Galleria Romero Paprocki, Milano
Negli ultimi anni Milano è tornata a essere una delle città più osservate dalle gallerie internazionali, anche grazie alla nuova aliquota IVA al 5% che ne ha rinvigorito il fascino. Dopo l’arrivo di Thaddaeus Ropac e French Place e in vista del debutto di Paris Internationale, fiera prevista ad aprile, si aggiunge ora anche la Galerie Romero Paprocki, che dal 12 marzo ha un nuovo spazio in via Lazzaro Palazzi. L’area è Porta Venezia, quartiere sviluppatosi tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento come zona residenziale della borghesia cittadina. I palazzi storici e gli ampi cortili interni, una volta animati da botteghe e attività artigianali, conservano ancora tracce di quella storia. Gli autoctoni legheranno la via anche alle leggendarie trasgressioni notturne, ormai sedate. L’ambiente occupa circa 320 metri quadrati affacciati sulla strada, con cinque vetrine, mattoni rossi a vista e la sensazione di trovarsi altrove, più vicino a Parigi o a Londra che a Milano.
Del resto, la galleria nasce a Parigi nel 2020 su iniziativa di Guido Romero Pierini e Tristan Paprocki. Inizialmente pensata come piattaforma espositiva itinerante, dal 2022 ha una sede stabile nel Marais, in rue Saint-Claude. In poco tempo si è fatta notare per un programma dedicato ad artisti early-to-mid career, spesso invitati a realizzare interventi inediti e site specific.
L’approdo milanese rappresenta il primo passo lontano dalla Francia e coincide con una riorganizzazione della squadra: Rossella Traverso entra come partner, mentre Carolin Mittermair, già parte di Viasaterna, ne assume la guida. La nuova sede rende esplicito un dialogo con la capitale già delineato ad Artissima, miart, Artefiera Bologna, alimentando uno scambio continuo tra le due scene.
Per l’apertura la galleria ha scelto la prima personale in Italia di Matisse Mesnil (Castiglion Fiorentino, 1989), artista che incarna bene questa geografia culturale incrociata. Cresciuto tra Toscana e Umbria, divide l’attività tra Francia e Italia e ha uno studio a POUSH, il grande complesso parigino degli atelier dedicati alle generazioni emergenti. L’artista preferisce però sviluppare i lavori in situ, realizzandoli direttamente nei luoghi che li accoglieranno, come è avvenuto anche in questa occasione.
Abile nella lavorazione del metallo, Mesnil confessa di esservisi avvicinato a partire da una certa frustrazione di non sentirsi pienamente pittore. Attraverso saldature e incisioni, ripetute con disciplina quasi ascetica, la superficie del metallo – recuperato di volta in volta in luoghi diversi – si trasforma in una pelle di linee iridescenti. Sutura, curata da Milovan Farronato e Chiara Spagnol e visitabile fino al 9 maggio, riunisce opere di grande formato, lavori su carta e una parete allestita come una sorta di carnet o diario visivo composto da piccoli elementi ricchi di dettagli, insieme a una suggestiva installazione sonora che richiama gli altoparlanti delle feste dell’Unità nelle campagne rosse tra Toscana e Umbria. Qui affiorano con maggiore evidenza colore, forma e una dimensione più libera e sperimentale, quasi un tentativo di reintrodurre calore e varietà cromatica oltre la monocromia dominante.
TIG (Tungsten Inert Gas) e MIG (Metal Inert Gas), entrambe basate sulla saldatura ad arco elettrico, sono le tecniche che utilizza con esiti diversi: la TIG consente interventi più controllati e segni sottili, mentre la MIG genera cordoni più fluidi e materici.
Si riconosce l’eredità dell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, in particolare dell’Arte Povera, e di artisti come Jannis Kounellis (1936–2017) e Mario Merz (1925–2003), che hanno riportato la scultura a confrontarsi con materiali primari, strutture essenziali e con l’idea stessa di abitare. Curiosamente per anni Mesnil ha lavorato senza sapere di trovarsi vicino allo studio di quello che considerava uno dei suoi riferimenti ideali. Lo ha scoperto soltanto dopo la morte dell’artista, una coincidenza di cui parla con ironia e che, proprio perché rimasta inconsapevole, ha preservato la libertà del suo fare. Il fulcro della mostra è una struttura “vivibile” intitolata L’Abri, personale interpretazione della Niche à chien (1960) del designer svizzero Willy Guhl (1915–2004). L’originale nasceva dalla piegatura di un unico elemento industriale in fibrocemento.
Mesnil riprende quella soluzione e la porta alla scala del corpo umano, trasformando la cuccia in un impianto a metà tra scultura e architettura. All’interno, un letto di elementi appuntiti e modulari che richiamano il principio delle cosiddette architetture ostili, dispositivi urbani progettati per scoraggiare la permanenza o l’uso spontaneo dello spazio pubblico. Un altro nucleo importante sono i monotipi, una tecnica di stampa che produce immagini uniche e non replicabili. Mesnil interviene su una lastra e trasferisce il segno sulla carta mediante pressione. Il procedimento, basato su stratificazioni successive, genera campi visivi attraversati da linee orizzontali e vibrazioni luminose, che fanno pensare a orizzonti, notti di campagna o superfici marine. Peraltro, condividono tutti la stessa misura verticale, 170 centimetri, in modo che lo spettatore vi si trovi quasi immerso.
In questa prospettiva la “sutura” evocata dal titolo diventa una metafora delle soglie, quel punto in cui paesaggio interiore ed esteriore, architettura e corpo entrano in relazione. Una ricerca che Mesnil sta progressivamente portando anche fuori, in interventi di land art.
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