Trieste interroga le tracce del dissenso: Speaking After the Body inaugura Dissent Series

di - 16 Maggio 2026

Cosa resta di una lotta quando i corpi che l’hanno attraversata non ci sono più? Da questa domanda prende forma Speaking After the Body, mostra inaugurale del programma internazionale Dissent Series, ideato da Adriatico Book Club ETS e curato da Lorenzo Lazzari negli spazi della Sala Veruda di Trieste che aprirà il prossimo 19 maggio. Attraverso le opere di Carloni-Franceschetti (Fano, 1963 / Pesaro, 1966), Shadi Harouni (Hamedan, Iran, 1985) e Madeleine Ruggi (Londra, 1991), il progetto indaga la capacità di oggetti, immagini e suoni di custodire e riattivare nel tempo memorie di resistenza, conflitto e rivendicazione. Più che rappresentare il dissenso, la mostra ne osserva le persistenze: tracce fragili ma capaci di continuare a parlare al presente.

Abbiamo scambiato alcune battute con il curatore per scoprire cosa aspettarsi da questa esibizione.

Shadi Harouni, Sunken Garden: Beheshte Zahra Cemetary, Section 33, 2018. 25 stampe cromogeniche, 30.5 × 40.5 cm. Courtesy Galleria Tiziana di Caro

Speaking After the Body mette al centro il dissenso come elemento fondamentale della democrazia: in che modo questa mostra avrà il compito di tradurre un tema così ampio in un’esperienza concreta?

«Diversi anni fa per me è stato fondamentale scoprire la lettura data da Jacques Rancière al dissenso: un’azione in grado di scardinare la nostra percezione del mondo, di mettere a soqquadro i nostri sensi, ristabilendo ciò che può essere detto, fatto e pensato. Un’azione trasformativa, quindi. Quello che prima non aveva ragione di esser visto o udito, il dissenso invece lo rende tale: visibile e udibile. È una rottura del senso comune.

La democrazia irrompe sempre attraverso azioni dissidenti, se ci pensiamo. In uno status quo immobile e apparentemente inscalfibile, viene fatta emergere l’evidenza di un’ingiustizia che richiede il ripensamento di tutto. E allora scendono in campo le rivendicazioni affinché ciò avvenga. Ma tutto questo deve avvenire in modo continuativo nel tempo, riattivando e reinventando le istanze di lotta, per evitare che si cristallizzi un nuovo ordine.

Carloni-Franceschetti, Host, 2020. Serie di quattro stampe a getto d’inchiostro su carta cotone, 30 × 20 cm. Courtesy Gasparelli Arte Contemporanea, Fano

La mostra Speaking After the Body – che è appunto la prima edizione di un progetto più ampio sul dissenso, cioè Dissent Series – non intende tradurre le esperienze dissidenti in arte, ma indagare attraverso l’arte come queste esperienze riverberano nel tempo, anche dopo che i corpi in lotta sono scomparsi. Penso che l’arte sia in grado di stabilire una relazione col dissenso nella misura in cui è in grado di attivare nel nostro pensiero sensibilità inaspettate: trasformazioni sui modi di osservare e ascoltare quello che nell’opera d’arte è rappresentato. Questo significa anche che non c’è nulla di nuovo da trovare, ma si tratta “semplicemente” di rinominare, riconfigurare e ripensare continuamente l’esistente».

Le opere in mostra sembrano dare voce a tracce “silenziose” – oggetti, immagini e suoni che attraversano il tempo: cosa può scoprire un visitatore osservando questi segni da vicino?

«Più che “dare voce” (chi mette in campo il dissenso la voce ce l’ha, eccome!) credo che le opere esposte abbiano la capacità di “far riverberare”. Per chiarire cosa intendo, prendo come esempio l’opera di Madeleine Ruggi, La lingua me difendi. Tutti gli elementi (voci) erano già lì prima che l’artista costruisse l’opera: le registrazioni dei canti delle sesolòte, cioè le lavoratrici portuali di inizio Novecento. Si trattava di farle entrare in risonanza tra loro nel presente, cosa che Ruggi ha fatto coinvolgendo le cantanti del Coro Sociale di Trieste. Le voci femministe ante litteram delle sesolòte riverberano nei corpi di oggi, nonché nello spazio espositivo attraverso l’opera installativa.

Madeleine Ruggi, La lingua me difendi, 2026. Installazione sonora a quattro canali, acciaio, alluminio, altoparlanti, scanner radio, dimensioni variabili

Le tracce in questo caso erano letteralmente i solchi lasciati sul vinile dal quale Ruggi ha recuperato le voci per riattivarle. Ma lo stesso meccanismo si ripete attraverso forme e medium diversi nelle altre opere in mostra; nei “corpi” che galleggiano all’interno degli pneumatici e delle taniche di petrolio che compongono Rifiuto e Host di Carloni-Franceschetti, o ancora nei fiori secchi depositati sopra le tombe che Shadi Harouni ha fotografato in Sunken Garden. Far riverberare indica la possibilità di riscoprire e potenziare i discorsi sottesi a queste tracce».

Dagli pneumatici di Carloni-Franceschetti alle tombe documentate da Shadi Harouni fino alle voci delle sesolòte rievocate da Madeleine Ruggi: c’è un’opera o un momento del percorso espositivo che consideri particolarmente emblematico?

«Lo spazio della Sala Veruda, dove sono esposte le opere, è uno spazio stretto e lungo, diviso a metà da un muro longitudinale. In qualche modo questa configurazione forza il pubblico a svolgere un percorso di visita circolare. Insieme all’architetta Giuditta Trani abbiamo pensato a una disposizione delle opere che enfatizzasse questo movimento, facendo sì che si creasse una tensione fra un’opera e l’altra. I canti che riverberano nell’installazione di Ruggi ci “tirano” verso un lato della stanza, per scoprire poi le opere di Carloni-Franceschetti e, di conseguenza, la lunga fila di venticinque fotografie di Harouni che, una volta percorse sia con lo sguardo sia col corpo, ci riportano al punto di partenza.

Carloni-Franceschetti, Rifiuto, 2026. Pneumatici, acqua di mare, maglietta da calcio, lucciola, 60 × 30 × 120 cm. Dettaglio

Per rispondere alla tua domanda: non esiste un momento davvero emblematico, ma tutto è corroborante per potenziare l’idea di un movimento circolatorio nello spazio».

La mostra parte da una domanda potente: cosa resta di una lotta quando i corpi non ci sono più? Come hai/avete trasformato questa riflessione in un percorso capace di coinvolgere anche chi si avvicina per la prima volta a questi temi?

«Sono contento che usi il plurale, perché tutto il lavoro di curatela è stato affiancato da una progettualità condivisa insieme alle altre persone coinvolte nel team di progetto, fin dall’inizio. Ad esempio con la già citata Trani, oltre alla disposizione delle opere è stato anche progettato un allestimento con una forte presenza del rosa. È un colore che normalmente non pensiamo sia associato al tema del dissenso, ma che invece lo è stato specialmente negli anni Ottanta con ACT UP, nelle proteste che parlavano di silenzio e di morte, in un momento tragico nel quale l’idea dello speaking ritornava con forza.

Con lo Studio Iknoki invece abbiamo pensato a una pubblicazione che accompagna la mostra e che il pubblico può prendere gratuitamente con sé: è allo stesso tempo un poster, un foglio di sala e un frammento di catalogo. Dico “frammento” perché l’idea è che a ogni futura edizione di Dissent Series questa pubblicazione venga riproposta nello stesso formato, componendo così nell’insieme un catalogo dell’intera serie, che ora è aperta.

Shadi Harouni, Sunken Garden: Beheshte Zahra Cemetary, Section 33, 2018. 25 stampe cromogeniche, 30.5 × 40.5 cm. Courtesy Galleria Tiziana di Caro

Dicci di più.

La stessa pubblicazione contiene un elemento collaborativo. In ogni edizione verrà infatti posta a una persona esterna alla mostra questa domanda: “Arte e dissenso, quale possibile relazione?” Chi è invitato a rispondere può farlo liberamente, esonerando il contenuto della risposta dal contenuto della mostra, parlando di altre opere o luoghi, andando così a costruire una sorta di programma parallelo che arricchisce ed espande la serie. In questa edizione ho invitato Miriam De Rosa, docente all’Università Ca’ Foscari Venezia.

Infine è stato fondamentale il dialogo costruito nel tempo con i prestatori, le artiste e gli artisti per l’esposizione delle opere e per la produzione di quelle inedite, così come con tutti i consulenti per l’allestimento e la mediazione culturale, per far sì che il percorso della mostra potesse funzionare al meglio nonostante le dimensioni ridotte dello spazio.

Nei mesi precedenti alla mostra ci sono stati anche dei momenti di incontro/confronto coi partner di progetto, durante i quali ad esempio abbiamo proiettato un’opera di Maria Iorio e Raphaël Cuomo, con i quali avevo attivato un dialogo per affinità tematica. Durante il periodo della mostra, al finissage, ci sarà invece un incontro organizzato dall’associazione fuori edicola APS, che attiverà una discussione fra Madeleine Ruggi e Nicola Di Croce, artista e ricercatore, per approfondire il ruolo della dimensione sonora nel dissenso».

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