Yohji Yamamoto. A Milano la mostra che rivela il rivoluzionario rapporto tra persona e abito, per una nuova geografia del corpo

di - 19 Giugno 2024

Letter to the Future è il titolo della mostra dedicata a Yohji Yamamoto in corso a Milano ospitata dalla Galleria 10CorsoComo e visitabile fino al 31 luglio. Il percorso, impaginato con freschezza e semplicità da Alessio de’ Navasques, spazia tra capi d’archivio, abiti iconici da sfilata fino a creazioni più recenti. È un viaggio dagli anni Ottanta fino a oggi, un dialogo tra passato e futuro, o meglio, una vera e propria lettera al futuro del designer giapponese.

Il titolo riprende una lettera che Yamamoto scrive alla madre, Fumi, figura fondamentale, insieme a quella di Rei Kawakubo, per la fondazione del brand e per la definizione della propria identità creativa. Il futuro prende la forma della memoria individuale e collettiva ed è segnata, influenzata da ciò che chiunque abitava nella terra del Sol Levante era costretto a guardare con i propri occhi, le rovine su cui il Giappone tentava di costruire un futuro. Ed è proprio il post-atomico, periodo di ricostruzione, il barlume di una speranza a avvolgere la poetica di Yamamoto, che tenta di costruire un ponte tra passato e futuro, tralasciando il presente. Memoria e immaginazione, tradizione e innovazione. Fumi, sua madre, vedova di guerra, lavorava in maniera incessante come sarta, sostenendo l’inizio dell’attività di suo figlio, “la prima donna in nero della sua vita”, racconta il curatore Alessio de’ Navasques nei testi che accompagnano il percorso espositivo. La prima delle innumerevoli donne in nero della sua vita. È proprio il nero a dare inizio a una molteplice, mutante storia d’amore tra corpo e abito. Una narrazione potente, ostinata, rivoluzionaria. La mostra si compone di venticinque capi esposti su busti sartoriali, proprio per esaltare il pensiero del designer. Un modo intelligente di sottolineare l’originalità del designer nipponico.

Corso Como_Yohji Yamamoto. Letter to the Future_CATALOGUE

Semplice è anche la scelta di tessuti: feltro, lana, seta o lino, Yamamoto amava acquistarli nei mercati convinto che a dare senso, significato agli abiti è l’immagine, la costruzione sartoriale e l’abilità delle mani. Yamamoto definisce una nuova idea di preziosità che acquisisce valore attraverso la creatività, la costruzione narrativa. Tessuti semplici, ma tagli complessi, sovrapposizioni di volumi, cuciture visibili, danno vita a una nuova geografia del corpo. Yamamoto buca la temporalità, la schiavitù della stagionalità e delle tendenze. La moda, la sua visione crea abiti atemporali, che vivono nel tempo. L’imperfezione si fa perfezione. Non a caso uno dei primi abiti ad accogliere il visitatore è il cappotto con faux-cul della collezione autunno-inverno 1986-87, dalla silhouette unica, simbolo dell’incontro e fusione della cultura orientale con quella occidentale. Un abito iconico, immortalato da Nick Knight, straordinario fotografo che mette in evidenza questo mix culturale tra memorie di capispalla vittoriani che si ibridano nella parte posteriore in taffetà rossa con evocazioni orientali. Al suo fianco in mostra, come fosse un confronto, è posizionata la versione rivisitata del cappotto dell’ultima collezione 2024-25, mantenendo l’iconica forma ma questa volta con faux-cul in cotone nero, come per tracciare una traiettoria continua tra passato e presente. È una proiezione nel futuro dove presente e memoria si incontrano, a volte collidono creando un tempo proprio, personale, è la moda di Yamamoto.  Non a caso il regista tedesco Wim Wenders, in Appunti di viaggio su moda e città, omaggia il designer. Wenders riceve in regalo una camicia e una giacca create da Yamamoto e da queste, inizia ad indagare sulle possibili somiglianze tra il linguaggio del cinema e quello della moda, tra il suo e il mestiere di Yamamoto. Emerge un ritratto raffinato e colto di una complessità creativa capace di rivoluzionare la moda soprattutto agli inizi, negli anni Ottanta. Come il regista riflette sull’immagine, nel cruciale passaggio dall’analogico al digitale, così il designer crea, decostruisce silhouette e corpi, tessuti. La creazione risiede nei tagli, nella magnetica relazione che si sviluppa durante la trasformazione dei tessuti e il loro incontro con i corpi di chi li indossa.

Corso Como_Yohji Yamamoto. Letter to the future_Photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio_Courtesy of 10 Corso Como

Gli abiti di Yamamoto hanno un impatto comunicante, nella loro semplicità ma allo stesso tempo complessità, parlano da soli; ecco perché la scelta dell’allestimento estremamente essenziale, luminoso, un set capace di esaltare i volumi, i tagli e i tessuti che danno vita ad abiti che liberano il corpo smontando e rimontando archetipi. Un ulteriore dettaglio che emerge dalla mostra è l’uso di tre colori assoluti e brillanti: bianco, nero e rosso che creano un effetto compositivo di elegante compenetrazione e fusione, come se gli abiti fossero un’unica installazione. Nella zona centrale i capi in rosso evocano l’idea di un battito cardiaco, profondo come un fuoco ardente, ma è il nero a dare struttura alla poetica di Yamamoto. Sin dagli anni ’80, la prima presentazione parigina è del 1981 insieme all’allora compagna Rei Kawakubo, il nero è espressione del punk, delle controculture urbane ma il designer giapponese crea un’innovativa estetica del total-black, attribuendogli una sofisticata eleganza.  L’uso assoluto del colore con tagli, volumi piegati sono l’emblema della nuova relazione tra abito e spazio di Yamamoto.

Un messaggio fondamentale del percorso creativo e quindi della mostra è la sua atipica visione di moda, contraria alle tendenze, dove il corpo non è concepito come un oggetto su cui costruire, bensì è ciò che determina l’azione trasformativa, performativa sull’abito, un messaggio universale di libertà assoluta, di ricercata autenticità e personalizzazione della moda. Yohji Yamamoto veste con i suoi abiti, corpi liberi che si spogliano di giudizi, stereotipi e sovrastrutture. Letter to the future sottolinea come la moda sia un linguaggio e, se vogliamo, autonomamente rivoluzionario e libero. “Io voglio disegnare il tempo”, afferma Yohji Yamamoto, andando oltre, al di là del concetto di un tempo cronologico.

Corso Como_Yohji Yamamoto. Letter to the future_Photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio_Courtesy of 10 Corso Como

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  • Passato e Futuro
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