Un italiano a Kassel: intervista a Sergio Racanati

Tra le decine di artisti presenti alla 15ma edizione di dOCUMENTA, a Kassel, ci sono solo due italiani: Sergio Racanati, ed Elisa Strinna. Mentre quest’ultima fa parte del collettivo Jimmie Durham & A Stick in the Forest by the Side of the Road, ovvero gli otto artisti che lavorano in condivisione nello spazio KAZimKuBa, vicino alla stazione, e in cui parte del processo creativo del collettivo ha incluso anche “l’assenza” dell’artista dopo la sua morte, Racanati ha deciso di raccontare racconta il processo curatoriale del collettivo ruangrupa nella ruruHaus, mostrando le una serie di processualità distanti dalla produzione occidentale, come un organismo aperto e inclusivo che ha affascinato l’artista. Ecco la nostra intervista.

La tua proposta di progetto fatta per la RuruHaus, è stata accolta dal collettivo artistico e curatoriale del Ruangrupa – che dirige dOCUMENTA XV. Hai realizzato un film. Ce ne parli?
Il film WOK/WAJAN si concentra nella raccolta di elementi periferici della città, evidenziando i contrasti, le sfumature e le zone grigie che segnano una notevole differenza della percezione della vita culturale e sociale di Kassel durante la manifestazione rispetto alla sua normalità nei tempi in cui è fuori dai circuiti dell’arte contemporanea. Il film ha un approccio sperimentale, in cui la narrativa lineare viene sfidata a favore di un susseguirsi di micro-storie che lasciano lo spettatore in totale libertà di viaggiare in uno spazio/tempo sospeso. È un’indagine che parte dall’ecosistema RuruHaus e si espande, mettendo in relazione l’ecosistema stesso con quello della città di Kassel. WOK/WAJAN è un film-saggio, la cui dimensione viene spesso concepito gia come un fenomeno/attitudine/ricerca marginale. Questo mio modo di intendere e fare cinema d’arte , secondo me, è capace di affrontare la complessità del pensiero dandomi piena libertà immaginifica. Mi piace citare a tal proposito il grande pensiero di Hans Richter il quale ha identificato alcune delle caratteristiche che continuano ad essere ascritte al film saggio anche dai teorici contemporanei: la trasgressione e l’attraversamento dei confini di genere; la libertà creativa nel distaccarsi dalle convenzioni e dalle costrizioni linguistiche; la complessità e la riflessività. Come per Richter, anche per me, non si tratta di un cinema puramente documentario ma di una sua nuova struttura capace di dare corpo al mondo invisibile dell’immaginazione, delle idee e dei pensieri. Questo modo di fare cinema mi consente di essere libero cosi il saggio può raccogliere e far coesistere e coabitare materiale eteroclite prelevato ovunque e il suo tempo e il suo spazio sono condizionati esclusivamente dal bisogno di -tentare- di mostrare e spiegare la ” complessità del pensiero”.

Mi sembra di capire attraverso questo tuo lavoro- ma anche attraverso altro tuo materiale di ricerca e che ho letto, visto, ascoltato -che in questa dOCUMENTA XV si è compreso che l’arte può prendere altre direzioni, lasciando da parte la formalizzazione tradizionale. Sei d’accordo?
Sono d’accordo nel senso che l’arte può abbracciare, attraversare, includere altri saperi, altre ricerche. Quello che è emerso e che sta emergendo-secondo me – sono le riflessioni sulle nuove necessità del fare arte, del ruolo del* artista, delle reti di muto soccorso, delle reti di coproduzione, progettualità di economie solidali, nuove traiettorie ecosostenibili sia per le politiche culturali sia per le politiche sociali ed economiche. Credo che dentro a un quadro cosi le formalizzazioni tradizionali iniziano a barcollare, traballare, disgregarsi. Ma questo non solo da un punto di vista dell’opera ma anche della pratica curatoriale a favore di formalizzazioni che privilegiano la parte e la metodologia narrativa, altre continuano l’approccio laboratoriale, work in progress.

Sergio Racanati, Fuori dalla ruruHaus durante opening dOCUMENTA XV, Kassel, foto by Daniela Trincia, courtesy archivio CAPTA e Sergio Racanati

Sei in un momento di grande ed intensa produzione, penso anche alla mostra che hai realizzato a Roma, nei mesi scorsi, da Albumarte. Com’era nata la collaborazione con Cristina Cobianchi, e cosa ti ha spinto a realizzare una mostra a Roma?
Più che collaborazione mi piace chiamarla relazione. Credo molto nelle coincidenze e nel calendario lunare. Ecco ci siamo incontrati sotto il cielo di Milano durante una mostra collettiva in cui c’ero io. Non lavoro con l’ansia da prestazione della mostra. Credo sia una metodologia molto lontana da quello che mi interessa e che svolgo quotidianamente. L’idea di mostra è giunta mentre ci raccontavamo, ci lasciavamo alle nostre narrazioni… io ogni tanto le inviavo un link di un mio trailer … Ci siamo raccontati nelle lunghe telefonate, nelle acrobatiche mail. La mostra insomma è stata voluta da Cristina perché fortemente interessata ai film d’artista e nello specifico era nel trip di voler realizzare una mostra di film con una durata oltre quella della video arte.

Tornando alla prima domanda, quella degli incontri, a rileggerla mi sembra che sia successo lo stesso tra me e te. Scambi di lunghe chiacchiere al telefono, su whatsapp, poi di persona a Matera, anzi nel viaggio caldissimo tra Bisceglie e Matera. I rapporti personali, le relazioni umane sono molto importanti per te, più di altri artisti con cui mi sono confrontata negli anni. Questo si percepisce anche nel tuo lavoro.
Credo nelle connessioni umane. Ma ancor di più in quelle scevre da forme di mercanteggiamento, di contrattazione. Sono interessato alla costruzione e implementazione delle dinamiche discorsive, di approfondimento del potenziale umano e del suo grande serbatoio di possibilità. In questo match contemplo anche l’incontro con l’altr*, con l’alterità e con la diversità dentro un processo di accoglienza senza mai mettere barriere, muri o censure. Ho anche dialogato e bevuto tisane con chi vede il mondo da una prospettiva diversa dalla mia; ne sono sempre uscito con qualcosa in più. È un grande esercizio di centratura, apertura, focalizzazione che porto avanti da diversi decenni con vari strumenti e pratiche.

Sergio Racanati, su uno dei set del film WOK/WAJAN durante opening dOCUMENTA XV, Kassel, foto by Daniela Trincia, courtesy archivio CAPTA e Sergio Racanati

Le tue produzioni filmiche le definisci viscerali, è un tipo di cinema estremamente all’avanguardia. Credi che il mondo dell’arte sia adatto a recepirlo o non sarebbe più opportuno cambiare scenario e dirigersi verso Festival di cinema. Puoi anche rispondermi che non ti interessano i contenitori, ma credo che il pubblico sia importante per te.
La noia mortale delle mostre e dei festival! Nel senso mi piacerebbe che tutti questi dispositivi diventassero organismi viventi e vitali. Non è questione di contenitori ma questione di grande esercizio, di predisposizione ad accogliere, a confrontarsi e a volersi spingere in territori altri. L’avanguardia benedetta! Sì, sono molto dentro tutte quelle riflessioni. Non sono certo figlio della soverchiante cultura di massa. Sono forse -insieme ad altre ormai poch* compagn* -figl* della controcultura. Quella seria! Non quella da salotto! È andato così questo viaggio su questa terra! Me lo sto godendo tutto!
Ho presentato i miei film in mostre in gallerie, musei, in festival e biennali e in spazi indipendenti e in spazi non deputati. Adoro alla follia i non deputati: qui accadono incontri del terzo tipo!!! Mi interessa il pubblico. Ovvero l’incontro con l’altr* che attiva la catarsi. Ho visto il pubblico entrare in stato di trans. Li ho capito che avevo fatto centro nel loro corpo. Approfondisco e ricerco sempre la tensione verso l’altrove. È una mia costante superare il limite, varcare il limen! Ho capito anche che non è questione di contenitori ma di contenuti e di come questi vengono elaborati e presentati aprendo un dialogo e auspicando si crei o implementi quella che io definisco comunità del sensibile.

La mostra che hai realizzato a Roma è stata un’opportunità per raccontarti in tanti modi, attraverso vari media. Per esempio la fotografia. 42 scatti in cui hai raccontato la marginalità, anzi le marginalità di una nazione come l’Argentina.
Uso diversi media in base alle urgenze e esigenze.Nella mia pratica artistica sondo la politica del locus: ogni materiale che utilizzo lo elevo a metafora della ricchezza da una parte e dell’impoverimento della terra dall’altra. Vivo ai bordi, sul confine, abito il margine.
Mi piace a tele proposito citare l’incipit del tesoro critico scritto da Paola Ugolini -curatrice della mostra negli spazi di AlbumArte- pubblicato nel catalogo numerato stampato a corredo della stessa : “La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza. Un luogo capace di offrire la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi” (Bell Hooks, Elogio del margine, Tamu edizioni, Napoli 2020).

WOK/WAJAN, still tratta dal film, Kassel 2022, courtesy archivio CAPTA e Sergio Racanati

Mi era piaciuto molto anche come erano state allestite, a muro, senza cornice, senza orpelli oserei dire. Come se tutto il resto attorno fosse un accessorio inutile.
Detesto le cornici. Le decorazioni. L’idea di oggetto e l’oggetto stesso. Sono su un altro tipo di ragionamento e di utilitas dell’arte. Un allestimento crudo. La fotografia. Oserei dire post fotografia. Non mi interessa la bella immagine o la bella inquadratura. Anche loro vengono scattate durante i miei attraversamenti.Quello che hai visto in mostra è un corpus che appartiene al progetto DEBRIS/DETRITI_Argentina che ho realizzato quando ho vinto la residenza artistica “Officina Italiana” a Buenos Aires a cura di Massimo Scaringella.

Nel testo critico Paola Ugolini scrive: “Dio è nel dettaglio per Flaubert”. Nella tua ricerca c’è una radicalizzazione di questa affermazione. In che modo?
Cerco Dio tra i detriti, gli scarti, gli avanzi, i lacerti che gli esseri umani lasciano alle spalle e creano cumuli, ammassi nelle aree periferiche delle città. Non è una mera fascinazione ma una profonda analisi dello stato in cui l’uomo e i suoi ecosistemi sono compromessi. È una sorta di attraversamento, una processione laica ma con solenne spiritualità nelle periferie del villaggio post-globale costernato da crisi, guerre e smottamenti economici.

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  • Ma siete sicuri che Recanati sia stato realmente invitato nella 15ma edizione di dOCUMEMTA? Come mai il suo nome non è riportato in alcun documento ufficiale? Come mai il film non è esposto all'interno della manifestazione? Stiamo forse parlando di un evento collaterale alla manifestazione principale? In questo caso non vi sembra un tantino esagerato il titolo scelto per questa intervista?

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