Sabrina Casadei, Tessere l'invisibile, vista della mostra da Francesca Antonini
La galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea di Roma riporta in scena un nuovo e più maturo sviluppo linguistico dell’artista Sabrina Casadei, dopo la prima personale realizzata in galleria nel 2017.
La giovane pittrice romana, che da un paio di anni vive e lavora come atelierista a Reggio Emilia, torna a esporre per la seconda volta in questa scenografia a lei già familiare con “Tessere l’invisibile” a cura di Maria Chiara Valacchi, senza abbandonare il suo interesse principale per il tema paesaggistico, ma conferendogli una natura di tipo più astratta e segnica.
In passato, ha lavorato anche con la pittura dal vero facendo delle esperienze di residenza in luoghi del nord Europa, come la Norvegia e l’Islanda, in cui la natura esercita ed esprime un’energia molto manifesta e selvaggia, facendo dell’elemento del paesaggio il suo linguaggio espressivo più identificativo. Nel tempo lo ha affrontato in modo sempre più incorporeo, rendendolo irriconoscibile fino ad approdare alla centralità della pittura e della materia cromatica come unica protagonista, tornando però sempre all’universo iconografico e segnico legato alla natura e al paesaggio, non più inteso come un’immagine da descrivere, quindi facilmente distinguibile, ma come un’atmosfera, un’energia e una vibrazione. I lavori esposti in mostra, di recente e inedita realizzazione, testimoniano l’attualità e la natura di sperimentazione tecnica nonché le più svariate prove a livello sia cromatico che reattivo, tra i diversi materiali messi a confronto. La tecnica mista, tramite cui si esprime, prevede la presenza più disparata di materiali lasciati interagire gli uni con gli altri con la sua stessa confidenza, nell’attesa di risultati fisici della materia. Gli esiti, poiché del tutto imprevedibili, sono i più disparati: spaccature, increspature, sollevamenti, graffi, inscurimenti, stratificazioni e velature. Ogni risultato è frutto sia della natura stessa del materiale che di dinamiche gestuali casuali e istintive: reiterate e ripetute tuttavia mai uguali fra loro. Il vero quesito da porsi trovandosi di fronte è: dove finisce la macchia e dove inizia la pittura.
All’interno dell’allestimento sono, inoltre, presenti delle inserzioni tessili con la funzione di accompagnamenti espositivi che fungono da rimando simbolico, ma al tempo stesso oggettivo allo studio sulla tessitura che l’artista attualmente sta svolgendo. Il richiamo alla struttura della trama e dell’ordito, dal cui legame nasce un intreccio, serve da ponte all’artista per creare un collegamento più stretto e diretto con la pittura, cercando di reagire al comportamento della stessa sulla tela, assecondandola ma soprattutto mettendosi in un ascolto anche fisico, lungo un continuo rimando di causa ed effetto: un dialogo silenzioso fatto di domande e risposte.
L’artista esprime l’idea di fare un’arte non di osservazione ma di partecipazione, così come succede con la tessitura e il ricamo, ricavandone uno strumento di avvicinamento e inclusione dello spettatore alla ricchezza e alla complessità del lavoro esposto.
L’universo immaginifico che ne viene fuori rimanda, inoltre, anche al fenomeno della paraeidolia: processo psichico secondo il quale si vengono a elaborare in modo del tutto fantasioso percezioni reali incomplete, non spiegabili con sentimenti o processi associativi, ma attraverso immagini illusorie dotate di una nitidezza materiale. La paraeidolia di Sabrina rinvia sempre all’idea del paesaggio e alla natura, rivelatrice ora di universi macroscopici o microscopici, ora di paesaggi aerei, ora di germinazioni vegetali.
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