo a vagare, Pulcino con i riccioli d’oro e Pittore con un occhio solo di Carl Von Pfeil e, infine, Light of the Apocalypse di Alessandro Bulgini.
L’opera che si aggiunge ora, di Maurizio Taioli, ha anche una provenienza interessante. Era, infatti, stata precedentemente esposta al Castello di Rivara, lo spazio espositivo gestito prima da Franz e poi da Davide Paludetto, entrambi purtroppo recentemente scomparsi.
L’opera di Taioli si compone di una serie di sculture esposte a parete, costruite come ombre scure che si stagliano sui muri esterni di uno degli edifici di Flashback. Le figure evocano uno scenario di guerra e sono, quindi, immagini potenzialmente violente e intrise di un sentimento tragico. Eppure il loro effetto risulta fortemente attenuato e reso ambiguo dalla forma scelta dall’artista, che le rende simili a rigide silhouette di colore scuro, come ombre che ricordano a prima vista, per la struttura e la composizione, i celebri lavori di William Kentdrige.
Il tema della guerra è sviluppato qui in una chiave particolare. Il titolo dell’opera, Reality Fiction, allude infatti in modo esplicito alla tensione tra realtà e finzione. L’opera intende infatti sottolineare la differenza tra il modo in cui temi scottanti e tragici come i conflitti armati sono da un lato vissuti da chi li sperimenta sulla propria pelle in modo atroce e concreto, e dall’altro sapientemente gestiti dalla comunicazione di massa, che spesso li traduce, attraverso le immagini e lo storytelling, in un modo e con un tono volutamente fallaci e distorti, con il malcelato intento di rendere accettabile all’occhio e all’animo umano anche ciò che accettabile non può mai essere.
Le sculture di Taioli non entrano, qui, esplicitamente nel merito dell’identità o datazione delle figure che animano il conflitto rappresentato. Così, se da un lato le immagini riprodotte sono eternamente valide, dall’altro appaiono come estrapolate da uno specifico contesto di riferimento. Questo esclude polemiche e rivendicazioni, ma soprattutto aumenta l’effetto su chi guarda, evocando insieme un sentimento universale e universalmente condivisibile. Le sculture sono come ombre proiettate sui muri, che però, lungi dal dissolversi alla luce del sole, assumono anzi una sostanza e una gravità ancora più intensa, sempre tragicamente valida e soprattutto senza tempo.
Il lavoro di Taioli si configura, così, come l’occasione per una riflessione profonda, con importanti risvolti estetici, ma soprattutto sociali, politici nel senso più ampio del termine, e persino storici.
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