Una città in eterno movimento: l’immaginario di Roma per Umberto Vattani

di - 23 Marzo 2026

Diplomatico tra i più autorevoli della storia recente della politica estera italiana, l’Ambasciatore Umberto Vattani ha legato il proprio nome non solo alla diplomazia internazionale ma anche a una visione innovativa del rapporto tra istituzioni e cultura contemporanea. Unico nella storia italiana ad aver ricoperto due volte la carica di Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri, nel corso della sua carriera è stato consigliere diplomatico di numerosi Presidenti del Consiglio, tra cui Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Romano Prodi e Silvio Berlusconi.

Dal 2001 è Presidente della Venice International University, il consorzio accademico internazionale con sede sull’isola di San Servolo a Venezia, impegnato nella promozione del dialogo culturale e scientifico tra università di tutto il mondo. È inoltre Presidente della Fondazione Italia Giappone e Direttore Generale della Fondazione Italia USA.

Alla fine degli anni Novanta Vattani fu tra i promotori della Collezione Farnesina, introducendo l’arte contemporanea negli spazi del Ministero degli Affari Esteri e contribuendo a ridefinire il ruolo della cultura come strumento di rappresentazione internazionale dell’Italia. In un momento in cui nel Paese non esistevano ancora musei pubblici dedicati al contemporaneo, l’ingresso di opere, sculture e installazioni negli spazi della Farnesina modificò radicalmente la percezione dell’edificio, mettendo in tensione l’architettura e trasformando il palazzo in uno dei luoghi simbolici dell’arte contemporanea italiana.

ROMA TERZO MILLENNIO. La scia della cometa, installation view, Spazio WeGil – Roma. Crediti fotografici: Lazio Innova

Questa riflessione sul rapporto tra arte, architettura e città è al centro della mostra Roma Terzo Millennio. La scia della cometa, visitabile fino al 30 giugno 2026 allo Spazio WeGil di Roma. Promossa dalla Regione Lazio in collaborazione con LAZIOcrea, l’esposizione è stata ideata da Umberto Vattani e curata con Andrea Bruschi, Giuseppe D’Acunto e Rosalia Vittorini. Il progetto nasce con l’obiettivo di restituire alla capitale una narrazione più ampia di quella che la riduce a città-museo ancorata al passato, evidenziando invece la sua dimensione moderna e contemporanea.

La mostra propone di rileggere Roma come una città che da oltre 3mila anni continua a trasformarsi, mettendo in luce le profonde trasformazioni urbanistiche avvenute soprattutto dopo l’Unità d’Italia. Un passaggio simbolico di questa evoluzione è rappresentato dal Palazzo della Farnesina, grande architettura del Novecento in cui l’introduzione dell’arte contemporanea — con la nascita della Collezione Farnesina — ha contribuito a ridefinire il rapporto tra istituzioni, arte e città.

Da qui lo sguardo si sposta sul Tevere, asse storico e infrastruttura urbana che il progetto intende restituire al centro della narrazione contemporanea di Roma. Lungo la grande ansa nord del fiume si concentra infatti un patrimonio significativo di architetture del Novecento e del contemporaneo — dal Foro Italico alle opere di Pier Luigi Nervi, fino ai progetti di Renzo Piano e Zaha Hadid — che oggi trova una nuova interpretazione nel cosiddetto Distretto del Contemporaneo.

ROMA TERZO MILLENNIO. La scia della cometa, installation view, Spazio WeGil – Roma. Crediti fotografici: Lazio Innova

La mostra propone inoltre una suggestiva immagine della città come cometa: la testa coincide con il Distretto del Contemporaneo, mentre la scia segue il corso del Tevere fino a Ostia e al Mediterraneo, riconnettendo Roma a una dimensione più ampia. Come osserva Franco Purini, Roma nei secoli ha generato non soltanto città ma anche idee di città: una capacità progettuale che il progetto intende riportare al centro.

Il percorso espositivo si articola in due sezioni: la prima presenta il progetto attraverso video, mappe e pannelli; la seconda è concepita come uno spazio-laboratorio dedicato a incontri e attività con studenti e accademie straniere. L’allestimento, progettato dall’architetto Anna Fresa, dialoga con l’architettura razionalista del WeGil, capolavoro di Luigi Moretti, attraverso una struttura metallica autoportante che crea una vera e propria “architettura nell’architettura”. A completare il progetto, Mimmo Paladino ha realizzato l’opera Roma è una cometa, immagine simbolica dell’intera iniziativa.

Approfondiamo questi temi con lo stesso Umberto Vattani.

Lei ha spesso sostenuto che la cultura non sia un elemento accessorio della politica estera ma una sua componente strutturale. In che modo questa convinzione ha influenzato il suo modo di guardare alle città e, in particolare, a Roma?

«Io non ho mai considerato la cultura come un elemento decorativo, qualcosa che si aggiunge alla politica quasi per renderla più elegante o più presentabile. La cultura, per me, è una struttura profonda del pensiero, è ciò che consente di comprendere il mondo prima ancora di intervenire su di esso. Se dovessi evocare un riferimento che ha accompagnato questo mio modo di guardare alla realtà, tornerei a Fernando Pessoa, che scrive: “La sorpresa di ogni giorno è una meraviglia di tutti i giorni” È una frase che può apparire semplice, ma che racchiude una lezione decisiva: la realtà non è mai esaurita, ma si rinnova continuamente nello sguardo che noi scegliamo di esercitare su di essa. Ed è esattamente questo che ho imparato nella diplomazia.

Quando ci si concentra ossessivamente su un problema, lo si irrigidisce. Si finisce per cercare soluzioni all’interno di uno spazio chiuso, come se si trattasse di un’equazione matematica. Ma la diplomazia non è matematica. È un’arte profondamente umana, attraversata da istinti che non cambiano: il desiderio di prevalere, il senso del torto subito, la volontà di rivalsa.

Questi elementi non possono essere governati con strumenti tecnici. Richiedono uno sguardo capace di ampliarsi. Ed è qui che interviene la cultura: l’arte, la musica, la letteratura introducono uno scarto, una sorpresa, una possibilità di uscire dalla rigidità del conflitto. Aprono un orizzonte più ampio. Quando guardo Roma, io cerco di farlo con questo sguardo: non come un sistema da amministrare, ma come una realtà stratificata che si offre ogni giorno come meraviglia, purché si sia disposti a riconoscerla».

Roma è probabilmente la città più raccontata al mondo ma spesso attraverso una narrazione che la immobilizza nel passato. Questa rappresentazione ha influenzato, secondo lei, anche il modo in cui la città percepisce se stessa e il proprio futuro?

«Io sono convinto che questa narrazione abbia inciso profondamente e non sempre in modo positivo. Noi italiani abbiamo una fortuna straordinaria: viviamo in una città che non ha soltanto prodotto monumenti, ma ha generato i fondamenti stessi della civiltà occidentale. Se si guarda con attenzione, ci si accorge che a Roma nascono il diritto, l’amministrazione, l’organizzazione urbana, le infrastrutture, lo spettacolo, persino l’idea stessa di museo.
Pensiamo alla Domus Aurea: 300 stanze, ciascuna con opere d’arte. È già un’idea di museo diffuso. Pensiamo alle terme, alla complessità degli impianti, all’uso dell’acqua calda e fredda. Pensiamo agli acquedotti, agli archi di trionfo, alle strade che si aprono “come una mano” in tutte le direzioni, creando una rete infrastrutturale che supera i centocinquantamila chilometri.

E tuttavia, quando si apre una guida di Roma – che sia stampata in Giappone, negli Stati Uniti o in Europa – si trova sempre lo stesso racconto: l’Impero, Cesare, i Papi. Io dico spesso che questo non è soltanto un limite culturale: è un danno. Perché una città che viene raccontata esclusivamente come passato viene automaticamente esclusa dal presente. Oggi le città competono su altri piani: sostenibilità, mobilità, qualità della vita, innovazione.

Se Roma appare come un museo, anche se straordinario, è fuori concorso. E invece Roma è una città che si è continuamente reinventata. Dopo la crisi medievale, si è rigenerata nel Rinascimento. Nel Barocco ha prodotto forme di una potenza straordinaria – basta pensare a Borromini, capace di creare immensità in spazi minimi, o alle illusioni prospettiche di Sant’Ignazio. E poi il Novecento, che noi troppo spesso trascuriamo, ma che è stato un secolo di grande innovazione. Il problema, quindi, non è la storia. È la riduzione della storia a una sola storia».

ROMA TERZO MILLENNIO. La scia della cometa, installation view, Spazio WeGil – Roma. Crediti fotografici: Lazio Innova

Il progetto Roma Terzo Millennio nasce dall’esigenza di restituire una vitalità contemporanea alla città. Qual è stata la difficoltà principale nel costruire questo nuovo racconto?

«La difficoltà più grande è stata quella di costruire un racconto. Perché in Italia le competenze esistono, e sono altissime. Abbiamo architetti straordinari, università avanzate, una conoscenza diffusa. Ma tutto questo rischia di rimanere confinato agli addetti ai lavori se non si riesce a trasformarlo in una narrazione capace di parlare a tutti. Io ho compreso questo molto chiaramente alla Farnesina.

Il Palazzo della Farnesina è una delle architetture più significative del Novecento italiano. Progettato da Enrico Del Debbio, Arnaldo Foschini e Vittorio Morpurgo, nasce negli anni Trenta, viene interrotto dalla guerra e completato tra il 1956 e il 1959. È, in questo senso, una vera e propria cerniera temporale: concepito in un’epoca, portato a compimento in un’altra. Quando il Ministero degli Affari Esteri vi si trasferì, molti diplomatici percepirono quel luogo come periferico, distante dal centro storico. Ma quella percezione era ingannevole. Bastava guardarsi intorno: il Foro Italico, le architetture di Luigi Moretti, le opere di Pier Luigi Nervi, il Villaggio Olimpico del 1960.

L’intuizione fu quella di intervenire sulla percezione: inserire l’arte contemporanea all’interno della Farnesina, creando la Collezione Farnesina. Questo avveniva prima della nascita del MAXXI, del MART di Rovereto, del MADRE di Napoli, del Museo del Novecento di Milano. L’effetto fu immediato: chi entrava non vedeva più solo il passato, ma il presente. E da lì è nata l’idea del Distretto del Contemporaneo: non un’invenzione, ma un riconoscimento. Gli elementi esistevano già. Mancava il filo».

Molte architetture contemporanee restano invisibili nell’immaginario collettivo di molti romani. Perché?

«Perché manca una narrazione. Roma è una città in cui spesso ciò che esiste non è visibile perché non è raccontato. Il Distretto del Contemporaneo nasce da questa consapevolezza. Quando abbiamo iniziato a parlarne, si è verificato qualcosa di molto interessante: anche ambiti apparentemente lontani hanno iniziato a riconoscersi in questa visione.

Ricordo, ad esempio, che Roberto Baldoni, Presidente del TAR del Lazio, aprendo l’anno giudiziario, ha fatto riferimento al Distretto del Contemporaneo, includendo quell’area nella propria riflessione. Questo dimostra che una visione, quando è fondata, si diffonde e diventa condivisa».

Che ruolo ha avuto la Regione Lazio nella realizzazione della mostra?

«È stato un ruolo fondamentale, e io credo sia giusto sottolinearlo. Voglio esprimere un ringraziamento sincero al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e all’Assessore alla Cultura Simona Baldassarre. Lo Spazio WeGil, progettato da Luigi Moretti, è un luogo straordinario, e il fatto di aver potuto utilizzare la sua parte più nobile ha reso possibile costruire un percorso espositivo coerente, capace di dialogare con l’architettura. Questo dimostra che quando le istituzioni comprendono il senso di un progetto culturale, possono diventare parte attiva della sua riuscita».

Nel progetto della mostra emerge l’immagine di Roma come “cometa”. Che significato ha?

«Non è soltanto una metafora. È una visione, e direi quasi una figura necessaria per comprendere la natura stessa di Roma. La cometa, innanzitutto, è un corpo in movimento. Non è mai ferma, non è mai conclusa. Attraversa lo spazio lasciando una traccia luminosa, visibile, che permane anche dopo il suo passaggio. Ed è esattamente questa l’immagine che mi sembra più adatta a Roma: una città che non si esaurisce nella propria forma, ma che continua a proiettarsi, a lasciare segni, a generare traiettorie.

La testa della cometa coincide con quello che abbiamo definito il Distretto del Contemporaneo: il MAXXI, l’Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano, i nuovi poli culturali, il futuro Museo della Scienza. È il punto di massima concentrazione energetica, il luogo in cui la città pensa se stessa nel presente e nel futuro. Ma la forza della cometa non è solo nella sua testa, bensì nella sua scia. Questa scia è luce, è direzione, è memoria in movimento. Noi l’abbiamo fatta coincidere con il Tevere, che attraversa Roma come una linea continua, un asse narrativo che tiene insieme epoche, quartieri, paesaggi.

Seguendo il fiume, la città si dilata, si trasforma, arriva fino a Ostia e si apre al Mediterraneo. È una scia che rende visibile qualcosa che spesso dimentichiamo: Roma non è mai stata una città chiusa. Le sue strade si aprivano “come una mano” in tutte le direzioni, costruendo relazioni, non barriere. Roma ha sempre assorbito e diffuso, trasformato e rielaborato. In questo senso, la cometa non è solo un’immagine urbana, ma una visione storica e quasi geopolitica: Roma come città di connessione, come nodo di passaggi, come spazio di attraversamento.

A dare forma concreta e visiva a questa intuizione è l’opera di Mimmo Paladino, significativamente intitolata Roma è una cometa. Non si tratta di una semplice illustrazione del concetto, ma di una vera e propria condensazione simbolica. Paladino lavora da sempre su segni archetipici, su forme primarie, su immagini che sembrano emergere da una memoria profonda. La sua cometa non è descrittiva ma evocativa: è un segno che attraversa il tempo, una traccia che unisce passato e presente, un’immagine che restituisce a Roma una dimensione quasi cosmica. In quella scia luminosa, in quella linea che attraversa la città, c’è tutto: la storia, la contemporaneità, il movimento, la possibilità. Per questo dico che non è una metafora. È una visione».

Che cosa rende Roma ancora oggi un luogo così fertile?

«Roma è una città che si vive. Non è soltanto nei grandi monumenti che si riconosce la sua identità, ma negli interstizi: nei cortili, nelle panchine, nei piccoli spazi, nei margini apparentemente secondari che, in realtà, costituiscono il tessuto più autentico della città. E proprio per questo, nella mostra, abbiamo voluto affiancare alla Roma vista dall’alto — quella delle grandi architetture, delle visioni urbanistiche, delle forme monumentali — un’altra Roma, che io definisco la città vista dal basso, o se vogliamo la città camminata. È una prospettiva diversa, ma altrettanto necessaria. Perché è lì, nel rapporto diretto tra corpo e spazio, che la città diventa esperienza.

Mi viene in mente, a questo proposito, il libro di Antonio Spadaro, A piedi. Il Vangelo come racconto di cammino, che restituisce il cammino come forma di conoscenza. Camminare non è solo spostarsi: è entrare in relazione con ciò che ci circonda, è costruire una percezione lenta, stratificata. E questo mi riporta a un altro riferimento, quello del teologo giapponese Kosuke Koyama, che scriveva: “Dio cammina a tre miglia all’ora”. È un’immagine che ci ricorda quanto il mondo contemporaneo sia accelerato, quanto tutto tenda a comprimersi nella velocità. Ma l’esperienza umana autentica richiede lentezza.

Quando si cammina, si ascoltano le voci dei bambini, si sente il sole sulla pelle, si percepiscono gli odori, si riconoscono i luoghi. Si costruisce un rapporto affettivo con la città. E Roma possiede questa qualità in modo unico. Puoi trovarti accanto all’Arco di Costantino, immerso nella monumentalità della Roma imperiale, e nello stesso momento scoprire, poco distante, un angolo nascosto sotto un leccio, una panchina, uno spazio intimo che appartiene alla tua memoria personale. È questa capacità di unire il monumentale e il quotidiano, il visibile e l’invisibile, che rende Roma ancora oggi un luogo fertile. Perché la città non è fatta soltanto di architetture, ma di relazioni, di abitudini, di affetti. E forse è proprio per questo che tanti, ovunque vadano, continuano a dire: “devo tornare a Roma”.

Perché Roma non è soltanto una città. È un’esperienza che si deposita nella memoria e continua a chiamarti».

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