Tomaso Binga, Alfabeto tautologico, 2020. Photo credit: Giorgio Benni.
“Scrivo di proprio pugno” è un’occasione per riflettere sul significato semiologico dell’opera di Tomaso Binga, in esposizione fino al 10 dicembre presso la galleria Erica Ravenna. Alfabeti visuali, segni, codici, lettere si alternano in un corpus di opere che spaziano dalle più storiche alle più recenti. Così, nell’anno della ri-materializzazione del linguaggio e della partecipazione alla 59ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia come una delle protagoniste de “Il latte dei sogni”, Binga ci riporta nel suo mondo, tra linguaggio e immagine, per mostrarci un segno unico.
Tra i lavori in mostra nella galleria Erica Ravenna, gli storici dattilocodici degli anni Settanta, nati dalla sovrapposizione di due diversi segni alfabetici di una macchina da scrivere. Tra questi, il dittico Un Seme Vivo / Un Dolce Mestruo (1978) che esplora la dimensione più concettuale del dattilocodice, esplicitandolo in due enunciati. Con la sua scrittura visuale, Tomaso Binga indaga l’uso del segno linguistico slegandolo dai più comuni impieghi. E’ così un nuovo linguaggio a partire dal gesto, rivestendo l’immagine letterale di nuovi, personali e universali significati. Tra operazione artistica e azione poetica, i lavori di “Scrivo di proprio pugno” si animano di un parlare muto e immaginario, come quello delle donnine anni Venti del dittico Pettinature per serate di feste (1980), opera inedita esposta per la prima volta in questa occasione.
La scrittura visuale di Binga si declina in scrittura corporea nei suoi iconici alfabeti. Se negli storici collage di Alfabeto Pop (1977) lettera e corpo si abbracciano nella forma, nell’Alfabeto officinale il corpo stesso si fa lettera. In questa serie, esposta nella sua interezza nella mostra alla galleria Erica Ravenna, l’alfabeto di Binga si arricchisce di un significato naturalistico. Ortica, Lavanda, Verbena, Zenzero: il corpo dell’artista annuncia qui le iniziali dei nomi di piante officinali.
Nell’intento di approfondire il significato semiologico del lavoro di Tomaso Binga, la mostra “Scrivo di proprio pugno” – con un titolo che deriva proprio da uno scritto dell’artista – copre un ampio arco temporale, restituendo l’idea di una ricerca artistica sempre tesa tra corpo e lettera. Ricerca in cui il linguaggio è considerato da Binga da un punto di vista visivo, grafico e anche sonoro. Ne è esempio in mostra l’opera Introspezione-Riflessione-Ideazione-Azione (1977) in cui con il segno e la parola compaiono i tasti bianchi di un pianoforte, sineddoche di una sonorità interiore. Ancora la parola, insieme ai suoi significati, è protagonista dell’Alfabeto Tautologico (2020), anche questo esposto con tutti i suoi pezzi.
Come questo lavoro, alla produzione più recente appartengono anche altre opere in cui da una parte Binga riprende l’elemento naturalistico e dall’altra sviluppa la ricerca sul linguaggio focalizzandosi sul simbolo. Entrambi elaborati con mezzi digitali, i lavori Arte Natura e Autunno (2021) e i tre Alpha Symbol (2021) restituiscono gli sviluppi più recenti della produzione di Binga. Ancora così attuale e di respiro internazionale, la ricerca sul linguaggio dell’artista sarà il tema del prossimo talk alla galleria Erica Ravenna il 28 ottobre, in occasione della presentazione del catalogo di mostra, alla presenza di Tomaso Binga e con Marica Caldarulo Croce, Francesca Gallo, Simonetta Lux e Jani Ruscica.
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