Rothko a Firenze: 5 cose da sapere prima della mostra a Palazzo Strozzi

di - 16 Febbraio 2026

Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, Palazzo Strozzi di Firenze dedicherà una grande mostra a Mark Rothko, uno dei maestri assoluti dell’arte del Novecento. L’esposizione, curata da Christopher Rothko – figlio dell’artista – ed Elena Geuna, riunirà una selezione straordinaria di opere provenienti da importanti musei internazionali, tra cui il MoMA e il Metropolitan di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, oltre che da prestigiose collezioni private. Alcuni dei grandi dipinti esposti non sono mai stati presentati prima in Italia.

La mostra di Palazzo Strozzi vuole ricostruire l’articolata ricerca che attraversa l’intera parabola creativa di Rothko, mettendo in evidenza le radici figurative e le progressive trasformazioni del suo linguaggio, fino alle iconiche campiture cromatiche degli anni Cinquanta e Sessanta. L’obiettivo è restituire la complessità di una visione che è riuscita a portare al limite dell’emozione e della spiritualità il linguaggio visivo dell’astrazione. Ma in attesa dell’esposizione, ripercorriamo la vita, l’arte e l’eredità di questo incredibile artista.

Mark Rothko, Yorktown Heights, ca. 1949, ph. Consuelo Kanaga, Brooklyn Museum, New York

Dalle prime opere figurative ai campi di colore

Nato nel 1903 a Dvinsk, nell’attuale Lettonia, come Markus Yakovlevich Rothkowitz, Rothko emigrà negli Stati Uniti nel 1913. Dopo gli studi alla Yale University e all’Art Students League di New York, iniziò a esporre alla fine degli anni Venti. Le prime opere mostrano una figurazione intensa, con ritratti, scene urbane e interni che rivelano l’influenza di Milton Avery e un’attenzione particolare alla semplificazione cromatica.

Negli anni Quaranta la sua pittura attraversa una fase mitologica e surrealista, in dialogo con artisti come Adolph Gottlieb e Barnett Newman. Le figure si fanno sempre più essenziali, immerse in spazi sospesi. È in questo periodo che Rothko si allontana progressivamente dalla rappresentazione riconoscibile per approdare ai cosiddetti “multiforms”, macchie di colore fluttuanti che preannunciano lo stile maturo. La mostra fiorentina metterà in evidenza questa transizione, sottolineando come l’astrazione rothkiana nasca da un processo di sottrazione e concentrazione, non da una rottura improvvisa.

Mark Rothko, Underground Fantasy, 1940, olio su tela, 87,3 x 118,2 cm, Washington, National Gallery of Art

L’esperienza spirituale della pittura

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta Rothko sviluppò il linguaggio che lo avrebbe reso celebre: grandi tele dominate da rettangoli sovrapposti dai contorni sfumati, immersi in campi cromatici vibranti. Spesso associato all’Espressionismo Astratto, Rothko ha sempre rifiutato una lettura puramente formale della propria opera, per lui il colore era uno strumento per esprimere le emozioni umane fondamentali, dalla tragedia all’estasi.

La tecnica delle velature sottili, applicate in strati successivi, consente alla superficie di vibrare e alla luce di emergere dall’interno della tela. Eliminando la traccia evidente della pennellata, Rothko costruisce uno spazio pittorico che si offre come luogo di contemplazione. «Quando uno dipinge un quadro grande, c’è dentro», affermava. Le sue opere chiedono tempo e silenzio, invitano lo spettatore a una relazione diretta e quasi meditativa.

Mark Rothko, No. 14, 1960. San Francisco Museum of Modern Art Helen Crocker Russell Fund purchase. © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko – Adagp, Paris, 2023

Lo spazio come architettura emotiva

Oltre alla rivoluzione cromatica, un elemento fondamentale per comprendere Rothko riguarda il suo rapporto con lo spazio. Fin dagli anni Cinquanta l’artista insisteva sull’importanza del formato monumentale e sulla distanza ravvicinata di fruizione: le opere dovevano avvolgere chi guarda, piuttosto che proporsi come oggetti decorativi.

Questo principio emerge con forza nei cicli murali per il Seagram Building e raggiunge la sua espressione più compiuta nella Rothko Chapel di Houston, concepita come uno spazio unitario in cui pittura, luce naturale e architettura dialogano in modo inscindibile. Qui Rothko realizzò un ambiente meditativo, quasi liturgico, dove i grandi pannelli scuri costruiscono un’esperienza immersiva e silenziosa.

Anche nelle tele su cavalletto, però, l’idea è la stessa: i rettangoli cromatici si aprono come soglie, generando campi di energia che strutturano uno spazio mentale. Per Rothko la pittura doveva creare un luogo, tanto fisico quanto interiore. Ed è questa concezione architettonica e quasi sacrale dell’opera che rende la sua ricerca ancora oggi profondamente attuale.

Mark Rothko, The Rothko Chapel, 1964-71. Complesso di 14 dipinti (tra cui 3 trittici), Olio su tela. Houston, Texas

Il dialogo con la tradizione italiana

Uno degli aspetti più affascinanti della mostra di Firenze sarà l’approfondimento del rapporto tra Rothko e la tradizione artistica italiana. Già nelle prime opere si percepisce l’influenza dell’arte del Quattrocento e in particolare di Beato Angelico, soprattutto nella qualità luminosa e nella stesura sottile del colore, che ricorda la tecnica dell’affresco.

Il progetto espositivo si estenderà inoltre alla città, coinvolgendo il Museo di San Marco e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo. In questi contesti, le opere di Rothko entreranno in dialogo con la pittura rinascimentale e con l’architettura michelangiolesca, mettendo in evidenza affinità inattese nella concezione dello spazio e della luce. Il confronto con Firenze rappresenterà dunque una chiave di lettura per comprendere la profondità storica della sua ricerca.

Peraltro non sono state tante le occasioni di vedere Rothko in Italia. Una mostra a lui era stata presentata tra il 2007 e il 2008 a Palazzo delle Esposizioni di Roma, a cura di Oliver Wick (qui la nostra recensione dell’epoca). Prima ancora, nel 1962, con l’artista ancora vivente, la mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, in collaborazione con il MoMA di New York, quindi, nel 1970, la mostra commemorativa a Ca’ Pesaro, in occasione della Biennale di Venezia del 1970, subito dopo la sua tragica morte.

Mark Rothko, veduta della mostra, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2007-2008

Fortuna critica e mercato globale

Rothko si suicidò la mattina del 25 febbraio 1970, nel suo studio di New York, dove si era ritirato a vivere un anno prima, dopo la separazione dalla moglie Mell, logorato da uno stile di vita segnato da eccessi e depressione. Dopo la morte, la fortuna di Rothko è cresciuta costantemente fino a farne uno degli artisti più quotati al mondo.

Nel 2012 Orange, Red, Yellow ha raggiunto quasi 87 milioni di dollari da Christie’s, mentre nel 2014 No. 6 (Violet, Green and Red) ha superato i 180 milioni in una vendita privata. Ancora nel novembre 2025, durante la Marquee Week di Christie’s a New York, No. 31 (Yellow Stripe) è stato aggiudicato per oltre 62 milioni di dollari, segnando un record per un’offerta online in un’asta dal vivo.

Questi numeri testimoniano l’impatto duraturo della sua opera ma rischiano di ridurla a fenomeno di mercato. La mostra di Palazzo Strozzi potrebbe essere l’occasione di restituire Rothko alla sua dimensione più autentica: quella di un artista che ha cercato, attraverso l’astrazione, di costruire spazi di spiritualità e di interrogare il senso stesso dell’esperienza visiva.

Mark Rothko, No. 31 (Yellow Stripe), 198,8 x 175,9 cm, 1958

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